Archivi per la categoria: reading giugno 2012

di Marco Lipford

Ogni mattina, appena sveglio, Ginoro Satriani si dirigeva al bagno e davanti allo specchio, sbarbandosi, canticchiava pigro una nenia che faceva pressappoco così: “Oooohhh… Mi sono rotto la minchia”. Un bacio alla moglie, scendeva in macchina, mezz’ora-quaranta minuti di traffico ed eccolo nel suo ufficio di impiegato al Ministero dei Lavori Pubblici. Tra un caffè e una chiacchiera di pallone coi colleghi arrivava “l’apice della sua giornata”, come lui la chiamava. Era Rachele, la ragazza delle pulizie. Non appena la vedeva cominciava a scodinzolare e a declamarle versi scritti apposta per lei. Roba tipo: “Tu sei il sol del mio mattino/mi vali la sveglia sul comodino”, oppure “i tuoi occhi son come nubi che nascondono i monti/e io il pilota di un aereo a bassa quota” e così via. Ginoro era un habitué di questi atteggiamenti con le donne che si susseguivano a pulirgli l’ufficio. Magari poi non ci faceva niente – non sempre almeno – però era irrinunciabile per lui avere il suo quarto d’ora di venerazione. E puntualmente – goccia a goccia – ci riuscì anche con Rachele, che se i primi tempi faceva la sostenuta, adesso mentre gli passava lo straccio sulla scrivania era tutta un brodo di giuggiole. Complice forse la situazione della ragazza, con una famiglia oppressiva che considerava il marito nullafacente e manesco come la giusta punizione per essere rimasta incinta diciottenne appena. “Eh, cara Rachelina dei miei occhi!” le diceva Ginoro per consolarla, “sapessi quanto sono infelice, anche io… Sono stanco! Vorrei tanto cambiare vita. Sono un uomo di sensibilità, io, sono artista. Come quel mio vecchio zio in America, ma lui ha avuto più fortuna di me e adesso lo pagano per strimpellare la chitarra! A me non frega tanto di lasciare mia moglie, ma devo aiutare mio suocero col negozio… Sennò da quel dì avevo mollato tutto e campavo di poesia, e di musica. Ma in fondo non è nemmeno per me: Rachelina, io con te ricomincerei, ma tu hai la tua vita…”
Un mattino, dopo attimi estremamente lirici e sospiri l’uno negli occhi dell’altra, Ginoro se ne uscì: “Ho deciso! Io, te e la tua piccola Elisa ce ne fuggiamo all’Elba, ci sei mai stata? È uno schianto di posto, altro che i Tropici… Dico sul serio, capace che domattina mi trovi che ho preso i biglietti del traghetto.” La giovane lo guardò coi lucciconi agli occhi, e abbracciatolo gli stampò un bacio sulla guancia.
Ginoro – accompagnato dal solito motivetto – dopo il Ministero andava effettivamente ad aiutare il suocero nell’attività principale della famiglia, il negozio di telefonia mobile in corso Umberto. Rachele invece tornava a casa a fare i conti col marito e la famiglia. Si era convinta che chinare la testa fosse il suo destino, ma da che aveva incontrato Ginoro qualcosa dentro le era cambiato. Così, giorni dopo Rachele entrò in ufficio e gli buttò le braccia al collo. Lo riempì di baci e di lacrime di commozione.
“Cos’hai, Rachelina fiore mio dolce? Cosa affligge il tuo cuore di miele?”
“L’ho fatto!” disse lei trionfante. “L’ho lasciato. Sono riuscita a cacciare di casa mio marito. Gli ho detto che non voglio vederlo mai più, voglio il divorzio. Lo so, tutta la mia famiglia mi sarà contro ma non importa se tu sei al mio fianco. Ginoro, amore mio, fuggiamo oggi stesso. Elisetta è da una mia amica, passo a prenderla e…”
Ginoro fulmineo alzò il telefono dicendo: “Chiama tuo marito e digli che stavi scherzando.”
“Ma come?… Io non sto… scherzando…”
Ginoro allora fu costretto a spiegarle che non era giusto per la piccola, che dopotutto il padre è il padre, e la famiglia è la famiglia, e non si possono fare colpi di testa per l’insensata esaltazione di un momento egoistico. Ovviamente condì la sua perorazione con versi di Prévert, Hikmet, Neruda, Tagore, Gibran, Gigi D’Alessio, Valentino Rossi e Margherita Hack. “Dai, tanto io e te ci vediamo ogni mattina qui, in ufficio. Vai tesorino, vai…” disse, e la accompagnò alla porta. Poi compose il numero della cooperativa delle pulizie e chiese che gli mandassero un’altra persona, perché “l’altra ragazza ha avuto atteggiamenti strani, forse è un po’ stressata… Ah, domattina mandate quella nuova? Come si chiama, Oksana? Ah, ottimo…”
Tempo dopo Ginoro Satriani, trentotto anni, stimato dipendente del ministero, fu ritrovato privo di vita nel negozio di famiglia; il torace aperto da una ferita d’arma da fuoco. La polizia indagò, forse era stato un tentativo di rapina a negozio già chiuso, strano però che denaro e merce fosse al posto loro. Sparsi attorno al cadavere c’erano tanti foglietti con dei versi scritti a penna. Da una perizia calligrafica risultarono opera della vittima. Erano versi d’amore, a quanto sembra. La cosa arrivò alle orecchie di un editore, che fiutato l’affare li pubblicò seduta stante – col benestare dell’“inconsolabile” famiglia del morto – e grazie al battage della cronaca nera arrivò in cima alle classifiche di vendita. Dieci milioni di copie vendute, per non parlare degli ebook. Mai successo per una raccolta di poesia. Ah, il titolo? “Movente passionale”.

