di Massimo Eternauta

Sono il classico pezzo di merda. Almeno così, sono sicuro, mi definisce la maggior parte delle persone che hanno a che vedere con me, che capitano sulla mia strada, quelli che mi pestano i piedi e quelli a cui li pesto io.
Per fortuna i secondi sono più numerosi dei primi.
Sono quello che fa dell’abuso di potere un sistema di vita, uso il tesserino per arrotondare lo stipendio.
Essere stronzo non ha favorito la mia carriera nella polizia forse perché non lo sono stato abbastanza ma soprattutto perché sono un cane sciolto, uno che non condivide, uno che si muove da solo.
Il mio controllo del territorio però è totale, ed è per questo motivo che non mi hanno cacciato, sono capace di mantenere “l’ordine”, niente furti, niente sparatorie, niente scippi, niente di niente.
In questo clima a prosperare sono i veri cattivoni, la malavita organizzata, quelli “niente casini, niente guardie”.
Per le guardie, poi, niente casini niente lavoro e gli abitanti del quartiere sono felici di potersi dedicare con passione alle liti condominiali senza altri pensieri.
Insomma tutti contenti.
Certo, ogni tanto qualche cattivone deve sacrificarsi affinché le guardie non mettano troppo il naso in certe vicende, perché nessuno si insospettisca, perché tutto rimanga come prima.
Allora se c’è qualcuno da arrestare l’arresto io dopo che loro hanno scelto a chi tocca, di chi possono fare a meno per un anno o due, chi non abbia troppi precedenti o una famiglia troppo numerosa.
Dentro starà bene, rispettato e riverito; al ritorno in quartiere si godrà il suo momento di gloria e di riconoscenza.
Con un divorzio alle spalle e tre figli all’università mi devo dare molto da fare, il mio lavoro non termina con l’orario d’ufficio.
Mezzo quartiere mi paga per farmi gli affari miei e per continuare a fare i propri, ambulanti abusivi, edili senza licenza, commercianti, spacciatori, rapinatori, prostitute, magnaccia ecc. ecc.
Tengo tutto a mente, non ho un’agenda (sarebbe pericoloso), non ho un computer (peggio dell’agenda), non ho numeri sul cellulare che non siano quelli della famiglia e dei colleghi. Tutti i miei affari si svolgono faccia a faccia, pugni in faccia, pistola nel costato, calcio della pistola contro la mandibola.
Sono grosso, sono il più grosso, e anche se ormai prossimo alla pensione sono anche il più violento.
Accetto pagamenti di ogni genere anche se preferisco sempre il contante, ma non disdegno essere pagato in natura, dalla frutta alla cocaina, dai televisori ai pompini.
Ogni mio cliente deve essere blandito o umiliato a seconda del suo mestiere o del livello al quale lo esercita.
I magnaccia che arrivano per la prima volta nella mia zona li pesto a sangue davanti alle prostitute che pretendono di proteggere; agli spacciatori alle prime armi sequestro la merce e li obbligo a ricomprarla da me; ai grossi fornitori di droghe mando soffiate sui movimenti della narcotici: a ognuno il suo secondo un sistema meritocratico di cui sono l’unico giudice.
Quando lo vidi riverso sulla sua bancarella con dentro il corpo più piombo che sangue, per la prima volta una vicenda diventava una questione personale.
Non mi era mai capitato sul lavoro, non era professionale e nel mio mestiere a non essere professionali ci si rimette presto la pelle.
Mi doveva 15.000 euro, se c’era qualcuno che lo doveva far fuori quello dovevo essere io.
La verità era che avevo un debole per lui: vendeva libri e i libri, da quando l’avevo conosciuto, erano diventati gli unici compagni fedeli della mia vita.
Vent’anni prima, quando aveva aperto la sua bancarella ai confini del mio territorio – una di quelle con il tetto spiovente che di notte si chiudono con piccole saracinesche – gli avevo fatto notare che la sua licenza non indicava proprio quello spazio e gli avevo raccontato di quanto possono essere stronzi certi vigili e che io li conoscevo tutti e così via con le solite stronzate.
