Archivi per la categoria: reading febbraio 2013

di Osvaldo Amari

Pippo e Maria si erano conosciuti nel 1975, frequentando la stessa sezione del PCI; Pippo ventenne, lei poco di più. Lui timido, occhialuto, sempre pronto ad arrossire, Maria alta quanto lui e sicura di sé quel tanto di più.
Pippo la studiava con attenzione, belle gambe e bel seno (erano la sua fissazione), ma difficili da vedere; lei vestiva maluccio, acquistando con poche lire al mercato dell’usato di Gaeta.
Pippo e Maria si vedevano anche fuori dalla sezione, al cinema, a Villa Ada, a casa di lui quando i genitori andavano a raccogliere la cicoria dalle parti di Villa Adriana. Parlavano di Godard, Gaber, Bob Dylan e Kubrick, litigavano a causa della collocazione politica di Lucio Battisti ma ascoltavano De Andrè abbracciati sul divano; le cose non andavano così bene quando chiudeva gli occhi e desiderava spogliarla di quei goffi vestiti da bancarella. Arrossiva, si girava oltre e ammutoliva. Maria, invece, manteneva il rapporto con Pippo sul piano intellettuale, fingendo di non vedere quei rossori, i gonfiori, le fugaci visite di Pippo in bagno. Una sola notte, nell’estate del 1976, allo stand ristorante della festa dell’Unità, per fare la guardia a fagioli e salsicce, stanchi, abbandonarono i corpi sotto un lungo tavolo di legno, così, sull’erba.
Lui l’abbracciò da dietro, lei accettò il corpo di Pippo che la riparava dal freddo. Lui le avvolse il seno dopo averci pensato più di un’ora, lei finse di non accorgersi che quell’abbraccio era qualcosa di più e soprattutto di quanto fosse costato a Pippo. Aveva le carotidi gonfie, le tempie pulsanti, la testa dolente, i pantaloni gli scoppiavano, e Maria, girandosi appena, un sorriso innocente, gli posò un tenero bacio sulle labbra e gli disse: – Dormiamo, Pippo, chi vuoi che prenda le salsicce? Poi quando ci svegliamo, mangiamo qualcosa.
Pippo finse di dormire e strinse il suo abbraccio avviluppandola. Maria, di mestiere, allentò la morsa. Pippo, imbarazzato, sentì dell’umido nelle sue mutande ascellari dagli elastici alti 4 centimetri, guardò a lungo il soffitto fatto dal tavolo di legno, ma alla fine il sonno giunse.
La festa dell’Unità finì, passò l’estate. Maria dopo alcuni mesi partì per frequentare l’Università a Messina. Era una fuori sede e la famiglia non poté più mantenerla a Roma. Si interruppero le speranze di Pippo, e forse per lui fu un bene, fermarsi a pensare alla sua timidezza, alle sue incapacità di relazione. Sì, come la volpe con l’uva disse tra sé e sé: “in fondo si vestiva male, forse non mi è mai piaciuta veramente ’sta stronza, e quei suoi nervosismi improvvisi non mi sono mai andati giù, e poi frequenta siciliani fanfaroni che portano dal paese un vino così forte e cattivo”.
Il tempo passa, il PCI si divide, Pippo vaga senza meta per la sinistra più o meno istituzionale.
Nel 2012, negli stessi giorni, ci sono le primarie di SEL e del PD. Pippo cura la raccolta dei voti di SEL. La sezione è a Roma, in via Luciano Manara. “Che strano” pensa, “la porta accanto ospita le primarie del PD, quasi quasi entro e curioso un po’”.
Ma Pippo è timido, si vergogna e si blocca. Anche nel 2012 gli affidano il compito di vigilare la notte sulle schede; lettino comodo, stufa, bagno, cena al ristorante, insomma sezione confortevole.
Maria nel 2010 era tornata a vivere a Roma per seguire suo marito malgrado fossero vicini alla separazione. Dopo un anno e mezzo divorziarono; sola, sfiduciata, parte per il cammino di Compostelle e al ritorno trova la sezione del PD vicino casa e comincia a frequentarla; non ha cercato nessuno dei vecchi compagni, 35 anni sono troppi, forse non aveva dimenticato Pippo, ma sentiva un peso nell’incontrarlo.