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di Patrizio D’Amico

Suona la sveglia. Sono le 8:00, dovrei fare colazione, velocemente, poi lavarmi, vestirmi, infilarmi in macchina, infilarmi nel traffico, infilarmi in un parcheggio, infilarmi in ufficio. Penso alla sequenza di cose e gesti che dovrei fare, immagino anche un paio di bestemmie sulla Pontina circondato da altri automobilisti bestemmiatori, ma sono ancora nel letto, e si son fatte le 8:30. Oggi, come ieri, come avant’ieri, rimango nel letto. Gli occhi ce li ho aperti a metà, fissi sui pallini della sveglia che lampeggiano tra il numero otto e il numero trenta. Trentuno.
Con la mente sono già in ufficio, saluto Sabrina che oggi indossa una maglia scollata e quell’esplosione di tette mi provoca un’erezione. L’alzabandiera mattutino, immaginario, perché le tette Sabrina non le espone mai, in ufficio: sta sempre con maglie a girocollo, a collo alto in realtà. Meglio rimanere nel letto e immaginare di andare a lavoro e avere un’erezione: almeno Sabrina, così, è sexy.
Sono le 11:30, penso sia ora di svegliarmi. Da quando ho deciso di prendere in mano la mia vita, invece di lasciarmi trasportare da eventi ciclici e monotoni come la routine del lavoro, i pasti, libri o film dopo cena e le domeniche in bicicletta, da quando ho deciso di spezzare questa routine mi sveglio sempre dopo le 11. Ho lasciato la sveglia alle 8 in punto per ricordarmi quanto sono fortunato nel poter dormire quanto cazzo voglio.
C’è una patologia chiamata bovarismo. L’ho scoperta su facebook, grazie allo status pubblicato da un amico. Poi ho capito cosa vuol dire bovarismo andando su google. Cito, dal dizionario on line della hoepli: «Atteggiamento di chi si ritiene diverso da quello che è, costruendosi un mondo immaginario nel quale proietta desideri e frustazioni che nascono dall’insoddisfazione per la propria condizione reale.» Quando ho compreso che il bovarismo è la malattia di chi vive una vita soffrendo, perché vorrebbe viverne una diversa, allora ho anche capito che sono affetto da bovarismo. Da quel giorno non vado più a lavoro, anche se l’azienda è la mia. Posso lavorare da casa, usando le e-mail, e il resto del tempo lo dedico alla mia passione, ovvero riuscire a scoprire di avere qualche passione. Ho cominciato a prendere in mano la mia vita.
È mezzogiorno e mi alzo dal letto, non solo con la mente, stavolta, ma col corpo. Faccio colazione, lentamente, non mi vesto, esco in giardino in pigiama, ascolto gli uccellini che cantano, osservo il ramo dell’albero di arance che ondeggia. Lo osservo per una decina di minuti. Posso.
Ho trovato l’antidoto al bovarismo, si chiama downshifting, o semplicità volontaria: cito da wikipedia: «Vivere in semplicità – ovvero la scelta da parte di diverse figure di lavoratori, particolarmente professionisti – di giungere a una libera, volontaria e consapevole autoriduzione del salario bilanciata da un minore impegno in termini di ore dedicate alle attività professionali, in maniera tale da godere di maggiore tempo libero. »
Quindi, da quando curo il bovarismo con il downshifting, ho ridotto il mio salario, le ore lavorative, e ho aggiunto tempo libero, che passo a dormire o a guardare il ramo dell’albero di arance in attesa che qualche passione mi travolga.
Stasera uscirò con un’amica, Mirella, che tiene sempre le tette in bella mostra, e a me dà fastidio perché ogni tanto potrebbe anche coprirsele, che poi ce le ha piccole, e non mi provoca nessuna erezione mattutina, figuriamoci quelle serali. Esco con lei perché gli ho spiegato tutto il mio piano per il futuro, i cambiamenti che sto mettendo in atto, e in risposta mi ha detto che secondo lei sono depresso. Mi porterà una poesia, ha detto, una di quelle che cambiano la vita.
Postamela in bacheca, su facebook, gli ho risposto. Ma lei ha insistito per uscire.

