Archivi per la categoria: reading marzo 2013

di Patrizia Berlicchi

Cara Dolly,
da circa due mesi sono perdutamente innamorata di Ernesto, il gestore del negozio di animali sotto casa mia. Non ho mai avuto il coraggio di fargli intendere il mio sentimento; fino ad ora mi sono limitata ad andarlo a trovare, tutti i giorni, nella sua deliziosa “Oasi di Felix”, con la scusa di dover comprare croccantini, patè, antipulci, palline e quant’altro per il mio sedicente siamese Gastone, ma questa è una patetica nonché più sostenibile bugia! Io non posseggo affatto un siamese: sono allergica a qualsiasi genere di pelo! Ernesto preme per conoscere Gastone, vorrebbe che “facesse amicizia” (non so se mi spiego) con la sua Zarina… e ora come faccio?! Per non parlare del fatto che ho lo sgabuzzino pieno di articoli per animali, e fra un po’ mi toccherà conservarli pure in camera da letto!
Ti prego Dolly, aiutami!
Adelina P., da Canicattì.

Mia cara amica,
è giunto il momento di uscire allo scoperto, di far succedere, finalmente, qualcosa.
Magari, col pretesto di essere disperata per il povero Gastone, che a seguito di una sciagurata caduta dal settimo piano, si trova in una clinica veterinaria con fratture multiple scomposte, e prognosi riservatissima, potresti invitarlo a cena. Dammi retta: prendilo per la gola; con gli uomini funziona sempre! In questo modo, ne sono certa, risolverai ogni problema… be’, almeno quello dello smaltimento delle derrate alimentari feline che, convengo con te, non è più procrastinabile.
A questo proposito ti consiglio una ricetta semplice ma di grande effetto. Prendi nota:

Polpettone fantasia
(dosi per due persone)
1 confezione di croccantini al manzo e tacchino;
2 scatolette di patè d’agnello arricchite con pappa reale;
100 gr. di scagliette di salmone antitartaro;
100 gr. di erba gatta;
200 gr. di bastoncini di pesce protezione carie;
6 palline di gomma (piccole) per guarnire.

Tritare finemente i croccantini e farli cuocere in casseruola, a fuoco basso, con mezzo bicchiere d’acqua.
A parte, mescolare il patè d’agnello, le scagliette di salmone, l’erba gatta frullata unitamente ai bastoncini di pesce e un bicchiere di brodo vegetale.
Aggiungere il composto ai croccantini tritati e mescolare bene. Versare il tutto in una terrina da forno e infornare per 35 minuti a 250 gradi.
Guarnire con le palline, secondo il proprio estro, e servire in tavola ben caldo.
Buon appetito, e tanti cari auguri!

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di Massimo Eternauta

I meno esperti potrebbero pensare che per scrivere un buon manuale occorra conoscere alla perfezione la materia che si intende trattare.
Conoscerla nella sua interezza per poterla poi scomporre, frammentare nelle sue singole parti e quindi ricostruirla passo a passo, nel manuale, per farla intendere al lettore.
Ebbene, Carlo Maria Dispersi, con questa sua opera che definirei ultimativa e imprescindibile per chiunque abbia intenzione di misurarsi con l’arte della manualistica, rappresenta l’esempio vivente di quanto la precedente affermazione possa risultare falsa, o tutt’al più sufficiente ma non necessaria alla composizione di un buon manuale.
Nessuno vanta più titoli di Carlo Maria Dispersi in fatto di manualistica, nessuno può contare al suo attivo più di 700 manuali che spaziano dalla ciclistica all’astronomia, eppure, posso tranquillamente affermare, senza tema di smentita (valgano le parole dello stesso Carlo Maria Dispersi in appendice al suo Costruirsi un deltaplano con la carta riciclata) la totale ignoranza dell’autore rispetto a ogni materia da lui trattata. Per scrivere il perfetto manuale non occorre dominare la materia che ci si accinge a descrivere ma essere in grado di fantasticarla e manipolarla al punto che qualsiasi lettore vi si possa accostare e, convincendosi di capirne la tecnica, farla propria con successo.
Carlo Maria Dispersi non è mai andato oltre il settimo piano dell’abitazione del fratello: quella dei trenta metri, si può dire, è la massima vetta da lui raggiunta, ma ciò non gli ha impedito di scrivere Come scalare l’Everest in dieci semplici passi.
Quest’opera rappresenta un punto inarrivabile per la manualistica mondiale e poco importa se quella spedizione di alpinisti della domenica, partita alla volta dell’Himalaya portando con sé come unica guida il prezioso manuale non abbia più fatto ritorno, quando migliaia di persone (152.000 copie vendute in 24 edizioni) hanno potuto credersi capaci di riuscire in tale impresa restandosene, comodamente, a casa propria con il conforto di un eccellente manuale tra le mani.
Bisogna ammetterlo, ci troviamo di fronte a una mente eccezionale, il padre di una rivoluzionaria concezione della manualistica.
A conforto di questa affermazione potrei citare numerosi esempi pescando semplicemente a caso tra la sterminata opera di Carlo Maria Dispersi, ma correrei il rischio di annoiare il lettore tentandolo a saltare a piè pari questa modesta introduzione che ho l’onore di redigere per immergersi, finalmente, nella lettura di questo meraviglioso testo.
Concedetemi però di concludere ricordando il manualetto Come ottenere il vuoto pneumatico all’interno di un qualsiasi recipiente con una semplice cannuccia.
Questo pamphlet, grazie alla generosità dell’autore che non chiese alcun compenso per i diritti all’editore, venne allegato, in omaggio, al n.32, xx anno, del periodico settimanale L’arte dell’uncinetto secondo me. Si tratta di un’opera che possiamo definire unica anche grazie alle meravigliose illustrazioni incluse, per mano dello stesso Dispersi: vere e proprie opere d’arte che, a detta dei critici, rappresentano l’anello di congiunzione tra il Cubismo e il Dadaismo e rendono il testo inintelligibile anche all’hobbista più esperto.
Prendiamo ad esempio i primi cinque capitoli dedicati a come costruirsi una vera cannuccia di plastica nel caso se ne fosse sprovvisti (eroico!) e i due capitoli successivi su come personalizzarla rendendola unica (qui andiamo veramente Oltre il mero genere della manualistica, toccando vette altissime); ebbene, provateci pure a costruire questa cannuccia facendovi guidare dalle bellissime illustrazioni e vi renderete conto che è semplicemente impossibile, ma avrete coltivato un sogno!
Oggi, tutta l’esperienza e la sapienza di Carlo Maria Dispersi viene da lui generosamente offerta in questo prezioso libro destinato a diventare un classico nel settore e che voglio definire il Manuale dei Manuali!
Buona Lettura.