Maria è chiamata ad aiutare la sezione in occasione delle primarie, conquista la fiducia dei suoi compagni e si offre di rimanere la sera a vigilare; ma Maria è curiosa e più coraggiosa ed entra nella sezione SEL, proprio la porta accanto.
Maria e Pippo, si incontrano e si riconoscono e rimangono di sasso. Sono ambedue più distinti: Pippo meno goffo, Maria elegante, e sembra anche più bella, perché finalmente Pippo può guardare il suo seno e le sue gambe. Maria ha imparato a essere più seducente e sa di essere ancora molto attraente, ma Pippo non ha appreso l’arte di guardare senza farsi notare. Si raccontano tutta la vita in pochi attimi, compreso il cammino di Saint Jacques, mentre gli ultimi elettori spazientiti tardano a votare. Pippo ha ancora una volta le carotidi gonfie e le tempie pulsanti (ma adesso prende i farmaci per la pressione alta), Maria guarda Pippo per la prima volta, dopo 37 anni, con interesse. Concordano un appuntamento per la fine delle operazioni di voto, scoprono così che entrambi devono fare la vigilanza, come nel 1976. Pippo si fa sostituire per 30 minuti e corre a comprare una bottiglia di Gattinara (una fortuna); Maria corre in bagno a spruzzarsi il suo Opium, specialmente sul décolleté; Pippo questa volta non deve sforzarsi di fingere, può dilagare nel suo risvegliato interesse per Maria. Giunge la sera e la chiusura delle urne, Pippo entra, bevono accompagnando il vino con parole, risate, storie, qualche lacrima e del buon formaggio e pane di grano duro, osservati con bonaria severità da una gigantografia di Enrico Berlinguer.
Pippo smette di parlare. Maria, chinandosi per recuperare una crosta di pane, lascia vedere il suo seno, il reggiseno ha dei contorni di merletto, si china anche Pippo e le teste si scontrano; sì, sono ancora un po’ goffi, lui e lei; ridono, Pippo osserva gli occhi di Maria, non si era mai accorto che fossero così umidi, o forse lo erano solo stasera? Maria ha delle dita magre e le unghie ben curate. Il suo sorriso è caldo e invitante, Pippo è rosso come il Gattinara bevuto a metà (troppo forte, cazzo, qui rischio di collassare); coraggio Pippo, sembra dire Maria. Lui le accarezza i capelli, le tempie scoppiano, poi le labbra, lei accenna a baciare le sue dita, una leggera umidità travasa dalla sua bocca, Pippo sembra accecato dalla passione, le sue mani scendono non proprio leggere sul seno di Maria, questa volta non si cura di nascondere il sesso gonfio che spinge, lei se ne accorge e vi appoggia lieve una mano. Non ci sono più freni ormai, si baciano con vigore, tenendosi stretti, il respiro è pesante mentre i loro corpi cominciano a ondeggiare desiderando di unirsi. Pippo, nonostante la passione, sta ripercorrendo i suoi ricordi e tutte le occasioni perdute con lei a parlare di Gramsci, Godard e Buñuel, è felice ma si accorge di serbare un po’ di rancore, ma stavolta me la scopo Maria, pensa, gettando un occhio furtivo a Berlinguer.
Maria tocca avidamente i glutei di Pippo che tenta di sollevare l’unico blocco dei 2 corpi per costringerla sul lungo banco dove ci sono anche le urne. Non è facile, Maria è alta, i seni puntati sul cuore, Pippo perde l’equilibrio, la massa informe dei corpi rovina su un’urna di schede votate trascinandola nella caduta. Il cartone, sotto il peso della passione, si sfonda disperdendo sul pavimento centinaia di schede. Pippo e Maria si lasciano vincere dalla gravità gettandosi sul letto di schede in un’alchimia di sensi, carne, carta, affanni e polvere.
Pippo, sai che facciamo? Dormiamo qui, adesso, tu mi abbracci da dietro per scaldarmi, domani mattina finiamo pane e formaggio e poi rimettiamo tutto in ordine.