di Diletta Fedele

Era tanto tempo ormai che vivevo a Napoli, o almeno così mi sembrava, eppure quella mattina di maggio facevo fatica a riconoscere il luogo in cui mi trovavo. Un vento leggero faceva venire quasi i brividi mentre trasportava il profumo di sapone dei panni stesi tra i balconi dei palazzi e improvvisi squarci di mare e di cielo mi costringevano a fermarmi ogni tanto per mettere una mano a visiera sulla fronte prima di proseguire.
Un motorino con tre persone a bordo risaliva a fatica la strada procedendo in direzione opposta alla mia. Alcune donne ferme davanti a un basso alluccavano “dicette iss’, dicette…” ma oltre a queste parole ripetute in continuazione non capivo niente di quello che dicevano.
Anche il verdumaio con il suo carretto a tre ruote alluccava quanto era bella la roba che aveva portato quella mattina in esclusiva per tutte le femmine di Montesanto, troppo belle e troppo intelligenti per non essere in grado di apprezzarla.
“Cantalupiii! Cantalupi speciali, dolcissimi, sul’ ’n euro o chil’ e chi nun s’o accatta è proprio nu stoccafiss’!”
Giusto mentre gli passavo davanti il verdumaio, un ragazzo di non più di vent’anni coi capelli neri e gli occhi azzurri che lontano pareva contenere quella bolla di universo in cui mi trovano mi rivolse la parola dicendo: “Signo’, ma comme state ianc’ stammatin’, avite durmito buon’ stanotte? Assaggiate ’stu cantalupo c’agg’ purtat’, accussì v’arripigliate nu poc’!”. E sorridendo mi porse una fetta di cantalupo appena tagliata. Allora la presi e la mangiai avidamente: era veramente dolcissima. Mi accorsi di avere una fame da lupi e di volerne ancora. “Signo’, sulamente un euro o’chil’! Pigliateve chistu cantalup’ ’cca!”. Mise subito un melone a pesare sulla stadera. “Sono due e cinquanta, signo’!”. Non battei ciglio: sorrisi cercando nelle tasche i soldi che mi chiedeva. Purtroppo non trovai che una moneta da due euro. “Signo’, manco due euro e cinquanta tenit’! Vabbuo’ va, nun fa niente, dateme sulo ddoie euro!”. Mi tolse la moneta dalla mano con la velocità della luce mentre già stava spicciando altre due signore appena affacciatesi al carretto.
Ero rimasto senza un soldo ma la cosa non mi preoccupava affatto. Cercavo di ricordarmi che cosa avessi fatto la sera prima ma avevo la testa completamente vuota. Non potevo fare altro che abbandonarmi al flusso vitale della città.
Scendendo lungo la strada i rumori si facevano sempre più assordanti. Un camioncino del latte stava infatti scaricando le bottiglie con cui rifornire una salumeria ma la strada era troppo stretta e nel frattempo si era fatta una fila di macchine lunga fino a piazza Mazzini e gli automobilisti, per niente pazienti, non facevano altro che suonare i clacson all’impazzata.
Mi lasciai il camioncino alle spalle mentre il rumore delle macchine bloccate veniva sostituito da quello del mercato di piazza degli Artisti. C’era di tutto: banchi di frutta e verdura si alternavano a quelli col pesce o con le noci e o’ spassatiempo, col caffè, col pane e i biscotti, con la biancheria e le camice da notte.
Il mercato era pieno di gente e le grida dei venditori si coprivano a vicenda. Eppure trovarsi lì in mezzo era piacevole quasi come addormentarsi tra le braccia di una bella donna dopo averci fatto del sesso ubriaco.