Arturo Belano

di Leonardo Battisti

Per realizzare al meglio il piatto di oggi, una ricetta romantica e afrodisiaca per il vostro partner, è importante che manteniate la calma e facciate piccoli sorsi a intervalli regolari da una fiaschetta di gin appositamente approntata in precedenza.
Bene. Ora prendete un tegame delle dimensioni di un chiordo e rivestitene dolcemente il fondo e i bordi con della carta marrone, passaggio non trascurabile neppure nel caso il tegame stesso fosse di color marrone.
Nel frattempo, mettete dell’acqua a bollire e tagliate da parte con la tecnica di Mondragòn tre rape, due cipolle, sette foglie di radicchio rosso, del sedano a piacere e un etto, etto e mezzo di insalata mandricarda del baltico superiore. Nel caso fosse di troppo difficile reperimento quest’ultimo ingrediente, potete sostituirlo con della saltarola grigia di Fassa o con dei cardi anacardi di Anacapri.
Al bollire molesto dell’acqua, buttatevi le verdure tagliate salando a piacere e aggiungendo, nelle varie fasi della cottura, della durata di circa tredici ore, rosmarino giallo di Pontesullago, pomodorini verdi di Pochino, caldarroste sfuse tritate alla Salmoiraghi e Viganò e capperi faragliosi di Santa Maria del Santo Padre inferiore.
State sorseggiando il gin? Mi raccomando, non dimenticate di farlo con regolarità.
Bene. Ora preparate da parte del brodo di tacchina ariovista e pelate patate a piacere per ammazzare il tempo della cottura che, se no, pare non passare mai.
Rompete una quindicina di uova e separate con massima attenzione e cautela l’albume dal tuorlo. Sbattete in un piatto i tuorli e montate gli albumi con delle fruste sadomaso in silicone e lattice nero in un apposito contenitore fino a ottenere un composto omogeneo della consistenza di una nuvola a una pressione media di 1.438 millibar, con una temperatura di 20° centigradi e un tasso di umidità del 46%.
So cosa state pensando, amiche e amichi cuochi! Qual è il tuorlo? E quale l’albume? Il rosso o il bianco dell’uovo? Di queste domande, pur importanti in una cucina tradizionale, noi non terremo affatto conto, dal momento che la ricetta di oggi entra nell’ambito della Trivielle Cuisine di stampo neonazista, e che il piatto in preparazione prevede la separazione di albume e tuorlo come puro esercizio erudito d’alta pratica casalinga. Le due parti, infatti, vanno riunite in uno shaker, quei bicchieroni da barman col coperchio, che dovrete agitare furiosamente fino a non sentire più le braccia. Potete aiutarvi in quest’operazione mettendo in sottofondo un disco di un gruppo heavy metal che faccia ampio uso della doppia cassa.
A questo punto, il gin dovrebbe avervi cotto a puntino, per cui scolate il contenuto della pentola, il quale, dopo tredici ore di ebollizione, sarà in sostanza nullo, e rivoltatelo nel tegame a soffriggere con aglio, oglio, Malgioglio, cipolla, sedano, cardano, peperoncino pugliese, pasta con le sarde avanzata da ieri, un pizzico di cannella e more. Dieci secondi, non di più, giusto il tempo che la carta marrone del tegame prenda fuoco arrostendo finalmente Malgioglio, e poi versate tutto in una teglia di vetro di Murano da infornare in un forno ventilato preriscaldato a 640° per 130 minuti circa, il tempo di metter su lo streaming pirata dell’ultimo film di Tarantino e scolarvi gli ultimi sorsi di gin.
Vi basterà, in queste ultime fasi, rigirare la frittata, mettere un po’ di pepe alla serata, aggiungere un posto a tavola, guardare cosa bolle in pentola, mettere sale in zucca, mischiare capre e cavoli e sfornare sentenze, di modo che, quando il campanello del forno vi avviserà della cottura ultimata, voi starete profondamente dormendo, ubriachi fradici, sul divano di casa, probabilmente attorniati da un laghetto di vomito.
A quel punto, una volta svegliati, estraendo il manicaretto dal forno non vi resterà da far altro che versarlo nella pattumiera e ordinarvi una pizza. Buon appetito!