Lui per tutta risposta, senza smettere di ordinare la merce, tirandola fuori dagli scatoloni e sistemandola sul banco, trovò il momento di guardarmi negli occhi attraverso le lenti spesse un dito e dirmi che a lui non fregava un cazzo né dei vigili né delle guardie e finanche del Papa.
Lui vendeva libri, aveva scelto quel posto e se qualcuno gli avesse rotto i coglioni sarebbe andato da un’altra parte perché tutto quello che aveva era il suo furgone e la sua bancarella, e entrambi avevano le ruote.
Non gli mancava però l’intelligenza per capire che mi stavo trattenendo dal dargli un calcio dove fa più male: del Papa non gliene fregava ma dei suoi coglioni, sono sicuro, qualcosa gli importava.
– Le piace leggere? – mi disse, prendendomi alla sprovvista, mentre spolverava un libro con il palmo della mano.
Mentre cercavo una risposta sarcastica che avesse, una volta per tutte, stabilito i rapporti tra noi, mi mise in mano un libro: Delitto e castigo.
– Glielo regalo, – mi disse, – le piacerà.
Rimasi muto come uno stronzo: di regali non ne ricevevo dalla prima comunione.
Imparai presto che il libraio era una persona libera e una persona libera non ha paura di niente perché non è attaccato a niente.
Cercai di ricordare quando era stata l’ultima volta che avevo letto un libro ma non riuscii a ricordare neanche di che libro si trattasse.
Quella sera, tornai a casa da una famiglia del tutto ignara di come passassi il mio tempo e, dopo cena, mi misi a leggere tra lo stupore generale. Che non fossi un intellettuale l’avevano capito e di lì a poco mia moglie avrebbe capito anche il resto, mi avrebbe lasciato e si sarebbe portata via i figli.
Quella notte continuai a leggere e così feci per tutto il giorno successivo e il giorno dopo ancora finché non finii il libro.
Cominciò la mia vita da lettore.
Ogni settimana il libraio mi regalava un libro nuovo come fosse un patto tra me che lo “proteggevo” e lui che mi formava senza che ci fosse però sottomissione da parte sua: non era il mio compenso ma un regalo.
Perché lo facesse lo ignoro e sebbene tra noi, in tutti questi anni, furono ben pochi gli scambi di parole, il nostro rapporto era cordiale e posso dire che il libraio fosse il mio unico amico.
Con il tempo cominciai a essere io a scegliere i libri da leggere e, in quel caso, anche a pagarli mentre continuavo ad accettare quelli che mi proponeva lui.
I libri non cambiarono di una virgola i miei comportamenti ma cambiarono la concezione che avevo di me.
Prima mi credevo un dio, ora avevo capito di essere solo un pezzo di merda.
Compresi l’odio dei miei figli e di mia moglie, il disprezzo dei miei colleghi e le loro ragioni.
Avrei dovuto ucciderlo, invece gli ero grato.
La conoscenza di se stessi è la conquista più grande.
Al libraio, nel tempo, avevo addirittura cominciato a prestare dei soldi, derogando a tutti i miei principi.
Non aveva famiglia, il furgone e la bancarella erano tutto ciò che possedeva e quando gli affari andavano male, puntualmente il furgone si guastava, i libri si bagnavano e così via, tanto per confermare che le disgrazie non vengono mai sole.
Sapevo tutto di lui: era il mio mestiere, e mi ritrovavo a prestargli soldi senza che me li chiedesse, e questo non era il mio mestiere.
Restai ore a guardarlo, lì, riverso sul suo baracchino.
Restai tutto il tempo che i miei colleghi impiegarono a svolgere le loro faccende intorno al suo corpo privo di vita.
Restai fino a quando lo portarono via.
Restai a guardare la sua bancarella mentre il sole tramontava, poi posai il libro che avevo con me, lo misi in ordine insieme agli altri e presi il libro che volevo leggere e per il quale, quella mattina, ero arrivato fin lì.
