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locandina

Cantiere di Letteratura Notturna
Stagione 2014-2015

DAL RACCONTO AL FUMETTO
a cura di Bruno Letizia
con la collaborazione di Carlo Sperduti
ospitato da
HulaHoop Club (via L. F. De Magistris 91/93)
Klamm (via Antonio Raimondi 59/61)

Primo appuntamento: mercoledì 1 ottobre 2014, HulaHoop Club, ore 19:30 – 21:30.

Da ottobre 2014 a giugno 2015, l’HulaHoop Club e il Klamm ospiteranno la quarta stagione del Cantiere di Letteratura Notturna, incentrata sulla trasposizione di testi narrativi in sceneggiature per fumetti e sulla realizzazione di storie a fumetti. I partecipanti avranno la possibilità di conoscere, sperimentare e confrontare diversi linguaggi e strutture narrative attraverso un lavoro di gruppo coordinato da Bruno Letizia, insegnante presso la scuola Internazionale di Comics e tra i fondatori dell’etichetta Villain Comics, con la collaborazione di Carlo Sperduti, autore di racconti e romanzi.

Il laboratorio è rivolto sia a quanti abbiano già avuto esperienze di scrittura, sceneggiatura o disegno, sia a quanti vogliano approcciarsi al fumetto e alla scrittura per la prima volta.

La partecipazione al progetto è gratuita.

Il primo incontro si terrà all’HulaHoop Club (via L. F. De Magistris 91/93) mercoledì 1 ottobre 2014, dalle 19:30 alle 21:30.

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Nel mese di maggio 2014 il Cantiere di Letteratura Notturna ha scritto le avventure del doppiatore Arturo Mela alle prese con il doppiaggio di film d’autore. Arturo è il personaggio collettivo protagonista della nuova stagione del Cantiere e del progetto “Un libro in cantiere”, in collaborazione con Gorilla Sapiens Edizioni.

Ecco alcuni estratti dai racconti e alcune immagini del reading del 28 maggio.

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Da Il rancio verde di Marco Parlato

– È così.
– Dovrei credere a questa storia?
– Me l’ha detto l’italiano.
– Bravo, fidati di un italiano.
– Sta’ a sentire: Dowell e l’italiano mangiavano sempre assieme. Ieri però Dowell ha cambiato posto in mensa, era strano, evitava tutti.
– E allora?
– E allora l’italiano è andato a cercarlo e l’ha visto. La ciotola era come la altre, ma dentro…
– Balle!
– È la verità. Stamattina hai visto Dowell? Non c’è, e non ci sarà domani né mai più. L’hanno preso i nostri, è libero!
– Perché non vengono a salvarci tutti?
– Forse non hanno abbastanza uomini, ma hanno trovato il modo di fare evadere una sola persona alla volta. La settimana prossima potrebbe toccare a me, o anche a te!
– Non mi convince. Non ricordo nemmeno da quanto tempo siamo prigionieri.
– Da quando è iniziata la guerra.
– E quando è iniziata?
– Dodici anni fa. Lo sanno tutti.

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Da Asma d’autore di Davide Predosin

Col fervore di un atleta con le meches e le sopracciglia rifatte che, alla visita annuale per idoneità sportiva tentasse di stupire il personale infermieristico con sbalorditive prove spirometriche, Arturo inspira con forza la quarta dose di symbicort della giornata.
“L’asma è una disfunzione bronchiale, una malattia cronica, come il diabete mellito, il morbo di cron, l’itterizia o la gotta, ma purtroppo – si direbbe un inconveniente letterario – l’espressione iperattività bronchiale sembra offuscarne l’autentico, certificato, status patologico, autorizzando le più libere e offensive interpretazioni da parte delle sane e supponenti male lingue”, balbetta confuso tra sé Arturo.
“Sembrano sempre insinuare si tratti di un disturbo psicosomatico che affliggerebbe adulti rimasti vittime di un’emotività resistente a routine, mal tempo o a quelle prove nella vita in grado di fiaccare drenandoli i temperamenti più crassi e vivaci”.
Arturo, più che emaciato asmatico alla Marcel Proust si sente un convulso direttore d’orchestra di sibili, fischi e catarri.
È consapevole che l’asma non è assimilabile a un attacco di panico – i bronchi si chiudono sul serio; di asma c’è chi è morto. Eppure, lo ammette, quando il gioco si fa duro, sì, il bronco è vulnerabile, propenso a chiudersi come un pugno. Non solo perché iperattivo, ma proprio perché diretto da un maniaco impressionabile di sei anni affetto da sindrome da deficit di attenzione.
Quindi, pensa, “le male lingue vanno tacitate e se possibile sfidate pistole all’alba, ma, in parte, hanno ragione”.

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Da L’inventore delle scarpe di Leonardo Battisti

– È difficile restare arrabbiati quando c’è tanta bellezza nel mondo – disse Arturo fissando la busta di plastica caduta dal tavolo dopo che Consuelo l’aveva svuotata della spesa. – Siamo degli ingranaggi in un sistema armonico di rondelle e pulegge lungo cui scivolano le cinghie di distribuzione della vita, frizionando ora più ora meno contro le nostre superfici.
– Il macellaio ha detto che non ci fa più credito – si intromise Consuelo. – Devi saldare, se no te tocca campare coi salatini del discount.
– Mmmm… – bofonchiò il Mela abbassando lo sguardo che seguiva la busta ormai adagiata a terra. – Siamo coinvolti in questo vortice di energie multiple che si rincorrono nello spazio e nel tempo, dove tutto può succedere, dove tutto è sempre e costantemente una possibilità, un divenire mai domo, una materia continuamente in trasferimento che solo occasionalmente e per un tempo tutto sommato limitato, si infila nell’imbuto della procreazione che dà a essa la forma di essere vivente, secondo la legge perfetta e imperscrutabile della coincidenza.
– Nemmeno io te faccio più credito, Arturo. Sono due mesi che fingi di non dovermi dei soldi, e io ho le bollette da pagare – ingiunse Consuelo piazzandoglisi davanti, con le mani grosse e ruvide sui fianchi.