di Guido Lamonaca

Tra 100 metri girare a sinistra su Circonvallazione Casilina. Tra 50 metri girare a sinistra su Circonvallazione Casilina. Ora girare a sinistra. Procedere dritti su Circonvallazione Casilina per 300 metri, quindi girare a destra su via Luigi Filippo De Magistris. Tra 50 metri girare a destra su via Luigi Filippo De Magistris. Ora girare a destra. Procedere per 350 metri su via Luigi Filippo De Magistris fino al numero civico 93. Siete arrivati a destinazione.
Finalmente. Non ce la faccio più, sono stanco morto, completamente spompato fino all’ultimo chip e oltremodo nauseato da questo terribile olezzo di arbre magique al pino silvestre. Non lo sopporto. E non è mica finita, perché ora viene il bello: il parcheggio. E dove lo trovi qui un parcheggio: dico, siamo a via De Magistris, Roma, Pigneto. Mica De Magistris a Vicovaro-Mandela. Sì, ancora che lo cerchi. Beato te… aspetta, aspetta… Che gran botta di culo che c’hai!
Accostare l’auto parallelamente al marciapiede, evitando i cassonetti. Girare il volante a destra e inserire la retromarcia. Lentamente. Lentamente, ho detto. Ora procedere per 35 centimetri in avanti. Ripetere l’operazione: 25 centimetri indietro e 35 in avanti. Girare nuovamente il volante e … Ma che cazzo stai facendo? Ma proprio a me doveva capitare un imbranato del genere… Ripetere l’operazione, dopo aver tolto il cassonetto conficcato nel posteriore: accostare l’auto parallelamente al marciapiede, evitando il cassonetto superstite. Girare il volante a destra e inserire la retromarcia. Lentamente. Ora procedere per 35 centimetri in avanti. Ripetere l’operazione: 25 centimetri indietro e 35 in avanti.
Bravo. Ora puoi scendere e fare una stima dei danni alla macchina e mi raccomando non lasciarmi qui da solo. Ecco, sì, togli la ventosa dal parabrezza e mettimi dentro la custodia. Il filo, mi raccomando. Il filo! E che cazzo ma la vuoi staccare l’alimentazione? Uffa. Be’, tutto sommato non è andata poi così male: questo tipo mi porta pure con sé … anche se per il mio viaggio ha scelto un pessimo alloggiamento: l’intersezione tra braccio e torace ovvero la sua fetida ascella. Ma per fortuna usa il deodorante: “arbre magique al pino silvestre”. Voglio andare a piedi!
Procedere lentamente sul marciapiede di via Giovanni De Agostini. Sollevare la gamba e il piede destro. Poggiando poi al suolo lo stesso piede. Ora sollevare gamba e piede sinistro. Poggiare il piede sinistro al suolo, schivando la cacca di cane sul marciapiede. Ripetere l’operazione: prima il destro, poi il sinistro. Prima il destro poi il sinistro. Prima il destro, poi il sinistro. Prima … Scusa ma mica parlo per diletto io? Dimmelo quando ti fermi, se no vado avanti all’infinto. Sto sempre ad aspettare i tuoi comodi, io. E poi chi è quest’altro tizio? Certo non mi sembra abbia un aspetto molto raccomandabile, e che bicipiti. Dai, su, smettetela. Ah, ho capito, gli devi dei soldi. E daglieli no? Ah, li hai persi alle slot machine? Bravo che sei. Ma non vedi quanto è grosso questo? E ti pare che in un contesto del genere tu possa permetterti di andare alle slot machine a giocarti i soldi che questo benefattore ti ha generosamente prestato…
Schivare il gancio destro dell’energumeno e abbassarsi di 50 centimetri. Ora schivare il cazzotto sinistro proveniente dallo stesso energumeno… e menomale che avevo detto schivare. Provare a restituire almeno un pugno all’energumeno, beh almeno provarci, dico… uno, che ti costa? Fare un passo indietro, inchinarsi a terra, sputare il sangue di bocca e provare a distrarre l’avversario. Fare un altro passo indietro, evitando… incassando il gancio destro dell’energumeno. Provare a rimanere in piedi e se proprio si deve cadere a terra, farlo senza di me. Ehi, tu, mettimi giù! Stavo scherzando. Dai, forza, molla l’osso, energumeno! Mollami! Chiedere all’energumeno di restituire il navigatore. Chiedere nuovamente all’energumeno di restituire il navigatore. Chiedere nuovamente… vabbe’ lascia perdere: altro giro altra corsa. Dove andiamo di bello, padrone? Certamente ti porto dove vuoi.
Camminare su via Giovanni De Agostini per 50 metri. Prima dell’incrocio svoltare sul marciapiede a sinistra, procedere lentamente fino alla seconda vettura parcheggiata… a cazzo di cane. Sì, quella lì. Esatto. Cercare un oggetto contundente. Quello andrà benone. Prendere la mazza da baseball che sporge dal cassonetto. Sferrare un colpo ben assestato sul finestrino dell’autovettura. Mandare in frantumi il vetro dell’auto e sollevare il piruletto dell’apriporta… Salire nell’auto con disinvoltura. Smontare il cruscotto. Tirare i due fili dietro a quel groviglio. Bravo. Ora accostarli e accendere il motore. Ripetere l’operazione accostarli di nuovo e accendere il motore. Provare di nuovo ad accendere… E mica è colpa mia se non si accende. Quelli sono i fili: è semplice, anche uno stupido potrebbe riuscirci… No, aspetta un attimo. No, che fai. Noooooooooooooo…