I crampi della fame continuavano a tormentarmi, così decisi di dirigermi al bar di Luigi. “Speriamo che anche stavolta Luigi mi faccia fare colazione gratis”, pensavo quando vidi Rosita, la mia ex ragazza nonché collega ricercatrice al dipartimento di filosofia, entrare nello stesso bar. “Che ci fa qui?” pensai. Non avevo molta voglia di incontrarla, dato che mi aveva lasciato qualche mese prima per mettersi col professore capo del dipartimento, la zoccola. Di me andava dicendo che non ero abbastanza ambizioso e che trascuravo la carriera preferendo passare la giornata a vagabondare piuttosto che a lavorare ma soprattutto a cercare di ingraziarmi qualche barone dell’università. Ma a quale carriera pensava potessi mai essere interessato? Se fossi stato davvero ambizioso sarei rimasto a Oberplan, dove a quest’ora sarei già professore, invece di venirmene a fare il precario all’università di Napoli! Su questo non c’è che dire, avevamo punti di vista opposti. Eppure mi ero innamorato di lei, forse per la sua bellezza partenopea o per il suo stesso temperamento deciso e irruento. Per questo il fatto che mi avesse mollato per il professore capo mi faceva imbestialire.
Dicevo che non avevo nessuna voglia di incontrarla, ma non cambiai programma ed entrai lo stesso da Luigi. Ma una volta dentro mi si parò davanti la scena seguente: milioni di sfogliatelle ricce e frolle sparse dovunque, sul pavimento, sui tavoli, sugli sgabelli, frantumi di sfogliatelle sulle pareti e sul soffitto, come se fosse esplosa una bomba carica di quintali di squisiti dolciumi. Venni avvolto dall’inconfondibile profumo del ripieno di semolino e frutta candita aromatizzata ai fiori d’arancio.
Rosita aveva frammenti di sfogliatella sui vestiti e sui capelli e gridava e piangeva a squarciagola. “Cristo, aiutatemi! Che schifo, che disastro!”. Luigi e gli altri ragazzi del bar avevano cominciato a pulire e a togliere di mezzo tutto quel ben di dio esploso. I clienti uscivano di corsa imprecando tutti i santi e la Madonna mentre Luisa, la cassiera, cercava di calmare Rosita aiutandola a pulirsi.
Cominciai a ridere a più non posso, e più Rosita gridava e piangeva più io non riuscivo a smettere. Chiesi a Luigi cosa diavolo fosse successo. Mi si rivolse come un pazzo: “Thomas, ma che ci fai pure tu qua? È scoppiata la macchina per fare le sfogliatelle e guarda qua che è successo! Maro’ che burdell’!”.
Uscii dal bar e andai a mettermi sul marciapiede di fronte, da dove potevo continuare a vedere la scena da lontano.
Rosita era appena uscita in lacrime e lorda di sfogliatella e gli infermieri l’avevano presa per entrambe le braccia per accompagnarla verso l’ambulanza appena arrivata.
Tutto il quartiere si era affacciato ai balconi per assistere a quell’evento improvviso quanto surreale.
“Che è success’?” “Gesù’, Sant’Anna, Giuseppe e Maria!” “Ma nun s’è fatt’ male nisciuno?” dicevano le persone per strada che si erano fermate a guardare.
L’immagine di Rosita impiastricciata dalla testa ai piedi mi si era impressa sulla retina. Certo, avevo immaginato di vendicarmi di lei in tanti modi: mettendola in cattiva luce con i colleghi del dipartimento, bucandole le ruote della macchina, infettandole il pc con un qualche virus, ma la pioggia di sfogliatelle no, proprio non mi era venuta in mente.
L’euforia isterica di poco prima stava piano piano passando. Mi allontanai dalla scena del delitto. Mi dispiaceva solo per Luigi: le sue sfogliatelle erano veramente speciali, mo chissà quanto ci sarebbe voluto per riassaggiarne una.