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Da La frase di Alessandro Sesto

– Io non riesco a leggerla questa.
– Perché?
– Non lo so, non riesco.
Portasti i miei meloni?
– Lo so, portasti i miei meloni?
– Vedi che riesci a leggerla?
– No, riesco a dirla, ma non riesco a leggerla. Non riesco a leggerla come una battuta.
– Arturo, è la stessa cosa. Portasti i miei meloni? Dai, leggi e andiamo avanti a registrare. Pronti? Vai.
– …
– Ferma. Cazzo Arturo, ma che hai? Ti fa ridere?
– No, no. Anzi.
– Come anzi?
– Non lo so, mi dà come una stretta dentro, ma neanche come una stretta dentro in verità.  Non lo so che effetto mi fa, non so dirlo. Nessun effetto forse, solo non riesco a leggerla.
– L’hai detta prima. È solo una frase. Tono normale, colloquiale. È un film d’autore, ci sta la frase sui meloni.
– Dici?
– Film d’autore, possono fare tutto.
– Riprovo. Portasti i miei meloni? Portasti i miei meloni? Ehi tu, portasti i miei meloni? Portai i tuoi meloni. Sì. Ce la faccio. Vai.
– Pronto? Vai.
– … protasti. Vaffanculo.

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Da Addio mia concubina di Massimo Eternauta

Venticinque minuti di piano sequenza stesero Consuelo meglio di un flacone di valium mentre Arturo, in ginocchio davanti allo schermo venerato, veniva sopraffatto dal capolavoro del maestro giapponese.
Il suono dei taiko accompagnati dal sereno russare di Consuelo scandiscono la discesa dalla montagna di un uomo la cui figura, a inizio sequenza non più grande di un puntino, viene definendosi con lentezza esasperante nel suo avvicinarsi a fondo valle.
Ad attenderlo, immobili, di spalle, due personaggi.
I tamburi bumbano in un crescendo rossiniano.
Poi, silenzio di sguardi: venti minuti di effetto “dolly rotante” a velocità di bradipo morto, quindi concitato dialogo giapponese al termine del quale le tre figure si separano in tre piani sequenza splittati sullo schermo con una quarta camera fissa a inquadrare la montagna avvolta in una nuvola di polvere e foglie sollevate dal vento.
I rari dialoghi si sovrappongono in una cacofonia d’autore.

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Agnizione di Carlo Sperduti

Alle nove e trenta di un martedì cittadino di uno squallore impassibile, sull’orlo di una linea gialla tutta bolle da non oltrepassare, a tre minuti dal prossimo treno, lo sguardo di Arturo Mela sonda la banchina uguale e contraria al di là dei binari, in cerca di uno svago che duri centottanta secondi o di tre svaghi da un minuto o di sei svaghi da mezzo minuto o di dodici svaghi da quindici secondi. Incespicando tra auricolari, cravatte mal abbinate, borse sotto occhi e ascelle, la mente di Arturo Mela realizza, tra scampoli d’indipendenze cinematografiche ucraine e lunghissimi corti francesi, di essere irrimediabilmente in ritardo. Per di più, per motivi noti a lui solo, uno stronzone.

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Da Salvare capre e cavolo di Gorilla1

Il lupo mangia la capra, la capra mangia il cavolo.
Il lupo non può stare con la capra, la capra non può stare col cavolo.
Lupo e cavoli ok.
Tutto chiaro?
– Sì.
Bene. Il traghettatore, tu Arturo, prende la capra, lascia la capra, prende il cavolo, lascia il cavolo riprende la capra, lascia la capra prende il lupo, lascia il lupo, riprende la capra rilascia la capra.
Tutto chiaro?
– Sì.
Bene. Ora stai attento che le cose si complicano. Il traghettatore, tu Arturo, si trova solo sulla barchetta con la capra, poi con il cavolo, poi ancora con la capra, poi col lupo, poi ancora con la capra. La prima volta la capra gli dice che ama il cavolo e odia il lupo. La seconda volta gli dice che ama il lupo e odia il cavolo. La terza volta gli dice che il lupo e il cavolo sono niente. Il traghettatore, tu Arturo, non dice niente.
– Ma…
Aspetta.
– Ok.
La capra.
– La capra?
La capra. È sempre la stessa capra? No. Ogni passaggio altera la realtà. Quindi abbiamo tre capre un cavolo e un lupo. E ora il cavolo.

Nel mese di marzo 2014 il Cantiere di Letteratura Notturna ha scritto le avventure del doppiatore Arturo Mela alle prese con il doppiaggio di documentari. Arturo è il personaggio collettivo protagonista della nuova stagione del Cantiere e del progetto “Un libro in cantiere”, in collaborazione con Gorilla Sapiens Edizioni.

Ecco alcuni estratti dai racconti e alcune immagini del reading del 26 marzo.

