Archivi per la categoria: reading gennaio 2013

di Marco Lipford

L’allarme echeggia nelle vaste distanze della spianata. Lo sento da dentro l’hangar mentre il tenente colonnello ci congeda e ci fa rompere le righe. Ti guardo mentre indossi la cuffia di cuoio. Gli occhialini penzolano dal cinturino stretto nella tua mano sinistra. Appena hai fatto ci mettiamo sull’attenti, solo io e te, l’uno di fronte all’altro, e ci scambiamo un saluto militare intenso come un abbraccio. Senza parlare seguiamo il battaglione fuori dall’hangar, e mentre salgo sul mio anonimo triplano tu, Manfred, ti dirigi verso il Fokker rosso sangue che ti ha reso la leggenda che sei. Ti seguo, mio Barone, ti seguo come ho fatto dall’inizio di questo conflitto ormai troppo lungo per me. Sono pronto. Do ordine al motorista di avviare l’elica e benché quello riesca al primo tentativo tu mi sei già avanti di una ventina di metri. Ormai ti conosco. I nostri velivoli si staccano incerti dal suolo. La tensione sale. Presto saremo lassù, per l’ennesima volta, ma sarà diverso. Perché stavolta non c’entra il rischio di perdere la vita a mille metri di altezza e precipitare giù, nel vuoto, magari ferito a morte e appena intontito.
Che strano. Fino a poco tempo fa immaginavo come dovesse essere dolce morire così, come Icaro. No. Stavolta la posta in ballo è incomparabilmente più alta. Ci mettiamo in linea con il resto dello stormo, presto incroceremo gli inglesi. E io come al solito resterò nella tua scia mentre fai piazza pulita degli aerei nemici. Ma stavolta non ti coprirò le spalle, stavolta non potrò più mettermi tra te e la contraerea. Questa volta il futuro è scritto. Se ripenso a quando tutto è cambiato, mi viene in mente solo il dolce viso di Henrietta. Prima a terra non c’era nessuno che mi aspettasse, nessuno che piangesse se eventualmente non fossi riuscito a portare la pelle in salvo. Adesso invece è diverso, e se da un lato la cosa mi fa combattere ancora più accanitamente, dall’altro sento che il rischio è diventato troppo grande. Ma tu, eroe che si ciba del proprio valore, non potresti mai capirlo, per questo non te ne ho mai parlato. Siamo in quota, l’aria è rarefatta e mi brucia le guance. È il momento in cui pilota e aereo sono una cosa sola. Il rollio leggero della carlinga ricorda quello di una culla e il paesaggio sotto di noi è una coperta di pezze marroni, verdi, gialle. Sei davanti a me, Barone Rosso, e so che ti fidi del tuo umile scudiero, so che sei cosciente dell’importanza che ho avuto nei tuoi successi, e se il resto dello squadrone sembra ignorarmi, il nemico invece ha capito.
Ci hanno osservato, Manfred, hanno studiato la tua tecnica, e lo sanno che per neutralizzare te devono prima farmi fuori. E non è facile, se un emissario della Regina ha dovuto contattarmi da Londra. Ma non lo sa nessuno, non lo saprà mai nessuno. Nessuno si accorgerà mai che nel mezzo dell’azione la mia mitragliatrice sarà puntata a ore 12. Il merito se lo prenderà la contraerea, tranquillo, non ci sarà disonore. Nessuno penserà mai che ad abbatterti è stato un aereo inglese, figurarsi il fuoco amico. Ho preso accordi sul momento esatto; finirai in terreno nemico, e verrai seppellito con tutti gli onori. Il tuo corpo non tornerà mai in Germania, mio Barone, ma la tua leggenda resterà intatta. Morirai sul campo, da eroe, come hai sempre voluto. E io mi ritirerò; la tua perdita sarà per me il motivo più onorevole per fare di questa che sta per cominciare l’ultima battaglia. Dopodiché sposerò Henrietta e abbandonerò la nostra amata Germania. Mi aspetta una fattoria in Australia e l’eventuale protezione della Regina d’Inghilterra.
Mi stai volando davanti, Barone, e la contraerea nemica comincia a fare fuoco. Sono stanco di questa guerra. Sono stanco della solitudine e sono stanco di me stesso. Non si può essere scudieri tutta la vita, non senza sentire che si sta dando via troppo di sé. Ma anche questo tu non puoi capirlo perché sei nato principe. Così mi sposto dalla tua ombra, in cui avevo a lungo trovato rifugio, e ti ringrazio per tutto ciò che è stato.