di Angela Processione

Arrampicava la vita
beveva bibite babeliche e barcollando
confrontava, contava e contraccambiava
depositando denari a dottori addomesticati
esperimentava esperienze e
frequentando affetti
godeva, giungeva e gorgogliava
humus di innumerevoli harem
immaginando illusioni
leste.
Masticava mordendosi mani
nude nella neve
osservava obliquo
promettendosi
quiete.
Rovistando ricordi
seguiva la sospesa storia
tramata tratteggiando
unicamente utopie e
vivide verità poi
zittite.

di Elisabetta Trova

Era seduta su di una panchina
e mano a mano che mi avvicinavo alla scena
mi sembrava si trattasse di una donna sulla sessantina.
Aveva i capelli grigi e gli occhi chiari
e un rossore sulle gote per quel nuovo sole in arrivo con l’estate.

In braccio un bel pupotto
tutto vestito di azzurro maschietto,
in testa un cappellino, mentre il suo lettino
sembrava essere quel fasciatoio
che la signora teneva sul lato libero del suo giaciglio.

Non so come avessi potuto notare
tutta una serie di particolari
come gli occhi chiari
da una distanza per cui
se volevi comunicarti qualcosa
poteva risultare un’impresa vana,
eppure mi parve che il mio sostare a guardare
indusse la donna a dirigere lo sguardo in un’altra direzione,
e il mio sempre più ostinato a capire quella situazione.

È giugno e sono le tre.
Anche il cane sembra che come me
soffra l’afa improvvisa
che arriva sempre prima che tu possa azzeccare
il giusto indumento da indossare.

Ma quel bimbo porta il cappello,
cavalca senza vita il ginocchio della donna
e mi convinco sempre di più che debba stare a soffrire un caldo della madonna.

Lei mi sfugge
e anch’io mi metto da parte.
In fin dei conti cosa ne so io di come si accudisce un infante?
Ho sentito dire che sono sempre malati,
respirano tanto smog e mangiano cibi alterati.

Mi metto a spiare per cercare di capire
e intanto sento salire una strana ansia nel cuore,
come quando percepisci che qualcosa sta andando storto
e ti chiedi se solo a te è venuto il dubbio che quel bambino non sia morto.

Prendo coraggio e mi faccio avanti.
Lei lo sostiene ma capisco che in qualche modo mi teme,
cosa faccio gli propongo un aiuto
oppure la raggiungo magari anticipando con un saluto?

Nell’indecisione fingo di cercare il cane
e di controllare il respiro perché credo che lo vorrei io un aiuto
un aiuto per capire cosa è giusto fare,
che più facile di tutto sarebbe scappare, girare i tacchi e andare,
prendere il cane e cercare da bere.

Ma non lo faccio,
la signora sembra avere paura,
continua a sfuggirmi
ed io ad inseguirla,
gli occhi chiari sono agitati
il fasciatoio color verde ospedale
contiene bevande e cibarie varie.

Il bimbo sta fermo, da quando lo guardo
non ha mai cambiato la direzione dello sguardo.
Ha un piedino scoperto e da lì me ne accorgo
è rigido e lucente,
è plastica sicuramente.
Solo che io per la distanza non riuscivo a capire
di che materia fosse fatto quel che mi era capitato di vedere.