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Da Risveglio di Leonardo Battisti

Sono in viaggio sulla topolino di papà, che macchina la topolino, diceva, la migliore mai prodotta dalla fiat, diceva soprattutto per nascondere il fatto che non avevamo abbastanza soldi per cambiarla o che se anche ce li avevamo lui era troppo tirchio per cambiarla, quella vecchia carcassa arrugginita, ma ora è nuova fiammante e la sto guidando su una strada che pare degli anni sessanta, non tanto per come è la strada ma perché ci sono pochi pochissimi altri veicoli in giro, o forse sono gli anni trenta, quando sul suolo nazionale circolavano più o meno 200.000 automobili in tutto, civili e militari, su quaranta di milioni di abitanti, pazzesco, e già allora ci si lamentava del traffico, comunque adesso traffico non ce n’è e io vado spedito sulla topolino di papà, vado in montagna perché questa strada è sempre in salita e tortuosa e alle volte affacciandomi oltre il ciglio della carreggiata scorgo dei burroni mostruosi che mi mettono una paura fottuta tanto che temo a ogni tornante che mi risalga di colpo la malattia, sempre in agguato in qualche parte del corpo, nascosta dietro una vertebra o un rene che di colpo si fa caldo e poi svengo…

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Da Consapevolmente Snack di Marco Parlato

Non ha mai resistito alle noccioline ricoperte di cioccolato e glassa colorata. Da bambino più volte si era ingozzato fino a rigettare tutto sul pavimento, con inevitabile cazziatone della madre e divieto di mangiarne anche solo mezza in più. In seguito cominciò a comprarle di nascosto, contenendo la voracità.
Adesso osserva i confetti rossi in fondo alla bustina. Li ha scartati di proposito, triturando avidamente gli altri. Sta pensando alla cocciniglia. Com’è il nome scientifico? L’avrà ripetuto una decina di volte. Dactylopius coccus, ecco. Un bagarozzo piatto e largo, che sta tutto il tempo ammassato con gli altri, ricoperti dal tipico pulviscolo gelatinoso.
Rammenta le immagini delle brulicanti masse grigiastre.

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Da L’ingegno di Arturo di Patrizia Berlicchi

– Consuelo, sei bianca come un cencio: sei sicura di star bene? Che succede?
– Sono io che lo chiedo a te, Arturo, dal momento che hai il bagno invaso da quelle grosse bestie bavose; sono dappertutto, persino sulla specchiera. Ce n’è una proprio sopra il barattolo della mia crema por le mani; lo sai che no puedo trabajar senza!
– Ah, è vero, scusa, volevo dirtelo ma poi mi è passato di mente… Be’, mia cara, si tratta di un investimento grazie al quale, finalmente, potrò contare su un’entrata supplementare di una certa consistenza!
– Ma de che stai vaneggiando, por l’amor del cielo?!
– Se avessi visto l’ultimo documentario della serie Impara l’arte, per il quale, tra l’altro, ho ricevuto i complimenti di Graziani in persona, sapresti che l’elicicoltura è la nuova frontiera dell’imprenditoria zootecnica. È semplice e redditizia, in linea con le nuove tendenze alimentari e pure bio-sostenibile!
– L’eliciliché?
– Allevamento di lumache a ciclo biologico completo, querida, l’ultima moda dello slow food.

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Da Arturo e la scoperta dell’America di Massimo Eternauta

Consuelo, non sai cosa ho scoperto oggi, i Cherokee non sono dei gipponi ma una tribù di indiani! Ma non sono indiani indiani ma americani, anzi, si dice nativi americani. Consuelo, non sai che confusione. Se gli indiani già c’erano, gli indiani indiani intendo, perché pure questi si sono chiamati indiani? Graziani mi ha spiegato che quando Colombo ha scoperto l’America credeva di essere arrivato in India e per questo ha chiamato indiani quelli che ha trovato lì. E quelli pensavano che indiano fosse lui perché diceva in continuazione indiani, indiani e quindi, all’inizio, non è che si sono tanto capiti che poi se uno voleva andare in India ci poteva andare anche a piedi, in fondo, una volta che sei arrivato a Trieste si tratta di due passi e invece no, lui ci doveva arrivare per mare e dai a rompere le scatole a mezzo mondo per farsi prestare i soldi e tutti gli dicevano guarda che la Terra è piatta e lui diceva no, è tonda, no, è tonda e guarda l’uovo che poi questa storia dell’uovo mica l’ho capita bene cosa c’entra con la Terra che poi hanno scoperto che l’uovo era di gallina e mica di colombo.

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Da Victoria Stevens di Marco Lipford

Victoria Stevens era il cacciatore di rettili più famoso della tv. Nonostante il nome non proprio virile, Victoria era un uomo, chiamato così dall’omonima zona australiana. “Per simili ragioni nessuno si è mai sognato di mettere in dubbio la maschia autenticità di Indiana Jones!” pensava Arturo mentre stringeva la mano al suo nuovo idolo sulla pista d’atterraggio ai limiti dell’Outback. Era la prima volta che visitava l’Australia, e ritrovarsi ospite di quella leggenda lo eccitava assai. Tutto era cominciato quando aveva ottenuto il contratto di doppiaggio degli episodi della serie documentaristica Animal harrassing, in cui Victoria Stevens se ne andava su e giù per il globo a stanare bestie feroci e a domarle per il pubblico a casa. Arturo si era infatuato di quei documentari, e prestare la voce al grande Victoria non gli pareva vero. Era poi particolarmente soddisfatto di essere vestito esattamente come lui, cioè con mimetica su calzoni corti e anfibi corazzati, gilet multi-tasca e cappellaccio pitonato. Ciliegina sulla torta, arrotolata alla cinta di cuoio pendeva una frusta identica. “Sembriamo gemelli,” pensò orgoglioso mentre saliva sul Cessna privato che li avrebbe portati sul luogo delle riprese.