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di Carlo Sperduti

Dirottando le mie indagini sui misteri di natura sessuale ero sicuro di attirare l’attenzione. Il passaparola, infatti, mi trasformò in breve tempo da semplice eccentrico a una versione pornografica di Dylan Dog: più di qualcuno giurava che il mio campanello riproducesse fedelmente un clitoride e accogliesse gli avventori con sonori orgasmi, tanto che all’ennesima delusione dell’ennesimo cliente ne feci installare uno fatto a quel modo. La voce continuò a girare e venne il giorno in cui un giovanotto mi accusò di parzialità, seguito a breve distanza da un’azzimata settantenne. Posizionai allora un secondo congegno all’altro lato dell’ingresso, a forma di glande: basta afferrarlo per ottenere uno schizzo e un virile grugnito di soddisfazione. A ognuno, dunque, il modo più gradito di segnalare la sua visita.
La stragrande maggioranza dei clienti viene a trovarmi di persona, per motivi “scenici”. Alcuni inventano dei casi improbabili, pur di entrare nell’appartamento dell’investigatore del sesso.
Trovai quindi strano che Maddalena, ancor prima di sottopormi il suo caso, espresse la volontà di limitare i nostri rapporti alle sole conversazioni telefoniche.

Sollevata la cornetta, udii una voce di ragazza la cui naturale timidezza, domandando dell’investigatore Mafferra, duellava all’ultimo sangue con una fermezza di propositi non comune. Tuttavia, bastò il mio “Sì, sono io, in cosa posso esserle utile?” a innescare un mutamento radicale.
Maddalena iniziò a mugolare nel mio orecchio destro chiedendomi di continuare a parlare. Ogni volta che tentavo di richiamarla alle più elementari norme di decenza telefonica, l’intensità dei miagolii aumentava e venivo aggiornato sulla sua temperatura corporea e sull’umidità crescente della sua vagina. Quando mi confidò un incontrollabile desiderio di prendermelo in bocca per poi procedere a un rapporto anale, la mia corazza deontologica dovette incrinarsi, perché il pene prese a pulsarmi con tanta ostinazione che fui costretto, azionato il vivavoce, a menarmelo a più non posso. Ci fu una certa sintonia, al punto che quando mi disse che “Solo Maddalena ti fa godere così tanto” ¬– così seppi il suo nome – e urlò in preda a un violento orgasmo, non mi contenni.
La prima goccia, oltrepassando la scrivania sulla quale mi ero immaginato Maddalena piegata a novanta gradi, si unì indissolubilmente alla moquette; le altre piovvero in varie direzioni e le ultime su alcuni appunti. Mi pulii e tentai di asciugarli alla meno peggio. Avevo centrato le sillabe iniziali della parola “ninfomane”. Mentre notavo il fatto, la voce di lei riacquistava un tono ordinario.
– Salve, mi chiamo Maddalena. Prima di ogni altra cosa, la informo che non sarà possibile incontrarci. Se accetterà il mio caso, le nostre conversazioni si svolgeranno al telefono…
Non mi raccapezzavo: sembrava aver rimosso del tutto l’accaduto. Ne ebbi conferma quando mi raccontò di essere diventata di punto in bianco incapace di qualsiasi atto sessuale. Allo stesso tempo, disse, aveva sempre una certa sensazione… con qualche perifrasi mi fece intendere di essere perennemente arrapata.
Il caso era complesso. Le chiesi perché non voleva vedermi. Mi spiegò che da quando si era manifestato il problema non reggeva la vista degli uomini: era pressoché barricata in casa. Accennò ad alcune difficoltà con i coinquilini, ma proprio quando indizi supplementari sembravano lì lì per venire alla luce, ricominciò a mugugnare. A grandi linee, si ripeté la stessa scena di poco prima: lei prese a masturbarsi sussurrandomi oscenità e io finii per cedere. Dopodiché, per la seconda volta, la sua voce ridivenne normale e mi domandò l’ammontare della parcella.
Ero stremato. Simulai un problema di linea e riagganciai.
Temendo che potesse richiamare staccai il telefono per più di un’ora, ma per ovvie ragioni non potevo rinunciare più di tanto alla mia reperibilità.
Per giorni ammonticchiai informazioni a intermittenza tra una sega e l’altra. La ricostruzione della vita recente di Maddalena fu lenta e complessa: dopo ogni nostro rapporto, infatti, ripeteva in parte o per intero informazioni di cui ero già a conoscenza. Tuttavia, riuscii a farmi un’idea della faccenda.