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di Gabriele Piretti

A.D. 1386

La sala del tribunale di Falaise era gremita. Di uomini, donne, bambini e diversi animali. C’erano almeno una dozzina di pecore, tre mucche, due cavalli, un asino, ma soprattutto maiali. Fuori, nella piazza del mercato, decine di persone attendevano sotto la pioggia l’esito del processo. Fango, rimasugli d’ortaggi ed escrementi si confondevano sotto la pressione di tante anime in trepidazione.
Il piccolo di Michel era morto una settimana prima. Il padre l’aveva lasciato fuori dalla stalla a giocare con il suo omino di legno. Mentre si accingeva a ferrare il terzo zoccolo del cavallo di monsieur de Beauvoir sentì un grido, che rimbalzò sulle pareti del capanno e poi si spense. Uscì correndo e trovò il piccolo sdraiato a terra. Il naso non c’era più, così come parte della bocca e della guancia, il viso sembrava un crogiolo di sangue. Anche la coscia grondava, strappata di netto, poco sopra il ginocchio. Il colpevole guardò Michel negli occhi e lui vi scorse l’inconsistenza di Dio. Quando si scosse prese tra le braccia suo figlio, che già aveva attraversato la soglia di quel luogo incerto e insondabile che solo i Santi hanno intravisto da vivi.
Con gesti meccanici, Michel adagiò il corpo del bambino su un piccolo lembo di prato ai piedi di un melo e lo coprì con un panno. Prese una corda e la avvolse al collo dell’omicida, che a guardarlo sembrava del tutto inconsapevole del suo gesto. Dopo l’interrogatorio, fu informato dei suoi diritti, pochi per la verità, e passò i giorni precedenti il processo in una cella, sorvegliato.
L’accusa aveva appena pronunciato l’arringa finale, al termine della quale vi furono molti applausi. Una pecora cominciò a belare e uno degli asini le venne dietro. Il giudice prese la parola e dichiarò che il crimine commesso dall’imputato non aveva giustificazioni. La Corte, perciò, accoglieva tutte le richieste del procuratore e condannava l’imputato al massimo della pena, da scontare subito dopo il processo. Il padrone era invece scagionato da qualsiasi responsabilità, dato che la scrofa era stata lasciata a pascolare in una zona lecita, come da accordo sottoscritto privatamente tra lo stesso e il padre della vittima.
In piazza, fu velocemente allestito un patibolo. Il boia fu informato da un messo e giunse a Falaise in un paio d’ore, da un villaggio distante poche leghe. La scrofa fu vestita con abiti da uomo e gli fu attaccata una maschera sul muso, anch’essa umana. Fu issata su un carro che, trainato da un cavallo, fece tre volte il giro del paese. Molta gente si affacciava ai portoni, o alle finestre, e lanciava ingiurie e ortaggi allo spietato assassino. Altri andavano dietro al carro e insultavano la bestia, la punzecchiavano con punte di ferro o la frustavano. L’animale si rigirava spaventato sul carro e grugniva.
Finito il giro, venne condotto al patibolo, dove il boia sedeva su una panca, dietro a un tavolo su cui erano poggiate diverse lame affilate. Gli animali furono messi in prima fila e ognuno di essi manifestava il proprio spaesamento con il verso che Dio gli aveva concesso. Lo sguardo degli abitanti di Falaise era concentrato sull’animale, che ora era salito al patibolo, tragico e ridicolo nelle sue vesti cristiane. Un frate, dopo aver chiesto alla scrofa se voleva i sacramenti, non avendo risposta dichiarò che essa li rifiutava, con gran disappunto del pubblico, che infierì sull’animale con sassi e altra immondizia.
Poi il boia legò stretta la bestia a un palo e con gesti sicuri le amputò il naso e tagliò la guancia grassa. L’animale strillò e cercò di strappare la corda, tirando e mordendo. Il carneficie, sordo alle grida di qualsiasi essere vivente, terminò quella prima parte del suo ministero asportando la coscia della scrofa assassina. Il sangue scese a fiotti e gli animali, assai più sensibili di noi all’olezzo del terrore, si fecero irrequieti. I cavalli abbassarono le orecchie e scalciarono a vuoto, i maiali lanciavano grida che nessuno dei presenti accolse come un pianto, o una richiesta di clemenza.
Quando fu appesa per le zampe posteriori e lasciata penzolare a mezz’aria, la scrofa grugniva ancora. Il sangue le colava copioso soprattutto dove un tempo erano stati il naso e la coscia. Le campane suonarono le cinque pomeridiane. A poco a poco, la folla si dissipò e gli animali furono riconsegnati ai proprietari. Non pioveva più, così fu preparata una pira che poco dopo ardeva fiamme rossastre. L’animale, ormai morto, venne trascinato vicino al rogo e poi gettato dentro, con i vestiti ancora indosso. Più tardi rimanevano ancora dei barbagli dorati e illuminare la notte. Al mattino, della scrofa assassina erano rimaste solo poche ceneri risparmiate dal vento e due pezzi di stoffa.