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Da Demetra di Carlo Sperduti

L’arturo è un animela che cambia spesso posizione nel sonno. Ha anche l’abitudine di mutare abitudini molto frequentemente, cosicché è impossibile sorprenderlo negli stessi comportamenti per più di un mese. A volte si tratta di una settimana. Altre volte del capriccio di un’ora.
Entriamo perciò nella sua stanza da letto, oggi, con la consapevolezza di osservare uno dei tanti arturi possibili.
Sono le sei e mezza del mattino. Da qualche giorno l’arturo si sveglia a quest’ora e discende a quattro zampe dal suo confuso giaciglio, sbadigliando, stiracchiandosi e affilandosi le unghie sulla poltrona di vimini.
Facendo attenzione a non interferire con le sue attività mattutine, seguiamo l’arturo fino alla porta di casa, dove un’imponente consuelo lo attende, a peli ritti, sbarrandogli il passo in segno di sfida. È un magnifico esemplare. Ammiriamo, alla dovuta distanza, la lotta dell’arturo per la conquista della libertà. Brandelli di pelle si spandono nell’aere misti a sangue che imbratta le pareti – quella che noi chiamiamo crudeltà è normale amministrazione della natura – ma alla fine, con balzo felino, l’arturo artiglia il pomello e lo ruota, scalciando sulla consuelo acculata che lo tira per le zampe posteriori e che infine molla la presa. L’arturo sgattaiola via schiantando il portone sui cardini e sentendosi affibbiare alle spalle attributi di perversione.

Nel mese di gennaio 2014 il Cantiere di Letteratura Notturna ha scritto le avventure del doppiatore Arturo Mela alle prese con il doppiaggio di televendite e predicatori. Arturo è il personaggio collettivo protagonista della nuova stagione del Cantiere e del progetto “Un libro in cantiere”, in collaborazione con Gorilla Sapiens Edizioni.

Ecco alcuni estratti dai racconti e alcune immagini del reading del 29 gennaio.

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Da Leellee Baato e la dottrina dell’Acume di Davide Predosin

– Ebbene sì: Maurizio Lupi, padre.
– Mio caro ragazzo, non puoi credere…
– Padre, non mi costringa a parlarle attraverso questa “cosa”… – lo interrompe Arturo tentando di forzare la grata del confessionale con un cacciavite.
– Facevi la stessa cosa da bambino. Ti prego Arturo, posa quel cacciavite.
– Potremmo raggiungere la Dalmazia ascoltando in macchina la registrazione dell’ultimo intervento ecumenico di J. J. Lucius. Che ne dice? Non faccia il “mobile antico”, su…
– Arturo, noterai che dietro di te i fedeli scalpitano. La tua non è che alienata protervia. Ti passerà non appena ti sarai frizionato le tempie con acqua e aceto.

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Arturo e il teflon di Massimo Eternauta

Arturo si esibiva in cucina di fronte a una Consuelo rassegnata: a ben altre cose le era capitato di assistere per via della personalità pirotecnica del suo datore di lavoro.
– La vedi questa padella, Consuelo? Guardala bene, fondo inox, due centimetri, manici termo aderenti in corno inglese classe ignifuga 1, rivestimento teflon undici strati, antigraffio a prova punta di coltello.
A supporto di quest’ultima affermazione Arturo, come il tizio della televendita che aveva doppiato quella mattina, prese un coltello da cucina e sfregiò la padella con foga belluina.
Il teflon venne via a grani grossi.
– Arturo – disse Consuelo.
– Sì – rispose Arturo con lo sguardo pallato.
– Ti hanno fregato.

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Da Il lavoro del futuro di Marco Lipford

I cugini Telma e Telonio a casa di Arturo non entravano da mesi, forse anni.
– Carino il tuo appartamento – disse Telma più per cortesia che altro.
– Ma tutte queste telecamere fisse? – domandò Telonio dopo aver dato uno sguardo intorno.
– Accomodatevi, accomodatevi pure nella mia cucina Franchettoni – disse il padrone di casa ignorandoli entrambi. – Bella, eh? Ripiani di marmo e cassetti di noce. E pensate, il tutto a 3300 euro!
– Interessante, – tagliò corto Telma, – ma siamo qui per parlarti di Nonna Lilla.
– Sta molto male, – precisò Telonio preoccupato.
– … IVA inclusa e tassi agevolati! – proseguì Arturo mentre appoggiato alla cucina ne accarezzava i ripiani con fare voluttuoso.
Telonio e Telma si scambiarono un fugace punto interrogativo. – È un po’ ormai che non ci sta con la testa, e noi pensiamo che…
– È il momento per un caffè! – li interruppe Arturo.