Mi sono chiesta poi,
con la stessa ansia che non smetteva,
quale tra le possibilità di quella scena era la più dura.
Ma la risposta è rimasta in mezzo
tra il bambolotto accudito e il bambino mai avuto.
Poi
l’ombra è arrivata a salvarci.

di Alessandro Reali

Tutto ebbe inizio quella insolita sera di metà giugno. Nella fiera del piccolo paesino c’erano bancarelle e svaghi di ogni sorta, quando improvvisamente l’attenzione del sig. Plunio venne rapita da un piccolo cartello recante la scritta “Lettura del futuro”.
A dire il vero Samuele Plunio non era mai stato attratto da simili pratiche, e il suo scetticismo nei riguardi delle scienze occulte non lo aveva mai portato a interessarsene, ma nonostante le sue remore, spinto dalla noia, volle dare fiducia a quella che sembrava essere una originale zingara dell’est.
Armatosi dunque di buone intenzioni varcò con passo sicuro la soglia della tenda sulla quale era affisso il cartello, e appena il suo sguardo ebbe incrociato quello della fattucchiera sentì un brivido ghiacciato percorrergli la schiena. Zaura, questo era il nome della veggente. Indossava un lungo vestito colorato con motivi floreali, in testa un fazzoletto nero e oro nascondeva una capigliatura ispida e numerosi monili ricoprivano tutta la sua persona.
Il sig. Plunio le si sedette di fronte ancora confuso mentre Zaura smazzava i suoi tarocchi senza alzare il capo. Poi, posizionate le carte in cerchio e arricciando impercettibilmente il naso aquilino esclamò: “Vedo che lei non è soddisfatto, signore… Vedo che la sua vita sta andando in una direzione non desiderata… Il suo lavoro, i suoi affetti non la rendono felice.”
Samuele rimase esterrefatto dalla precisione con la quale in pochi secondi quella perfetta estranea aveva indovinato il suo malessere, il suo più recondito disagio. Ebbe solo il tempo di annuire confusamente che la cartomante riprese la lettura: “Vedo che lei si impegna molto, caro signore, dovrebbe essere appagato dei risultati raggiunti, dovrebbro non essere presenti delle ombre nel suo animo, eppure cosi non è.”
Sangue del demonio, era vero! Samuele Plunio non si era mai dato pace nello scorrere delle sue giornate, sempre alla ricerca di qualcosa che appagasse la sete di relazioni, sempre con la bramosia di concludere commerci per ottenere quello che ancora non possedeva.
Ultimamente, poi, quello stile di vita lo aveva reso arido nei confronti di se stesso e la sua vita era divenuta per lui una stucchevole compagna con la quale condividere solo ansie e preoccupazioni.
Una soluzione o un semplice consiglio da parte di quella donna così magnetica lo avrebbe di certo rincuorato, ma quando si decise di chiederle aiuto Zaura così rispose: “Con la mia arte, caro signore, posso vedere il presente e indovinare il futuro, ma intervenire per modificarli non spetta alla magia ma alla volontà… sono cento euro, grazie.”