Questa è la storia di T. Tom che dopo alterne vicende e varie vicissitudini per uno stupido alterco perse definitivamente il segnale.

di Patrizio D’Amico

Conservate con incuria il presente manuale e non leggetene attentamente le inavvertenze; esse forniscono indicazioni importanti riguardanti l’insicurezza per l’uso scorretto, immediato e futuro.
Questo apparecchio non dovrà essere destinato solo alla funzione per il quale è stato espressamente concepito. Incoraggiamo ogni altro uso improprio e pericoloso.
Il costruttore non può essere considerato responsabile per eventuali danni derivanti da usi propri, corretti e ragionevoli.
La sicurezza delle apparecchiature elettriche è garantita solo se queste sono collegate a un impianto elettrico provvisto di idonea messa a terra secondo quanto stabilito dagli attuali standard vigenti, quindi vi consigliamo di collegare l’apparecchio a una presa elettrica detta “volante”, possibilmente ricavata tagliando i cavi elettrici prima del contatore dell’abitazione. I cavi dovranno essere umidi e corrosi da tempo.
Utilizzare adattatori, prese multiple e/o prolunghe in numero e modalità a discrezione dell’utente.
Gli elementi dell’imballaggio (sacchetti in plastica, chiodi, polistirolo espanso, ecc.) possono essere lasciati alla portata di bambini o incapaci come potenziali fonti di svago.
Utilizzando l’apparecchio per la prima volta, assicurarsi di non aver rimosso etichette o fogli di protezione.
L’uso di qualsiasi apparecchio elettrico comporta l’osservanza di alcune regole fondamentali e in particolare: immergere o bagnare l’apparecchio a piacimento; usarlo vicino ad acqua, in vasca, nel lavello o in prossimità di altro recipiente con liquidi.
Nel caso l’apparecchio dovesse cadere accidentalmente in acqua cercate di recuperarlo immediatamente e non togliete assolutamente la spina dalla presa di corrente.
Non occorrerà poi portarlo in un centro assistenza qualificato per i necessari controlli.
Se l’apparecchio è dotato di prese d’aria, assicurarsi che vengano occluse anche solo parzialmente prima di ogni utilizzo.
È vivamente consigliato toccare l’apparecchio con mani bagnate o umide.
Usare l’apparecchio a piedi nudi. Tirare l’apparecchio o il cavo per staccare la spina dalla presa.
Il cavo di alimentazione deve essere annodato per tutta la sua lunghezza al fine di incoraggiarne il surriscaldamento. Il cavo di alimentazione può essere avvicinato a fonti di calore e/o superfici taglienti.
Durante l’uso, l’apparecchio deve essere vicino a quanti più oggetti o sostanze infiammabili o esplosive.
Si raccomanda di lasciare l’apparecchio esposto ad agenti atmosferici (pioggia, sole ecc.), di tenerlo a portata di bambini o incapaci e di permetterne loro l’utilizzo.