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Da Al mare di Patrizia Berlicchi

– Non dire una parola! Sono già abbastanza incazzata per conto mio: quel noventaocho de mierda è morto dopo tre fermate e me la sono fatta tutta a piedi, perciò questa mattina la colazione…
– È pronta, Consuelita: togliti il cappotto e mettiti a sedere: ecco qui, ristretto e senza zucchero come piace a te.
Arturo le cinse delicatamente le spalle e la condusse davanti al caffè fumante.
– Que pasa, Arturo? Me hai chiamato Consuelita solo un’altra volta: recuerdi? È stato quando hai buttato nel cesso l’anello de brillante della mia povera mamma. Per sbaglio, dicesti. Che hai combinato oggi?
– Ho preparato la colazione, mia cara! Bevi che si raffredda. Dopodiché hai dieci minuti per darti una rinfrescata e finalmente si va!
– Ma non dovresti essere già al lavoro?
– Non questa mattina…

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Da Il sudore di Dio di Alice

Sono almeno otto minuti che gli avambracci di Arturo incrociano quelli di Martino, l’amministrativo tuttofare nato, cresciuto e invecchiato in Fonourbis, quando ancora si chiamava Ecocenter. Fosse solo per gli avambracci, avrebbe accettato più sommessamente la costrizione, ma il coccige vs. coccige e la torsione plastica della spina dorsale sono troppo per un freelance del doppiaggio come lui. Mica un impiegato da contratto multiservizi, II livello, fascia D, sgravato di tasse grazie a leggi speciali degli anni ’80, come Martino. Che poi, una spina dorsale che s’inarca a conca non è prevista in natura, altrimenti c’avremmo avuto due perni roteanti al posto delle anche, pensa Arturo. La frustrazione della posizione e l’inutilità di quel tempo obbligato alla lezione Let’s coach together! di Mr Freewords U.S., voluta dalla dirigenza, ha una grande efficacia nel rendergli più detestabile il compagno di sventura. Sarà la prossimità dei corpi a fargli notare quanto volutamente fastidioso sia l’odore del collega, un mix tra acqua di colonia stantia, deodorante da discount e toner bruciato.
Ok guys, adesso lasciatevi andare, sentite il vostro peso soretto dalla schiena del vostro collega, close your eyes, air inside, inspirite! – esorta Mr Freewords dal fondo della sala riunioni, svuotata per l’occasione e trasformata in una grigia sala d’aerobica per impiegati fuori forma.
– Dai Arturo, stai sciolto! Appoggiati su di me che ti tengo! – lo incita Martino già piegato a 60°, fronte verso il pavimento.

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Da Masterpriest di Leonardo Battisti

– Non piangere, donna, non temere. Se ti penti, Dio sarà misericordioso.
– Me pento. Sì, Dio mio, me pento – disse Consuelo sinceramente contrita.
Arturo si fece scuro in volto. – Non nominare il nome di Dio invano, donna – fece, allungandole un ceffone dietro la nuca, – non vorrai mica far infuriare nostro signore per simili leggerezze? Ahahah, lui è grande, e grande è la sua misericordia come la sua ira. Può salvare la tua anima putrida se domandi perdono, o può giocarsela a dadi con Satana se lo offendi con l’insulsaggine dei tuoi peccati.
– Me pento. Sì, escusa Segnore, me pento.
– Brava – disse Arturo rabbuonendosi. – Vedi, Dio vi conosce, voi donne, ahahah. Siete la tentazione e l’inganno. I vostri corpi demoniaci trasudano peccato e pare che invochino a ogni movenza il castigo divino…
– Ma veramente me hai spogliato tu…
– Shhh! Zitta, – la interruppe Arturo – non rievocare il peccato, non rinsozzare la tua anima che a fatica s’incammina verso la purificazione.

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Da Paul Washer di Carlo Sperduti

– Alcuni di voi dicono: vedo dolore, sofferenza e futilità. C’è una spiegazione a tutto questo: Genesi, capitolo tre. Dio fece l’uomo buono e lo mise in un mondo perfetto, ma l’uomo disubbidì a Dio e quando cadde trascinò con sé l’intero mondo. Se guardi in Genesi, capitolo tre, vedi il giudizio di Dio sopra l’uomo caduto. Dice che l’uomo lavorerà senza un proposito…
Arturo sente la pelle del viso tirare a ogni sillaba, asciutta. Ammutolisce sfiancato. Avanza di due passi verso se stesso, rallentato dal sonno. Si guarda le borse sotto gli occhi: il destro gli lacrima di bruciore, venato di rosso e confuso quanto il sinistro. È quasi l’alba. Uno specchio e uno schermo, affiancati, non hanno nulla da dirsi, così mantengono le distanze. Arturo deve essere Paul Washer entro la mattinata di dopodomani. Deve esserlo senza un proposito, senza un giudizio. Lo specchio e lo schermo dovranno trovare un accordo. Lui dovrà lavorare.
Si dice: vedo dolore, sofferenza e futilità. C’è una spiegazione a tutto questo: Paul Washer, trentatré video per la televisione italiana. L’uomo inventò la comunicazione per rendere la vita migliore, ma vanificò la sua invenzione trascinando l’intero mondo nell’abisso. Se guardi in Paul Washer, vedi il giudizio dell’uomo sopra se stesso. Dice che l’intelligenza lavorerà senza un pubblico…

Nel mese di dicembre 2013 il Cantiere di Letteratura Notturna ha scritto le avventure del doppiatore Arturo Mela alle prese con il doppiaggio di film a luci rosse. Arturo è il personaggio collettivo protagonista della nuova stagione del Cantiere e del progetto “Un libro in cantiere”, in collaborazione con Gorilla Sapiens Edizioni.

Ecco alcuni estratti dai racconti e alcune immagini (di Osvaldo Amari) del reading del 22 dicembre, tenutosi durante la serata conclusiva del Culturino Mercatale 2013.