di Patrizia Berlicchi

E così ora nella Torre ci fanno il cinematografo! Io non me ne faccio capace, Santa Rosalia! Tu ci vai a vedere il cinema e il tuo bisnonno c’è morto, là dentro, dimenticato da Dio e dagli uomini…
Siediti qui, Salvatore; nonna ti vuole cuntari la storia del tuo bisnonno, ca tu ci porti il nome. Era giovane, beddu e valenti quando l’hanno rinchiuso nella Torre, che a quel tempo era una prigione. Ma lui non ci entrò con disonore, ca fu vittima della prepotenza di un uomo potente. Una sera rientrava a casa dalla bottega – era un falegname eccellente – quando all’improvviso tre picciotti ubriachi gli si pararono davanti, prendendolo a male parole. A un certo punto uno di loro cacciò fuori il coltello e lui, meschino, per scansare il colpo si abbassò: quel disgraziato cadde a terra infilandosi il coltello nello stomaco, ma siccome era il figlio del barone Accorsi, il tuo bisnonno fu incolpato di averlo ammazzato lui. Una tragedia fu; la tua bisnonna, Rosalia, aspettava a tuo nonno. Sarebbe nato in primavera.
Il fatto a gennaio successe. Siccome aveva il mestiere, finì al rastiglio, un grande capanno che stava dentro la Torre dove ci stavano pure i fabbri, i sarti, i vasai, tutti gli artigiani insomma, e quelli erano i più fortunati perché agli altri toccava il lavoro nelle cave o nei campi. La tua bisnonna lo andava a trovare tutti i giorni perché ai paesani era concesso di entrare alla Torre per servirsi dei carcerati, ca tanto ’u travagghiu se lo compravano certi che li pagavano due soldi e li facevano lavorare come schiavi.
Tutti i santi giorni Rosalia se lo vedeva incatenato alle mura del rastiglio; le si spezzava il cuore al pensiero che il figlio che portava in grembo sarebbe cresciuto senza un padre. Salvatore non si dava pace; diceva sempre: “Un potti mancu allestiri di fabbricari la naca pi mè figghiu!” Ma appena nacque tuo nonno Peppino sua madre subito ce lo portò alla Torre, perché imparasse a non avere vergogna del padre rinchiuso, ca lui innocente era.
Poi arrivarono giorni di tempesta.
Passò un anno esatto – era il mese di gennaio del 1848 – e da Palermo giunse fino ad Agrigento la notizia che i rivoluzionari stavano cacciando i Borboni. Presto la rivolta arrivò pure qui: insorsero gli abitanti della borgata molo e, approfittando della confusione, un gruppo di forzati che stava nei campi se ne scappò. In poco tempo iniziarono ad arrivare pure dai paesi vicini e si radunarono tutti sotto la Torre: erano i parenti dei carcerati che venivano a riprendersi il figlio, il padre, il marito.
Ci andò pure Rosalia insieme a suo fratello, ad ascoltare le grida disperate e le bestemmie di quegli sventurati che chiedevano di uscire. Ma mica dalla Torre chiedevano di uscire, meschini, bensì dalla fossa dove erano stati ficcati per ordine del comandante. Si seppe poi che il Maggiore, temendo che i reclusi insorgessero, li aveva fatti entrare tutti nella fossa, una buca maledetta scavata sotto il livello del mare, dove ci viveva una parte dei prigionieri ca manco le bestie… Dopodiché aveva dato l’ordine di chiudere le grate. Passarono due giorni e le voci, che s’erano fatte sempre più deboli, non si udirono più: soffocati morirono, mentre il Maggiore se ne scappava. Alla fine, la folla ai piedi delle mura se ne tornò da dove era venuta.
Rosalia non lo rivide mai il suo Salvatore, ma i giorni appresso vide i corpi lividi, accatastati sui carri che passavano lungo la via principale del paese.
Partì da Agrigento con Peppino per raggiungere una cugina a Porto Empedocle. Non fece più ritorno a casa sua. Ora capisci, Salvatore, perché ci vado malvolentieri alla borgata molo, e tantomeno potrei mettere piede dentro la Torre; ci sentirei ancora i lamenti di quei derelitti, chiddi ca cu cunta la Storia, unni parla mai.