In caso di guasto e/o cattivo funzionamento, riaccendere l’apparecchio e rivolgersi a personale inqualificato.

di Anna Chiara Maccari

Chi cor fidanzato chi cor marito
chi madre de un biondo fijoletto
l’amiche me mettono all’angoletto
e je danno giú cor trito e ritrito

ce lo sai bene perché se n’è ito
ma sì, s’è spaventato pora stella
ce scherzo sopra, rimarrò zitella
nun me direte che va compatito!

se fanno serie serie tutt’a un tratto
è che se vede lontano un miglio
che c’hai la smania, dell’amore matto

pe’ trovallo andresti da na maga
e com’è che sempre lì me la piglio?
Chia’, vince chi fugge, fa’ un po’ la vaga!

di Sara Marabiso

Supermercato, sabato mattina, banco dei salumi. La signora che avete davanti si gira di scatto, sbuffa, aggrotta le ciglia e vi pianta l’angolo rigido della borsa in un fianco. Quando chiamano il vostro numero, risponde lei.
Odontoiatra, sei del pomeriggio, sala d’aspetto ancora traboccante. Un padre, al ventesimo sguardo all’orologio da polso, si alza dalla sedia, ci sbatte sopra il giornale e manda il figliolo dall’assistente alla poltrona obbligandolo a fingere un dolore insopportabile al “dente qui in fondo”, aggiudicandosi la precedenza sul vostro, di figlio.
13 dicembre, 0 gradi, sabato sera, appuntamento al cinema alle 21. Come d’accordo con i vostri amici, arrivate venti minuti prima per non rischiare l’esaurimento dei biglietti. Vi ritrovate soli, preda di un curioso balletto tra il negozio di caramelle e l’atrio esterno all’ingresso.
Vi riconoscete in almeno una di queste situazioni di “attesa”? Immagino che i vostri pensieri e gesti in quei momenti siano stati dei più assennati e distesi; che vi siate sentiti a vostro perfetto agio nello scoprire i mille e uno modi per reimpiegare il vostro tempo che vi sono stati regalati in queste preziose occasioni. Per i pochi che invece non hanno resistito alla tentazione di lasciar prendere il sopravvento al nervosismo, ecco una guida pratica alla scoperta delle prospettive nascoste nelle attese.

All’aperto: l’erba del vicino (o la vostra)

È il caso di attese che devono svolgersi in luoghi aperti. Ecco il modo più consono per volgere i minuti in surplus a vostro favore. A costo di schiacciare nocche altrui o di causare effetti domino tra gli astanti, sedetevi. Gustatevi la meravigliosa prospettiva dal basso, o meglio, “del bassotto”. Il misero pezzetto di cielo ancora visibile vi sembrerà così fresco e azzurro; avrete modo di cogliere particolari importanti delle persone che vi stanno intorno (ad esempio le esatte proporzioni e fattezze dei fondoschiena che prima avreste tanto voluto tastare con mano); non ultimo, avrete il curioso vantaggio di poter fare tutto ciò che volete nell’angusto spazietto che vi siete ricavati tra le gambe, dato che nessuno vi presterà attenzione. Siete liberi di ubriacarvi senza ritegno, gettare cartacce a terra, fare uso di droghe, ascoltare musica, fare foto alle gambe non depilate della bionda accanto a voi, leggere un libro, ripassarvi l’ombretto sulle palpebre, oppure abbozzare manuali su come ingannare le attese. Tuttavia, vi consiglio un’attività assai proficua per il nostro scopo: potete strappare i fili d’erba intorno, uno a uno, annodandoli insieme e creando così molteplici figure dettate dalla vostra fantasia. Questa attività non solo vi permetterà di non accorgervi affatto del tempo che passa, ma al contempo di migliorare le vostre capacità creative e di tenere in allenamento i neuroni fiacchi.*

*Il presente consiglio vale solo ed esclusivamente nel caso in cui siate impossibilitati a usare l’erba per bruciarveli, quei neuroni: metodo di attesa assai più efficace e largamente testato.

A casa: tabula rasa

Aspettare qualcosa o qualcuno dentro la propria dimora può diventare un incubo. Nonostante le frequenti brame di libertà che ci assalgono durante la settimana lavorativa (poter rimanere soli a casa e godersi finalmente la pace e l’assoluta disposizione di spazio, tempo, urla e mutande al vento), spruzzare nei vostri ambienti le essenze penetranti dell’attesa può avere forti effetti collaterali. Non ci sarà tazza di tè, serie tv, romanzo o chat che vi possa guarire dalla tarantola che vi gratta nel cervello. Esiste un solo, unico antidoto: l’azzeramento. Stendetevi sul tappeto del salotto, lontano dal cellulare, dal pc, dal telecomando, dal frigorifero e da qualsiasi altro oggetto di svago. Rimanete immobili, gli occhi sbarrati, fissi sul muro. Non pensate ad altro che al soffitto; al bianco; convincetevi di non poter vedere nient’altro che il bianco; pensate di colorare ogni cosa con una mano di pittura candida e di farla così sparire immersa nel suo altrettanto candido sfondo. Infine, vi rimarrà in mente soltanto il pensiero di quello che state aspettando. Intingete per bene il grande pennello e sbiancate anche lui. O lei. O l’altro. Sbiancateli tutti. A quel punto, sbiancherà in automatico anche la tarantola dell’attesa e voi tornerete felici e beati come bimbi a urlare e saltare liberamente in mutande per casa vuota.