_MG_7532Da J. P. non scriveva solo stupide poesie d’amore di Gorilla 1

– E lei comincia a urlare “Prévert! Cet amour! Cet amour! Prévert!”
– Ma chi, lo spacciatore?
– Ma quale spacciatore, di che stai parlando? Il poeta!
– Ma che poeta, di che stai parlando?
– Allora te lo spiego un’altra volta, ogni volta che lei…

Viene a trovarsi sempre nella stessa situazione. Lei bellissima, seducente, pronta. E lui lì attonito, non riesce a spiccicare parola.
– Devi solo fare dei versi, Mela. Che ti prende?
Il direttore del doppiaggio stavolta è un tipo elegante. Del resto si tratta di porno francese, per forza deve essere raffinato.
– Tu leggi troppi romanzi d’amore –, gli dice dopo un po’, con un sospiro di comprensione.
– No, è che lei… – comincia Arturo, riprendendosi dallo stato catatonico. – Lei è diversa dalle altre. È una vera artista. O meglio, ha un’anima d’artista, non credi? Questa cosa della poesia poi…
– Eh la poesia, la poesia! Sapessi quanti ne ha tirati su… di soldi con questa storia. Ha creato un sottogenere, un gusto di nicchia –, continua quasi borbottando tra sé e sé. – E tutto solo perché ogni volta che…

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Da Di come Arturo si fece riconoscere da tutti di Massimo Eternauta

La Ultraphono occupava un palazzo di dieci piani, sotterranei compresi, grande quanto un isolato e per il momento lui non era andato oltre il piano terra. Prese l’ascensore e scese allo stesso piano dell’unica persona che era salita con lui e scelse la direzione opposta a quella presa da quest’unica persona che era salita con lui. La sinistra.
La sinistra la prese lui, non la persona che era salita con lui.
Alla prima porta aperta si infilò di profilo e chiese dove si trovassero gli studi di ripresa dei film porno – disse proprio porno – e che lui era un attore e che si era perso, però non gli rispose nessuno perché in quella stanza con la porta aperta non c’era nessuno.

_MG_7495Da La bella addormentata su Fosco di Patrizia Berlicchi

Arturo era seduto al tavolo del cucinino da un tempo indefinito, immobile davanti alla tazza della colazione piena di rum, la sigaretta accesa abbandonata sul posacenere e lo sguardo intento a contemplare “cose che voi umani…”. L’arrivo di Consuelo, di ritorno dal supermercato, lo distolse dai suoi tormentati pensieri.
– Tra un poco si cena; como te salta in mente de bere esta mierda?!
– Non mi scassare, Consuelo, e soprattutto non trattarmi come se avessi sei anni. Non ho fame stasera.
– Que pasa? Coraggio, lo so che hai combinato qualche casino.
– Ma di che casino vai blaterando?
Solo allora Consuelo si accorse della pila di fogli in fondo al tavolo, seminascosta da tabacco, cartine e accessori vari dedicati al vizio.
– Quello es el nostro proximo stipendio?
– Manco se m’ammazzano! Stavolta hanno passato il limite. Sono un professionista, io. Mi sono dimostrato all’altezza di qualsiasi ruolo: ho doppiato senza battere ciglio un acaro schifoso, un mago scemo, un morto, uno struzzo sfigato e persino un comodino, e l’ho fatto senza mai scompormi, con la serietà e la dedizione che mi contraddistinguono… questo lo sanno molto bene i signori della Fonourbis! E ora cosa fanno, per ringraziarmi?
Arturo afferrò la risma di fogli e la scaraventò per terra, proprio sulla grossa busta della spesa di Consuelo.
– Che cosa c’è che non va esta vez?
– C’è che La bella addormentata su Fosco non avrà la mia voce.

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Da Arturo Mela doppiatore di Maurizio Ponziani

“Mi sentirei più utile se facessi un numero di mimo alla radio… e poi tutta questa pornografia, più che liberazione sessuale, mi sembra l’altra faccia del moralismo perbenista. Quasi quasi, mando affanculo tutti e me ne vado. Sì sì, me ne vado a spasso. Mi spupazzo un bel gelato, e poi me ne vado in libreria. Ho proprio bisogno di leggere una bella storia d’amore.”
Invece restò. Lavorò. Doppiò. Guadagnò.
Di amore là non ce n’era. Si intristì e alienò.

_MG_7673Da Arturo Mela e bei porno andati di Davide Predosin

– Come sta?
– Meglio, ma è ancora sotto shock – risponde il medico scrutando con una pila le pupille di Arturo; pallido, gli occhi sbarrati rivolti al soffitto.
– Ma come è possibile? Un uomo adulto, anche se solo, deve pur aver visto… almeno una volta… con gli amici… – osserva il regista incredulo.
– Ah certo! Gli faccio da balia ormai da quasi dieci anni.  Ma è abituato, secondo me, alla pornografia degli anni ’80, vezzosa, manierista, barocca.
– Sembra informata – osserva il regista guardando più attentamente Consuelo.
– Be’ adesso ho una certa età… ma…
– Non dica così! Lei è giovane!
Arturo scatta come un cobra, afferra il regista per il collo e gli intima: – La smetta di insidiare la mia governante – quindi molla la presa e si stende di nuovo come se nulla fosse.