Maddalena perde la memoria dei rapporti carnali nel momento stesso in cui prova un orgasmo. La vista degli uomini la mette a dura prova perché tende a saltargli addosso. Dopo alcuni spiacevoli episodi in pubblico, ha optato per la clausura. I suoi coinquilini si sono accorti dell’insolita situazione – improbabile il contrario, del resto – e ne approfittano regolarmente. Credo che la loro tecnica consista nel sedurre Maddalena negli spazi comuni – in cucina, in bagno o in corridoio – prestando attenzione a non farla venire. In questo modo, mentre Maddalena si procura l’orgasmo che le è stato negato, hanno il tempo di dileguarsi. A cosa fatta, Maddalena la dimentica e si ritrova da sola, con una mano inspiegabilmente umida fra le gambe, in quelli che crede tentativi frustrati di autoerotismo.

Fra qualche giorno saranno trascorsi due anni da quando ho iniziato a occuparmi di Maddalena. Non l’ho mai messa a parte delle mie conclusioni: il mio metodo impone l’eliminazione di ogni sorta di dubbio. Si tratta di situazioni delicate, e qualora le mie congetture si rivelassero anche solo in parte fallaci, la sua fragile condizione psicologica ne risentirebbe.
Procedo così a un’indagine scrupolosa: dovessi impiegarci tutta la vita, risolverò questo caso.
Maddalena è consapevole del lungo percorso da affrontare e della necessità di procedere con costanza e dedizione. Per questo motivo ci sentiamo almeno tre volte al giorno.