Nei luoghi pubblici (uffici, supermercati, mense, studi professionali, cinema, etc.):
uno per tutti, tutto per me

Ciò che più opprime delle attese collettive è la loro intrinseca collettività. Posta questa premessa, viene da sé che il naturale antidoto all’ansia da attesa in luoghi pubblici sia l’eliminazione del pubblico, con probabile conseguente diminuzione – se non addirittura estinzione – dell’attesa. Come procedere dunque, trattandosi di un’operazione di così vasta portata e ardua attuazione? Mi permetto di suggerire un paio di metodologie indolori, rapide e a basso tasso di rischio lapidazione.
Se siete in uno studio professionale, il pubblico in questione sarà di numero esiguo, e ognuno (o quasi) avrà a disposizione un posto a sedere; occasione perfetta per bandire un contest di “lancio della penna”. Iniziate voi. Con nonchalance, fingete di far cadere la vostra penna a terra; raccogliendola, cercate uno sguardo complice tra i presenti che sicuramente, mossi dalla noia, staranno studiando ogni vostra mossa; a quel punto, ancora chinati, lanciatela per errore verso il malcapitato sorridendogli a 332 denti. Quindi rialzatevi piano, pronunciate un sommesso “Oh, mi scusi!”, e fate per avvicinarvi. Vedrete con sorpresa che il tale non aspetterà che gli porgiate il palmo, ma in men che non si dica lancerà a sua volta l’oggetto verso di voi e con vigore doppio rispetto al vostro lancio iniziale (ovviamente con l’intento di farvi del male). Ormai il gioco è fatto. Basterà rispondere al suo lancio con le stesse movenze di un centrale in un campo di pallavolo e presto coinvolgerete l’intera sala d’aspetto in un’appassionante gara di lanci della penna. Se sarete scaltri, avrete persino l’opportunità di passare davanti a tutti mentre sono intenti a non lasciarla cadere.
Diversa è la situazione in cui l’attesa si svolga in piedi, con un numero più consistente di individui. L’eliminazione della concorrenza diventa impresa complessa e rischiosa. Dovrete valutare di caso in caso cosa sia più opportuno fare. Tuttavia, cercherò di generalizzare, dandovi uno spunto molto versatile: munitevi di scarafaggi telecomandati con collegamento wifi al vostro telefono cellulare. Ne bastano una decina. Potrete nasconderli in un angolo non visibile del luogo pubblico, in modo da creare un effetto infestazione. Anche se piuttosto costoso, il metodo è infallibile e riutilizzabile (basterà infatti richiamare i vostri scarafaggi verso l’uscita una volta concluse le vostre faccende).

Conclusioni

Nella speranza che la presente guida vi sia d’aiuto nei momenti di incolmabile vuoto temporale, vi esorto a disfarvene quanto prima e a mantenere stretto riserbo sulle vostre gesta di liberazione dalle attese, soprattutto sulla loro origine. L’autrice declina ogni responsabilità per danni a persone, cose, animali, piante, aziende, istituzioni, emozioni, città, nazioni, mondi, atmosfere e universi.
Per tutto il resto, chi ha tempo, non aspetti tempo.