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Da Popeye, Popeye! di Marco Lipford

Dopo cinque minuti Arturo sudava ed era già visibilmente eccitato, ma non per quanto andava avanti sullo schermo. Nella solitudine di casa sua Arturo avrebbe certo seguito il film rapito, ma quella sera, lì in sala, era diverso: non avrebbe mai immaginato di quali urla repentine, di quali gemiti felini fosse capace Lisetta. La sentiva persino attraverso la cuffia! E lui, nella parte del datore di lavoro, trovava la situazione dir poco inebriante, un contrappasso al contrario: era un parziale risarcimento di tutte le volte che aveva dovuto pagarle il pranzo; o delle volte che lo umiliava davanti ai colleghi per un attacco sbagliato. Il direttore del doppiaggio a fine sessione si complimentò.
– Ottimo lavoro Mela, si vede che lei è un esperto in materia.
Al che Arturo rispose:
– Be’, l’arte amatoria in effetti tira fuori il meglio di me…
– Ma no, intendevo di filmini a luci rosse! – rettificò l’altro, e li salutò.
Negli occhi di Lisetta c’era uno stupore compiaciuto.
– Ma sei stato bravissimo! Dai, andiamo a mangiare una cosa, offro io.

_MG_7487Da Di come Arturo trovò un ottimo contratto e si rovinò la vita di Massimo Eternauta

Erano poche le cose che Arturo avrebbe scambiato con il piacere di stare rilassato sulla sua vecchia e comoda poltrona fumando un Montecristo Tubos n. 3, con il pensiero libero di vagare sul  prossimo lavoro e sulle opportunità che questo gli offriva.
Si trattava di un film pornografico di produzione indiana destinato al mercato occidentale, dato che sul mercato interno il produttore e tutti gli attori avrebbero rischiato la pena di morte solo a parlarne.
Graziani, il direttore del doppiaggio, gli aveva parlato di una produzione in grande stile dove non si era badato a spese.
– Pensi – gli aveva detto – ci sono perfino degli attori che non sono coinvolti nelle scene erotiche, un vero spreco di denaro. Lei interpreterà uno di questi, niente mugolii, dunque, ma vere e proprie frasi che fanno da collante a tutto lo svolgersi del racconto – e quasi non riuscisse a credere alle sue stesse parole aggiunse: – in questo film c’è addirittura una trama!
Poi, dato che ancora non era riuscito a suscitare l’entusiasmo di Arturo, di cui erano evidenti delusione e perplessità, il direttore aveva tirato fuori il suo asso nella manica.
– Questo film – gli disse – è finanziato, con fondi neri, dal ministero per la salute degli indiani all’estero. Come noterà gli interpreti sono tutti ipodotati.
– E questo cosa c’entra? – chiese Arturo in un guizzo d’interesse.

Nel mese di novembre 2013 il Cantiere di Letteratura Notturna ha scritto le avventure del doppiatore Arturo Mela alle prese con il doppiaggio di cartoni animati. Arturo è il personaggio collettivo protagonista della nuova stagione del Cantiere e del progetto “Un libro in cantiere”, in collaborazione con Gorilla Sapiens Edizioni.

Ecco alcuni estratti dai racconti e alcune immagini del reading del 27 novembre.

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Da Coccodrillo Re di Davide Predosin

– Allora, Apple…
– Non chiamarmi Apple, ti prego.
– Ok Arty, questo è il soggetto: una mummia egizia mezzo spappolata, catorcio di bende secche e puzzolenti, un bel giorno, stufa di giacere stecchita, tenta di scatto di mettersi a  sedere, sbatte violentemente la testa contro il sarcofago e ripiomba  in un ancor più misteriosa e postuma seconda morte. Dopo un altro millennio si risveglia e, memore del trauma occorso, riesce con pazienza certosina a forzare il sarcofago, si mette a sedere, si toglie le bende dagli occhi e rimane di sasso. Vede attorno a sé, infatti, tutti gli oggetti che secondo tradizione erano stati disposti attorno al sarcofago per accompagnarla nell’aldilà, ma si rende conto che le imbarcazioni, l’esercito, gli schiavi sono ancora minuscoli, inerti; nient’altro che vile e inutile oggettistica di terracotta. Solo le monete, chissà, potrebbero tornarle utili, pensa. Ne prende una manciata, le ripone tra le bende nel ventre vuoto e, gattoni, attraverso innumerevoli cunicoli, se ne esce dalla piramide. Sola, senza un regno o sudditi, scoprirà a breve di essere a Londra nell’anno 2234.
– Io dovrei doppiare una mummia che si risveglia e fugge dal British Museum nel 2234?
– Esatto, sarà esilarante vedrai…
– In che modo, sarà esilarante?

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Da Il metodo Maurìce di Carlo Sperduti

– Salve a tutti e a tutte, mi chiamo Maurìce.
– Mau…?!
– … rìce… Come forse già sapete, vengo per conto di Anna e Barbara per farvi da insegnante, per così dire, è vero, nel corso di aggiornamento sul doppiaggio de Lo struzzo che corre un casino e il suo antagonista Willy il coglione. Le prime novità dell’ultima serie consistono nella semplificazione del titolo e nella modifica di un tempo verbale. Questo perché il pubblico, è vero, richiede sempre più immediatezza e ritmo, è ormai avvezzo alle logiche dell’intrattenimento audiovisivo e comincia ad avere in odio, è vero, i contenuti troppo didascalici; inoltre non ha più bisogno di storie dal passato, ma vuole che si parli del qui e ora, di qualcosa che può riguardare tutti da vicino. Per queste ragioni Le rocambolesche quotidiane occorrenze desertiche dello struzzo che correva come se non ci fosse un domani e del suo malconcio ed emaciato aspirante catturatore Willy il poco di buono risulta un titolo non più spendibile, per quanto, è vero, geniale.
Arturo tossicchiò.
– Come? – chiese Maurìce.
Arturo tossicchiò.
– Capisco, – concesse Maurìce, – ma non è così che va fatto. Willy il coglione, è vero, va interpretato con meno grazia e più timidezza, più impaccio… provi a pensare di essere sorpreso dalla migliore amica della sua nuova ragazza, per cui prova un’irrefrenabile attrazione fisica, mentre visiona un video hard casualmente scovato in rete di cui sia proprio lei, la migliore amica, è vero, protagonista. Su, provi.
Arturo tossicchiò.