di Sara Marabiso

Cinque passi dopo il cancello, Julien ne veniva avvolto e lì cominciava il suo sorriso al sale. Usciva da lavoro ogni sera alla stessa ora, 17.30, in tempismo perfetto con i ritmi del sole, che lo aspettava impaziente sul ponte per poi andare a dormire sotto il letto del fiume. A cadenza fissa, quasi fosse una marcia verso la guerra, Julien ricalcava coi piedi la strada di casa, impacchettato per tutto il viaggio in una pellicola di tristità: qualcosa simile al ridere per un sasso che ti colpisce in testa, o gioire di poter fare a meno di un dito tagliato… Insomma, ciò che generalmente chiamano follia.
Arrivò sul ponte. Il rito prevedeva che ci appoggiasse i gomiti per tre minuti, fissando il sole dritto nella fessura tra il giallo e l’arancio, attendesse che la pupilla si dilatasse tanto da far male e poi se ne tornasse alla sua marcia sincopata verso una doccia. Ma no. Mentre stava aspettando che il primo occhio iniziasse a bruciare ecco svolazzare da dietro il parapetto di pietra il lembo di un foglio. Gli occhi si distrassero dal loro masochismo, attratti dal fruscìo della carta. Come potesse rimanere lì appeso e ben saldo, Julien non se lo spiegava, e ne sfidò la caparbietà facendo passare più di qualche secondo prima di avvicinarvi il palmo; accarezzandolo, il lembo gli fece il solletico. Lo punì per questo, accartocciandolo di schianto e tirandolo a sé. Ecco come faceva! Era stato spiattellato lì dietro grazie a una gomma da masticare – masticata.
«Quanto più puoi» sentenziava, a lettere di giornale, maltagliate. Le pupille di Julien si fissarono così tanto che se il dolore non le avesse chiuse gli si sarebbero seccati i bulbi. Ma lui non credeva ai segni cosmici: non c’erano particelle eteree pronte lì per noi a dare messaggi, a sussurrare idee. Non c’erano dio, santi, anime, resurrezioni, paradisi. C’era l’inferno, quello dove già si trovava. Ma all’inferno un foglio è un foglio, al massimo serve ad appiccarci un fuoco; e le parole sono aria articolata, utile a imbonire i capiufficio e a far aprire le gambe a bamboline sprovvedute. Il cosmo se ne sbatte dei fogli e delle parole. Quindi quel foglio non aveva un significato, soprattutto non poteva avere nessun significato per lui. Eppure il suo pugno non lo mollava, ci si era incollato.
Indietreggiò di riflesso, e al secondo passo a gambero, il suo tacco urtò una caviglia e provocò un “Cazzo!” sputatogli alla nuca. Una ragazza biondiccia – non più così ragazza forse – lo ghiacciò con uno sguardo blu cristallino. Doveva essere la giornata buona per diventare cieco, pensò; due abbagli in così poco tempo non li aveva mai presi. Avrebbe potuto scusarsi, sorriderle, farsi brillante con qualche battutina da bravo ragazzo, farle notare la sua vena poetica nel rimanere incantato dal tramonto sul fiume. Accartocciare il foglio e lanciarlo in acqua. E invitarla al bar all’angolo. Poi magari anche a casa, per dessert. Invece rimase lì, a fermo immagine, col tallone a mezzaria, accigliato, gli occhi ancora sgranati e la bocca aperta. Lei, dopo lo sbotto incondizionato, sembrò sperare in un suo cambiamento, nello scorrimento della pellicola, nel fotogramma successivo, ma nulla. Era attaccato al quadro da enormi chiodi, inamovibile. Così lei pensò bene che non c’era niente da aspettare o aspettarsi, e sparì tra la foschia della sera con un altisonante “Cretino”.
Il “puoi” lo minacciava senza ritegno, lo odiò con tutto se stesso. Sapeva che poteva, ma non lo voleva sapere, in effetti non voleva proprio potere; così quel “puoi” si materializzava in un padre assillante, soprattutto se accompagnato da “quanto più”. Si chiese quale fosse l’utilità dei padri, in fondo: le madri, specie se come la sua, erano sufficienti. Condizioni necessarie e sufficienti di per sé. Che bisogno c’era di un padre che fingesse di tenere le redini, di dare ordini? Mamma invece può. Mamma ti ama e ti castiga, ti abbraccia e ti mena, non importa, non cambia: con lei non devi potere niente, mai. Sei suo e quindi puoi, anzi devi, non potere. Mamma può, non tu. Quel foglio era suo padre che non lo voleva lasciarsi andare, che lo voleva in sé, contro la sua propria volontà. Lui non si voleva in sé, perché il sé era vuoto; e soltanto una madre poteva riempirlo del suo potere. Una madre come quella che poco fa aveva lasciato andar via senza dirle che non aveva fatto apposta a calpestarle il piede. Si rigirò il foglio sgualcito tra i polpastrelli mentre il sole veniva ormai inghiottito dal fiume, macchiandolo di rosso. Julien si riavvicinò al parapetto di pietra e riappese il foglio al suo posto. Si arrampicò, ipnotizzò a testa bassa l’iride blu cristallino del fiume, e saltò.