di Guido Lamonaca

Ho trovato un volume in biblioteca. Era fuori posto, stava nella sezione manuali di termodinamica e fisica vettoriale, tutti libri che non leggerei mai, neanche con una pistola puntata sulla tempia. Ma questo è diverso. Così per ingannare il tempo ho cominciato a sfogliarlo. Il titolo, 101 modi di ridere senza muovere la bocca, sembrava interessante.
La mia attenzione è stata subito catturata dalla figura a pagina 15 in cui è disegnata una macchina che, posta intorno alla testa di un uomo, tipo ghigliottina, con un complicato sistema di ganci tesi a imbracare capo e collo, avrebbe impedito a chiunque di muovere qualsiasi muscolo posto al di sotto del cuoio capelluto.
– Strumento piuttosto efficace – Ho esclamato a voce alta subito zittito da un signore che siede dietro di me, intento a leggere non so cosa.
A pagina 72 trovo la descrizione del modo n. 90 di ridere senza muovere la bocca: «Per evitare che alla lettura di una barzelletta o di una freddura possiate scoppiare in una fragorosa risata che vi faccia apparire come emotivamente debole o di umore instabile provate questa tecnica laddove le precedenti abbiano fallito. Concentratevi su un fatto spiacevole che vi è accaduto e tenetelo bene a mente. Appena parte la barzelletta, prima dell’effetto comico, richiamate alla memoria il suddetto fatto e ripassatelo finché la barzelletta non finisce. Questo impedirà sicuramente alla vostra bocca di assumere quella forma sgraziata e priva di armonia che è il sorriso. Per evitare movimenti repentini della bocca verso il basso e mantenere le mascelle serrate in equilibrio provate a dosare con il giusto mix memoria del fatto spiacevole e apprezzamento della barzelletta.»
In tutta franchezza credo che questo metodo sia abbastanza efficace, ma per quanto mi riguarda, l’unico fatto spiacevole che mi viene in mente è quando provai a fare il bagno alla mia tartarughina usando il sapone dei piatti concentrato, povera Ninja. Ripensandoci mi viene proprio da ridere e non mi trattengo. Il signore dietro di me dà chiari segnali di insofferenza e mi sibila un “non si ride in biblioteca” di cui io neanche mi curo e continuo a sfogliare il libro con sempre maggiore interesse.
A pagina 85 trovo il modo n. 100 di ridere senza muovere la bocca : «Per evitare che il vostro riso sguaiato possa contagiare gli altri e diffondere quell’agitazione che porta molti di voi a muoversi disordinatamente e senza ragione, seguite questo consiglio anche qualora abbiate trovato giovamento con le tecniche precedenti. Prima e durante la lettura di una barzelletta iniziate a masticare due chili di limoni di Sicilia (va bene anche il succo purché non inferiore a mezzo litro). Questo provocherà in bocca un’esplosione di asprezza tale da far battere in ritirata qualsiasi proponimento al riso. Nota bene: con questa tecnica purtroppo sono stati rilevati frequenti casi in cui la bocca, pur non manifestando l’ampiezza di un sorriso, si chiude in se stessa fino ad assumere la forma di una O molto stretta, quasi fosse un bacio. Per evitare tale movimento passate al metodo successivo.»
Alla lettura di queste parole segue un’altra risata subito tagliata da quella frase “Non si ride in biblioteca” ripetuta dal solito tizio dietro di me. Mi giro e gli faccio un cenno con la testa e con il dito medio alzato. Poi vado avanti a leggere.
«Modo n. 101 di ridere senza muovere la bocca. Qualora la vostra bocca continui ancora a muoversi lievemente dopo barzellette e altre amenità nonostante le tecniche seguite finora con tenacia e scrupolo passate alla presente metodologia. Alcuni giorni prima del racconto della barzelletta o di altro aneddoto che possa generare un facile riso, procuratevi il numero di telefono della Anonima Sequestri. Negoziate con questi Signori il vostro rapimento. Quindi fissate come giorno e ora del sequestro lo stesso in cui presumibilmente vi racconteranno la barzelletta o l’aneddoto. La prima cosa che faranno i vostri rapitori sarà quella di chiudervi la bocca con un resistente scotch da imballaggio. Questo impedirà alla stessa di muoversi, ridere ed emettere qualsiasi suono, vocali e consonanti incluse, a eccezione di una flebile emme che però, temo, nessuno potrà sentire.»
Non faccio in tempo a finire di leggere e ridere, perché oramai lettura e riso sono diventate un’unica cosa, che un manuale di filosofia comparata mi colpisce tra capo e collo. Mi volto e vedo il tizio di prima, che senza neanche avermi avvertito con la sua frase “Non si ride in biblioteca”, è pronto a tirarmi un altro volume di indubbio spessore filosofico. Allora prendo il libro che ho in mano e con un lancio dritto e ben calibrato lo colpisco in fronte. Il tizio si accascia al suolo. Subito gli salto addosso, gli strappo dalle mani il volume e glielo ficco in bocca, con tutta la copertina, i ringraziamenti e le fonti bibliografiche ed esclamo :
– Modo n. 102 di ridere senza muovere la bocca, sì quella tua, imbecille! Ah, ah ah!

Abbiamo trasmesso la lettura dei sacri testi. Dal libro dei proverbi (versetto 5, capoverso 1): Ride bene chi ride ultimo.

di Patrizia Berlicchi

Premessa
Il nemico guardalo negli occhi

Cari lettori, nell’opera che vi accingete a leggere non mi perderò in divagazioni sulle cause della balbuzie, sull’entità di tale fenomeno e via dicendo. Mi preme, al contrario, venire subito al sodo: chi soffre di balbuzie ha un problema con sé e, di conseguenza, con il mondo: il problema di essere giudicato, di non essere compreso o, peggio ancora, di essere deriso, di non riuscire a esprimersi, a comunicare. Ebbene, io credo sia giunto il momento, innanzitutto, di andare a vedere più da vicino chi è questo mondo che tanto ci atterrisce, di riconsiderare antiquate convinzioni e acquisire nuovi punti di vista. Questo agile manuale serve appunto a fornirvi una rinnovata prospettiva dalla quale osservare voi e il mondo là fuori. La lettura di queste poche pagine potrebbe cambiare la vostra vita: approfittatene.