di Marco Lipford

La stanza aveva specchi per pareti. Un cubo regolare al cui centro troneggiava un normalissimo letto a due piazze. Lui scortò dentro la sua preda, una donna di una decina di anni più grande, molto piacente. Lei si sedette sul letto e fissandolo con aria di sfida cominciò a togliersi le scarpe. Lui la guardò di rimando e si tolse la giacca di velluto. Con un guizzo si sfilò la camicia dall’alto e rimase a torso nudo. La raggiunse. Con due dita le alzò il viso, la baciò con trasporto e poi si adagiarono sul materasso. La sua mano le carezzò le cosce, tra di loro solo il nylon delle calze, e poi viaggiò sotto la gonna. Lei si fece languida. Aveva delle rughe leggere sotto gli occhi che a lui piacevano tanto, e che erano ormai requisito indispensabile di ogni donna che entrava nella stanza degli specchi. Le aprì la camicetta e con pochi gesti esperti la liberò della gonna e dei collant.
– Cosa c’è? – chiese lei sussurrando, vedendo lo sguardo di lui dritto avanti a sé. Poi fu colta dall’intuizione: – Ah, certo… ti piace proprio vederti mentre fai l’amore, eh?
In effetti la peculiarità della stanza era ingannare l’occhio fino a fargli credere che fosse piena di amanti tutti perfettamente sincronizzati. – Non la spegniamo la luce? – domandò non appena lui le fu sopra.
– Non ancora – rispose deciso, e toltole quell’ultimo avamposto di difesa che erano gli slip, la penetrò lentamente. Lei gemette appena, e inspirò a fondo l’odore di lui, un misto di dopobarba e lavanda.
Nemmeno il tempo di accelerare il ritmo però, lui si estrasse e le fece cenno di girarsi. Lei non fece obiezioni e anzi obbedì alle sue intenzioni. Si ritrovò con il viso a quindici centimetri dallo specchio e i capelli che le scendevano davanti. La lingua di lui la fece trasalire, ma fu solo un attimo prima di abbandonarsi alla diffusa eccitazione che si irradiò da lì. Appena il tempo di entrarle dentro un’altra volta e si staccò. Lo vide scendere dal letto e allontanarsi, non si era mai tolto le mutande.
– Resta esattamente così, – le intimò prima di aprire la porta, un varco nello specchio.
La cosa la turbò, ma approfittò per guardare il suo riflesso e controllare che fosse tutto in ordine. Non ricordava nemmeno come si chiamava. Realizzò che nell’arco di quella serata non glielo aveva mai detto, e sorrise sentendosi un po’ imbarazzata, ma inequivocabilmente eccitata. Si era avvicinato in pista, ballando, e il resto era venuto da sé.
Lui rientrò senza chiudere la porta. Era ancora visibilmente eccitato, e lei aggrottò la fronte. – Ma… che sei andato a cambiarti le mutande?
Si guardò solo un attimo, poi disse: – Ssssh! – e si piazzò dietro di lei. Il suo tocco adesso era diverso, ma sempre appassionato. Le divaricò un po’ di più le gambe per aggiustare il tiro e poi si spinse dentro con vigore crescente. Prima di farla andare troppo su di giri si sporse per spegnere la luce. Ora l’oscurità dominava la stanza, e i loro ritmi raggiunsero infine l’unisono. Le era capitato raramente di incontrarsi all’apice del piacere nello stesso momento del partner e, sincronia a parte, non aveva mai incontrato un uomo che tornasse alla carica con così poco intervallo tra un orgasmo e l’altro. Le sue mani la percorrevano dappertutto, ed erano così calde ed esperte che a un certo punto le sembrarono moltiplicate.
Crollò un paio d’ore dopo, alla fine di una battaglia di gemiti e sospiri, e l’ultimo pensiero cosciente fu il dolce sospetto che il suo amante sarebbe andato avanti ancora, e volentieri. Al mattino, quando si salutarono sulla porta, lui guardò dal vetro il sorriso complice di lei sparire inghiottito dall’ascensore.
Tornato in casa, si diresse alla stanza degli specchi e si fermò sulla soglia, l’espressione colpevole ma compiaciuta. La sua immagine si rifletteva innumerevoli volte. Uno di quei riflessi parve quasi staccarsi dallo specchio, ma si trattava in realtà di uno dei riquadri che si apriva. Ne uscì un uomo identico a lui, in tutto tranne che nell’espressione corrucciata. Il nuovo arrivato si mise a braccia conserte. – Lo scherzetto delle mutande poteva costarci caro, sai? Devi stare attento! – lo ammonì.
– Hai ragione fratellino, perdonami, – gli rispose lui. – È stata una svista. E comunque, – ghignò – è stata una gran bella notte, direi.
L’altro ci mise un po’ ad avvicinarsi, poi sospirò e lo abbracciò. – Sì, ma vai troppo di fretta. La prossima volta aspetta a spegnere la luce, che voglio guardare un po’ di più.