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Da Linea Interrotta di Marco Parlato

La voglia di gelato era così forte che non gli sembrava vero trovarsi di fronte a una coppa gigante fondente e pistacchio con tanto di cialda triangolare, croccante Excalibur da estrarre con cautela.
Addirittura faticava a rimettere insieme l’ultimo quarto d’ora, durante il quale aveva raggiunto la gelateria più vicina, acquistato svelto il gelato per poi rientrare in casa e servirselo in cucina. No, non era andata così. Era un’illusione per non ammettere ciò che aveva appena visto: una matita gigante si era materializzata in cucina e aveva disegnato il dessert.
Riavutosi dai suoi pensieri pronunciò un Aaah di sorpresa, più acuto del solito. Divorò tutto, conservando per ultimo uno spicchio di cialda, da ingollare insieme al gelato sciolto sul fondo.
Soddisfatto, scese rapido in strada per una passeggiata serale. Oltre il portone rimpianse di non avere preso i sigari. Ecco, però, che la matita comparve ancora, tratteggiandogli un Havana sul palmo aperto.

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Da Questione di magia di Patrizia Berlicchi

– Che succede?! – lo interrogò Serena piantandogli addosso uno sguardo impaurito.
– Tranquilla, cara: è solo un calo di tensione. – ribatté Arturo, senza avere la men che minima idea di cosa stesse dicendo.
– Adesso riparte, vedrai.
Ma l’ascensore non si mosse, proprio come gli occhi di Serena su di lui, che ora erano diventati inspiegabilmente accusatori.
– Non c’è proprio nulla di cui preoccuparsi; la luce non è mica… – non fece in tempo a formulare la frase che si trovarono al buio.
– Ho paura! – iniziò a piagnucolare Serena – Voglio uscire di qui, fammi uscire per favore!
Arturo annaspò: era terrorizzato dal buio fin da quando era bambino e dormiva sempre con una piccola luce accesa nella stanza, ma dovette fare buon viso a cattivo gioco; spinse il pulsante dell’allarme e si schiarì la voce:
– Serena, fidati di me: ti prometto che presto usciremo da questo ascensore.
– E come?! Voglio proprio sapere COME FARAI!

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Da Ciao ciao di Leonardo Battisti

– Mela mi guardi, – disse tornando a rivolgersi ad Arturo – mi ascolti – e lo afferrò per il colletto della camicia – lei sta prendendo troppo sul serio le vicende di Tinky Winky e gli altri Teletubbies.
– No, non capisce. Io ho gli incubi. L’altra notte mi sono svegliato con la voglia di fare una palla di neve, ho preso i calzini dal cassetto e ho iniziato ad arrotolarli uno dopo l’altro, uno attaccato all’altro, finché non è venuto fuori questo moloch di spugna e cotone. Me lo sono abbracciato e sono rimasto fino al mattino a gridare felice “morbida la neve, tenera la neve, bianca la neve!”, finché non è arrivata la mia governante portoricana, che è stata costretta, per farmi tornare in me, ad avvolgere il fermaporta di marmo in uno strofinaccio della cucina e a darmelo sulla schiena.

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Da Di come Arturo scoprì tante cose e trovò la sua missione di Massimo Eternauta

– Lo sa a chi appartiene la Ultraphono? Ai servizi segreti! – urlò improvvisamente e sempre nell’orecchio di Arturo, assordandolo. – Bolliwood è una bomba innescata pronta a esplodere.
– Ma chi vuole che guardi i film indiani, sono terribili – disse Arturo beffardo.
– Appunto, una bomba – disse il regista cominciando ad agitarsi. – Si immagina?
Arturo non immaginava.
– Pensi che sono finanziati in maniera occulta dalla CIA.
– Chi?
– Ma come chi? Gli indiani! La CIA finanzia Bolliwood per non farla fallire.
– E perché? – chiese Arturo in automatico ma senza convinzione.
– Ma lo sa, lei, quanti sono gli indiani? Due miliardi sono, ecco quanti sono, e di questi almeno cento milioni lavorano nel cinema tra attori, comparse, registi, sceneggiatori, truccatori, fonici, cameramen, barellieri, DOPPIATORI!
Ad Arturo non tornava la storia dei barellieri ma decise di non indagare.
– Immagini – riprese il regista sventolando la mano destra ad aprire una porta immaginaria sul mondo – immagini lo tsunami che provocherebbe il fallimento del cinema indiano.
– Cento milioni di disoccupati – tentò Arturo.
– Macché! – esclamò il regista. – Qui la volevo! Magari fosse così semplice! Importa un cazzo a me dei disoccupati a bersi l’acqua del Gange, ma oggi c’è la Globalizzazione!