di Davide

Sono rimasto appeso nudo alla corda per un tempo che m’è parso infinito et dolorosissimo.
Ora, dopo avermi applicato lo schiacciapollici, mi hanno lasciato in questa cella a riflettere, dicono, sui miei peccati.
Ho continuato a ripeterlo per tutta la durata delle torture che non sono altro che un converso cistercense e che, è chiaro, i monaci delatori devono aver frainteso. Ma l’inquisitore domenicano che mi interroga sembra proprio convinto io sia un Cataro Albigiese.
E pensare che non ho cercato che un posto dove dormire e una porzione giornaliera di pane, per lavorare da mane a sera le terre dei monaci…
Eppure dovrebbero essere in grado di distinguere un laico incolto, figlio di un mugnaio di Carcassonne, da un dotto e sofisticato eretico, convinto che la purezza si raggiunga con la morte stessa…
Il fatto che mi si attribuiscano tali ossessioni m’offende più di queste stesse torture… e continuo a non capire come siano arrivati a me.

Improvvisamente rammento che una sera, prima di coricarmi, bevendo una tisana di finocchiella selvatica con alcuni monaci, devo aver raccontato di certi miei parenti di Albi, cugini di quarto grado da parte di madre…
Ma questo francamente non sembra sufficiente, no, neanche per il più crudele inquisitore; ci dev’essere qualcos’altro nelle accuse dei testimoni.
Se solo mi spiegassero cosa ho fatto, invece di impormi continuamente di confessare.

Devo capire, prima che tornino e ricorranno all’artiglio di gatto.

In effetti, potrei aver destato sospetto nell’Abate Guido di Molesme, in visita un giorno al monastero.
Non so che mi prende, la mattina, dopo essermi lavato il viso alla fontana. Per quanto continente, infatti, sono vittima anch’io di una peccaminosa debolezza, che consiste nel far smorfie davanti al piccolo specchio di metallo che porto sempre con me nella bisaccia quando vado a lavorare nei campi.
Si tratta di una gioia immotivata, che si manifesta contro la mia volontà, con produzione di fischi, versi aspirati e suoni gutturali abominevoli…

È pur vero che un Cataro che conobbi a Cluny, e che anch’egli in tale deliquio mi sorprese, mi rassicurò, interpretando il mio eccesso – non essendo io abbastanza colto e intellettuale per pregare rettamente, disse – come gioiosa convulsione innescata per fuggire il mondo e innalzarmi a Dio…