di Patrizia Berlicchi

26 giugno, h. 22.00

Oggi pomeriggio è venuta a casa la nuova tipa di mio fratello. Non le capirò mai le femmine: come fanno a farsi piacere quel pitecantropo?
Lei mi ricorda una fragola: odora di fragola e anche le labbra, morbide e lucide, rosse rosse, viene voglia di morderle. Appena mi ha visto si è avvicinata con le sue tette tonde che spuntavano dalla maglietta rosso fragola, mi ha dato la mano, chinandosi appena su di me, e mi ha detto:
– Tu devi essere Lucio. Pietro mi ha parlato di te. Sembri più grande dei tuoi quindici anni… piacere; io sono Mara!
Intanto mi guardava divertita, come se il bastardo le avesse raccontato qualcosa del tipo che ho una gamba più corta o che mi manca una palla. Pietro non ha fiatato: l’ha presa per un braccio e l’ha catapultata in camera sua, lanciandomi un’occhiata che pareva dire: – Evapora!
Comunque Mara la fragola, con la sua bocca rossa e quelle tette tonde come due meloncini francesi, è sicuramente la meglio di tutte.

3 luglio, h. 23.05

Mara è tornata. Pare che questa qua resista: ha realizzato il record di una settimana. Non era mai successo prima. Sono contento; confesso che mi piace proprio, e non solo perché ogni volta che la vedo immagino le sue tette come due succulente mele caramellate da leccare fino allo sfinimento, ma anche perché ho il sospetto che sia pure intelligente. Infatti quando discute con quello yeti di mio fratello ha sempre lei l’ultima parola, e anche questo non era mai successo. In effetti, ogni volta che viene qui, finiscono inevitabilmente per litigare, pare a causa di una certa Federica che non ne vuole sapere di mollare il pitecantropo. Comunque una cosa l’ho capita: le femmine funzionano al contrario. Più le tratti male e più ti si attaccano. Così va a finire che anche se non ti viene di trattarle male, se non vuoi che ti mollino lo devi fare per forza. Sono così, tutte.
Tutte tranne Mara. Lei ogni volta che si incazza esce dalla stanza sbattendo la porta dietro di sé. Poi si ferma un momento, prima di uscire. Mi guarda (perché io “casualmente” mi trovo sempre nei paraggi), tira fuori dalla tasca dei jeans il suo lucidalabbra, se lo passa sulla bocca e poi si inumidisce le labbra. Dopodiché esce sbattendo la seconda porta, quella di casa.
Seguono Talking Heads a palla dalla camera del pitecantropo.

15 luglio, h. 22.55

Come dire: Mara la dolce, la fragola proibita, la mela stregata dei miei desideri, mi ha fatto una sega. Non me lo sto inventando; è andata proprio così.
Oggi pomeriggio, dopo l’ennesima litigata, ho assistito a un colpo di scena: a uscire dalla stanza stavolta è stato il pitecantropo, con la stessa modalità di Mara, fatta eccezione per il lucidalabbra. E dalla stanza chiusa non si udivano i Talking Heads a palla, ma i singhiozzi della fragolina.
Non ce l’ho fatta: ho aperto la porta e sono entrato. Era seduta sul letto, le lacrime le scendevano sul collo e andavano a infilarsi nello spacco profondo delle sue belle tette. Avrei voluto consolarla, dirle che non valeva la pena di piangere per quell’animale di mio fratello, giurarle che l’avrei fatta pagare a quel bastardo. Invece non sono riuscito a spiccicare una parola. Lei mi ha guardato – nessuno mi aveva mai guardato così – mi ha fissato con quei suoi occhi neri e umidi e poi mi ha teso la mano senza dire niente, come per chiedermi di avvicinarmi. Insomma, non ricordo neanche come mi ci sono ritrovato, sul letto, lei seduta davanti a me. Guardavo le sue tette bagnate, coperte appena dalla maglietta di pizzo bianco, così vicine che potevo sentirne il profumo.
Mi ha sbottonato i calzoni e lo ha preso tra le mani con una dolcezza… mi sono sentito come se stessi sprofondando in fondo a una vasca piena d’acqua calda. Mentre le sue mani si muovevano, Mara respirava con la bocca, le labbra un poco aperte e gli occhi spalancati su di me. Ho chiuso i miei e ho cominciato a tremare. Era bravissima: sapeva perfettamente come fare, senza farmi male, mai, come se me lo facesse da sempre. Sono venuto subito; era tutto troppo forte, avevo il cuore in gola. Poi mi è venuto da piangere, non so perché. Non ero triste per niente, anzi… ho cercato di darmi un contegno ma lei mi ha sgamato al volo. Mi guardava con due occhi luccicanti, contenti, direi. Sì; le lacrime erano sparite e aveva sfoderato un sorriso malizioso, soddisfatto. A un certo punto si è guardata le dita bagnate del mio sperma, ha chiuso gli occhi e le ha asciugate sulle tette: stavo per venire un’altra volta. In un momento mi ha stretto a sé e mi ha baciato, ficcandomi la lingua in gola come se volesse mangiarmi tutto, cominciando da quella. Io mi sentivo addosso la febbre e non capivo più niente, stordito com’ero dal suo odore mischiato col mio.
Alla fine si è alzata dal letto, ha scostato i capelli dal collo sottile e li ha intrecciati con un movimento veloce delle dita, mi ha lanciato un ultimo bacio ed è uscita dalla stanza senza dire niente.
Quando il pitecantropo è rientrato a casa, stasera, aveva tutta l’aria di averla già archiviata.
Io, invece, mi sa proprio che non me la scordo più.