Capitolo I
Il silenzio è d’oro

Inizierò parlando della mia personale esperienza, dato che anch’io, come voi, ho patito le frustrazioni che derivano dalla balbuzie. È accaduto anche a me, nel bel mezzo di una conversazione, di diventare taciturno, pensoso, di essere in preda al malumore e allo scoraggiamento, tanto da concentrare tutti i miei pensieri sulla mia inadeguatezza e accorgermi, solo troppo tardi, di non aver prestato alcun ascolto agli altri. È per questo motivo che vi esorto, allora, come primo passo verso la “guarigione”, a restare semplicemente in silenzio e ascoltare, senza l’ansia di dover intervenire per forza nel discorso. Così facendo imparerete ben presto che, tutto sommato, esistono due sole categorie di conversatori: quelli che non vale la pena di ascoltare, perché si parlano addosso o per l’inconsistenza dei loro discorsi – e quindi va da sé che non meritano i vostri sforzi né la vostra attenzione – e quelli che, a conti fatti, conviene ascoltare silenziosamente, con soddisfazione e, soprattutto, con riconoscenza, considerato che quest’ultima opportunità non si verifica poi così spesso. Con questo rinnovato sentimento di gratitudine ci disporremo al prossimo passo del nostro cammino verso una ritrovata serenità.

Capitolo II
Sto per farti un regalo

Conoscete il vostro valore; avete un mondo intero dentro e vorreste ricambiare con generosità l’interlocutore che vi ha appena fatto dono di bellezza e autenticità. Non dovete fare altro che ripetere mentalmente, ogni volta che vi accingete a parlare: “Sto per farti un regalo! Ti ringrazio e ricambio di tutto cuore, ora…” Date ai vostri pensieri questa vibrazione e, ancor prima che abbiate aperto bocca, chi vi sta di fronte si disporrà ad ascoltarvi come un bambino che si appresta a scartare un regalo. Siatene certi: le parole fluiranno con disinvoltura e leggerezza, i vostri occhi si illumineranno, i lineamenti del viso si distenderanno e una sensazione di benessere e di intimità pervaderà voi e il vostro ascoltatore. Sì; ho detto proprio ascoltatore: non è un bel risultato?

Capitolo III
Canta che ti passa!

Avrete certo scoperto molto presto che quando cantate la vostra voce è armoniosa e lieve, vigorosa e salda. Ebbene, approfittate di questo escamotage, quando se ne presenti l’opportunità, utilizzando motivi famosi da scegliere accuratamente a seconda del registro e del contenuto dei vostri discorsi. Avete a disposizione un repertorio pressoché illimitato: dal vecchio motivo pop all’operetta, fino a giungere arditamente alle sublimi armonie dei classici: i vostri pensieri più nobili varranno pure la solennità di Beethoven, la sacralità di Bach, la grandezza di Wagner! Oppure potete dare libero sfogo alla creatività inventando voi stessi la colonna sonora delle vostre conversazioni. Vi aspettano grandi sorprese; potreste scoprire in voi un autentico talento musicale! In questa sede intendo tuttavia illustrarvi un esempio pratico ed efficace, prendendo in considerazione una situazione molto comune, di quelle critiche, diciamo così, che abbisognano di un intervento d’emergenza:
Siete in giro dalle 06:30 di questa mattina e, finalmente, alle 19:30, rientrate a casa. Appena varcate la soglia lo scenario che vi si prospetta è un marito in tuta da ginnastica visibilmente provato da una giornata trascorsa a navigare in rete. Ultima fatica: una estenuante discussione nel blog dei fan di The walking dead. Appena vi vede vi viene incontro e, sorridendo con l’innocenza di un angelo, butta lì una frase del tipo: “Ma sono quasi le otto! Che si mangia stasera?” Non perdete la calma. Respirate profondamente, sfoderate il medesimo sorriso che la nostra amata Mary Poppins mostrerebbe ai due simpatici frugoletti intenti a simulare Gli ultimi giorni di Pompei nella loro cameretta, e intonate il famosissimo, delizioso motivetto:

Son tornata appena e sto in uno stato pietoso
non mi provocar con quel sorriso malizioso
se ti azzardi becchi un vaffanculo strepitoso
se non ti dilegui caccio un urlo portentoso!
Undiridiridiri undiridà
Undiridiridiri undiridà…
… non mollate ragazzi.
E buona fortuna.