Ma quella mattina l’abate, ora ricordo, distolse lo sguardo, e io colsi, sì, un mal celato raccapriccio nei suoi occhi, a cui lì per lì, tanto abbondante era in me la convulsa idiozia, non avevo fatto caso.
Se non mi immaginò posseduto, certo mi credette Cataro.
Vogliono confessi il falso e lo farò, appena fermano questa morsa infernale e mi permettono di articolare la bugia e l’abiura che mi daranno la libertà.

di Gabriele Piretti

Io e Ulrico, amici inseparabili, camminavamo tra i boschi con i nostri commilitoni, al seguito dell’Imperatore fattosi crociato. Ulrico puzzava come una capra. Non si lavava da giorni perché l’unica fonte d’acqua disponibile era quella del fiume Saleph che scorreva a una trentina di metri da noi. Ma era troppo fredda per lui. Io avevo stretto i denti e mi ero dato una sciacquata.
Guardai lontano, oltre elmi impolverati e schiene sudice. Il Sacro Romano Imperatore, Federico I Hohenstaufen, si teneva aggrappato al collo del suo enorme cavallo da guerra, oscillando pericolosamente, tanto che i quattro scudieri camminavano vicino alla bestia, nel caso in cui il Grand’Uomo avesse perso l’equilibrio.
Le truppe erano nervose. Marciavamo da giorni, nei più insidiosi territori e acerrimi climi, sradicando villaggi e soddisfacendo i nostri pungenti vizi su donne e bambini. I selgiuchidi, dopo che avevamo attaccato il Sultano Qilij Arslan II, avevano smesso di attaccarci, ma la Terra Santa era ancora lontana e l’esercito allo stremo.
Gerberto di Magonza si avvicinò a me. Aveva in mano un pezzo di pane. I suoi denti marci emanavano un fetore ignominioso.
– Barbarossa tra un po’ ci casca da cavallo, – disse.
– Sta’ buono, Gerberto. Mangia il pane, – consigliò Ulrico.
Guardai il sole. Il suo fuoco faceva risplendere le nostre armature e cuoceva le teste. Lo scudiero di Gerberto cadde dal mulo. Gli occhi erano vitrei e la mascella si era serrata in una smorfia spaventosa. Braccia e gambe si muovevano impazzite, come se il suo corpo fosse preda di un demonio. Uno dei giovani mori, che interpretava per noi l’orrida lingua turca, s’inginocchiò a terra e cominciò a blaterare nel suo idioma.
– Jinn. Allah hu akbar. Allah hu akbar! – gridò.
Un soldato lo colpì sulla schiena e quello fuggì piagnucolando tra i cavalli.