di Patrizio D’Amico

Fino a qualche tempo fa ero io il suo unico amore, sempre pronto a lei e alle sue voglie più fantasiose. Accarezzavo lento le labbra della sua fica e mi tuffavo sul suo clitoride. Mi amava con passione, bagnandomi tutto. Ogni notte il nostro rito d’amore si ripeteva e io la portavo sempre all’orgasmo.
Orgasmi spesso multipli. Orgasmi silenziosi, per non farci sentire dai vicini. Orgasmi intensi, soffocati dalla mano di lei che si premeva il palmo sulle labbra, o si succhiava le dita, continuando a godere di me, lì, in mezzo alle sue gambe. Ogni notte facevamo l’amore, e non di rado anche la mattina dopo il suo risveglio, prima che uscisse per andare a lavoro.
Poi, un giorno, tutto finì. La colpa la attribuisco a quell’altro. L’ho visto solo una volta, di sfuggita: magrolino, capelli di un biondo slavato, faccia da idiota. Non lo ama. E poi, li sento quando fanno l’amore: lui viene sempre troppo presto e fa un rumore infernale con i suoi mugugni da cavernicolo. A volte spinge troppo con il bacino; lo so perché non di rado la sento sussurrare “ahia” mentre il letto sbatte ripetutamente contro il muro.
Io invece non mi ammoscio mai, e so essere discreto.
Sono sicuro che lei preferisca me, a lui e al suo cazzo di carne.

La solitudine del dildo d’argento

Quell’unica volta che lo vidi, fu perché lei aprì l’ultimo cassetto del comò e mi tirò fuori, mostrandomi a lui con un sottile e voglioso imbarazzo. Ma quell’incontro andò male: manco fossi stato un pezzo di escremento maleodorante, lui sobbalzò e urlò di gettarmi via, che a me, tra di loro, non mi ci voleva. La mattina seguente, ricordo lei che mi prese con fare svelto, dimenticandosi di tutte le ore passate insieme in un groviglio di liquidi e sfregamenti. Mi ripose nella mia confezione per poi infilarmi nel ripiano alto dell’armadio, tra la scatola del MacBook e quella del Trivial Pursuit.
Da quella volta continuo a sentirli fare l’amore ogni notte, o quasi. Ma aspetto, senza gelosia, in attesa che si stufi di lui e che mi riaccolga tra le sue gambe. O che perlomeno cambi amante, trovandone uno che sappia apprezzare anche le mie doti.