Presi le sue chiavi – sapevo dove le teneva – chiusi le piccole serrande che proteggevano i libri più dalla pioggia che dai ladri, chiusi il furgone e me ne tornai a casa.
Quella notte non chiusi occhio, i pensieri mi si affollavano nella mente senza soluzione di continuità, senza che uno solo di questi mi desse una spiegazione plausibile.
Nei giorni che seguirono avevo un solo scopo: scoprire chi aveva ucciso il mio amico.
Lo feci in maniera evasiva, mascherando il mio interesse, ma mai come ora le bocche erano cucite.
Sembrava che il libraio non fosse mai esistito, che nessuno lo conoscesse.
Dalla scientifica venni a sapere il calibro dei colpi esplosi ma anche da quello potevo trarre ben poche indicazioni, trattandosi dei proiettili più comuni che fossero in commercio.
Poi la vidi.
La vidi camminare per strada con un braccio ingessato e gli occhiali da sole a coprirle il grosso ematoma che dall’occhio si sviluppava su tutta la parte sinistra del viso.
Era la moglie del capo.
Lo chiamavano il grossista, era quello che riforniva la cocaina a mezza provincia.
La vidi comprare i libri alla bancarella, la vidi parlare con il libraio, la vidi sorridergli, la vidi tenergli la mano quell’istante di troppo mentre si salutavano.
Il mio amico, con i suoi libri, aveva cambiato anche la sua, di vita, l’aveva portata a sognare un mondo diverso da quello di una giovane donna segregata in casa e circondata da ignoranza e violenza.
Il passaggio dai libri al libraio era stato breve e naturale ed era durato fino a quando il marito non si era visto le corna nello specchio.
Lo feci arrestare insieme a gran parte della sua banda e fu facile, perché si sentivano al sicuro, coperti da me: fare il Giuda non è mai stato così piacevole.
Mi hanno dato una medaglia, uno scatto di grado e il pensionamento anticipato.
Il commissario non riusciva a capacitarsi di come un pezzo di merda come me avesse potuto fare un colpo così grosso e colse l’occasione per togliermisi da davanti agli occhi.
Promoveatur ut amoveatur.
Ora vivo sotto una falsa identità, vivo la mia seconda vita: sono diventato un libraio.
Avevo deciso che la bancarella e il furgone mi appartenevano e me li sono presi.
Mi sono trasferito in questa cittadina in riva al mare, il mio posto è in fondo a un pontile che entra nel mare come una lingua di terra.
È il posto dove vengono a passeggiare le famiglie con i bambini, a pomiciare gli innamorati, a gettare la lenza i pescatori, a vendere i palloncini gli ambulanti e ci sono anche io con i miei libri, che piova o ci sia il sole come questa mattina d’inizio primavera.
Li ho visti appena sono scesi dall’auto.
L’autista è rimasto a bordo, ad aspettarli, a cento metri da me, lì dove il pontile poggia ancora sulla terra ferma.
Ci hanno messo due anni per trovarmi, sono un po’ deluso ma forse non avevano fretta.
Li aspettavo.
Sono così vistosi in mezzo alla folla che mi fanno tenerezza: indossano la divisa da killer.
Sono seduto dietro la mia bancarella con un libro in mano e tutto il tempo per prendere la pistola che tengo agganciata sotto il tavolo.
Non ho sensi di colpa, non credo nella morte come espiazione. Anzi, credo che se si vuole riparare ai torti fatti occorre vivere, impegnarsi per fare qualcosa di buono nel tempo che ci rimane e io, di tempo, ne ho bisogno parecchio.
Il primo a cui sparerò non si renderà conto di nulla, il secondo sarà più sfortunato perché quella frazione di tempo che passerà prima che esploda il secondo colpo gli sarà sufficiente a capire di essere il prossimo.
Forse farà in tempo a pisciarsi addosso.
Per questo scelgo il più simpatico tra i due.
Mi preparo a vivere la mia terza vita e premo il grilletto.

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