Passammo la notte inquieti a guardare stelle lontane. L’alba salì dai monti. Il Tauro svettava lontano, come una punta di freccia nel cielo, le estremità imbiancate di candida neve.
La marcia riprese. L’Imperatore sembrava star meglio. Gli scudieri non gli stavano più addosso e teneva le briglie con sicurezza. Due monaci ci passarono a fianco, benedicendoci e bagnandoci d’acqua consacrata.
– Et benedictio Dei omnipotentis: Patris et Filii et Spiritus sancti descendat super vos et maneat semper.
– Amen, – risposi.
Verso il mezzodì ci portarono il rancio. L’Imperatore scese da cavallo e venne adagiato su una lettiga. Mi chiesi il motivo per cui non gli togliessero l’armatura. Ma forse, senza di essa, sarebbe sembrato ancor più vecchio e vulnerabile.
Ci venne concessa un’ora di riposo. Sorpresa gradevole e al tempo stesso foriera di cattivi auspici. Io e Ulrico passeggiammo lungo le sponde del Saleph. Una giovane infedele ci guardò curiosa e spaventata dall’altra sponda. Ulrico le fece dei gesti osceni. Dio lo guardava ed era sicuramente contento. Egli sapeva della nostra buona missione. Riprendere Gerusalemme, riportare la sua magnificenza nella Chiesa del Sepolcro. La mia spada era ancora incrostata del sangue dei turchi. Ulrico si tirò giù le brache e defecò. Poi prese i suoi escrementi e li lanciò verso la contadina. Ma il tiro cadde in acqua.
Bevemmo del liquore di dattero, uno dei tanti tesori di un saccheggio. Ci raccontammo qualche storia di donne e io sentii il bisogno di un corpo caldo. Ulrico provò a toccarmi.
– È peccato. Non possiamo farlo durante una santa missione, – dissi.
– Tra qualche giorno ogni nostra colpa verrà lavata. Prenderemo il sangue dei mori caduto sulla terra benedetta e lo spalmeremo sulle nostre facce. Così saremo di nuovo senza macchia.
– Ora non voglio.
Mentre tornavamo verso il campo vedemmo il Barbarossa venire verso il fiume, accompagnato dagli scudieri e da due sacerdoti. Uno schiavo moro teneva sopra di lui un telo retto da un’asta. L’Imperatore ci guardò e si piegò, come se avesse mal di pancia. Rovinò a terra, sui ciottoli in riva al fiume e gli scudieri lo tirarono su. Ora aveva uno sguardo febbrile e crudele. La sua barba riccia, ormai più grigia che rossa, era impregnata di cibo.
– Voglio fare un bagno. Ho caldo, – disse.
– Vostra Maestà non dovrebbe, – disse uno scudiero.
Si gettò nel fiume Saleph, con tutta l’armatura. Emise un gemito, ma poi sembrò che quel bagno avesse poteri taumaturgici. L’Imperatore si lasciò avvolgere dalle acque, che correvano veloci e impetuose.
– Lasciatemi solo, per qualche tempo, – disse
Gli scudieri e i sacerdoti si guardarono perplessi.
– Lasciatemi, ho detto! – urlò
– Come vuole Vostra Maestà.
Si allontanarono e così facemmo noi.
Proprio in quegli istanti alcuni soldati avevano organizzato una gara di lancio. Si prendevano sassi e altri oggetti pesanti e si lanciavano il più lontano possibile, cercando di centrare il Saleph. Nessuno poteva vedere la sponda, perché era coperta da alcuni cespugli. Gert il Bavarese era un energumeno di un paio di metri e aveva una tale forza che combatteva con due pesanti asce. Aveva preso un tronco e roteando per un paio di metri lo aveva poi scagliato, tra le risate del gruppetto. Il pezzo di legno vorticò in aria e passò qualche metro sopra di noi, colpì la fronda di un albero curvato sul fiume e scese velocemente verso l’acqua.
Non vi fu il tempo di fare alcunché. I miei occhi colsero l’espressione ignara, rilassata e in quel momento tragicamente idiota dell’Imperatore. Il tronco gli colpì la nuca e il vegliardo andò giù. Il suo corpo riemerse poco dopo, preda della corrente. Gli scudieri corsero e io e Ulrico li seguimmo. I monaci rimasero impalati sulla sponda, a pregare. Riuscimmo a recuperarlo diversi minuti dopo, perché era rimasto attaccato a una rete impigliata tra due sassi spigolosi. Lo portammo a riva, ma era già morto. Federico I Hohenstaufen, il grande condottiero, l’erede di Carlo Magno e Ottone I, il gigante che aveva fatto piangere i pontefici romani, aveva abbandonato le sue spoglie mortali a causa di un tronco d’albero lanciato per gioco da un sudicio contadino della campagna bavarese.
Tanto incredibile fu quella dipartita che ci fecero firmare un voto al silenzio. Sulle circostanze della morte non fu data alcuna spiegazione a gran parte dell’esercito che, sfiancato da tempo, si dissolse in pochi giorni. Anche io e Ulrico riprendemmo la strada di casa. Non avremmo visto la Terra Santa e questo ci diede un gran dispiacere, anche perché speravamo entrambi che le nostre azioni ci avrebbero consegnato un bel nullaosta per il paradiso. Ci confortammo nel constatare che, comunque, di infedeli ne avevamo ammazzati molti.