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di Gabriele Piretti

Tutti i santi giorni. Anzi, c’era una volta, tanto tempo fa, l’unità guardafiaba 784. Era nascosto tra i cespugli della Vecchia Foresta, seduto su un grande sasso bitorzoluto e contemplava il sentiero fatidico dove ogni dì passava la bambina. Il sole sembrava un’arancia matura e la sua luce filtrava tra i rami dei grandi alberi, raggrinziti come le dita di un vecchio decrepito. Le foglie secche scricchiolavano appena il vento le sollevava, svolazzavano come farfalle moribonde e poi cadevano di nuovo a terra. L’aria s’incuneava nelle crepe di alberi marci e ululava.
Di lì a poco sarebbe calata la sera e, come ogni volta, il guardafiaba si stupiva che una mamma lasciasse attraversare a una bambina quel posto antico e maligno a quell’ora così densa di cattivi presagi. In realtà, aveva visto molte volte la donna raccomandare alla bambina di non inoltrarsi in quel luogo scuro, ma l’assurdità non veniva sminuita affatto.
– 784?
– Sì?
– È partita.
– Ok.
Il guardafiaba si strinse nella tunica. Faceva freddo e, cosa che gli parve stranissima, c’era una un’atmosfera sbagliata. Conosceva talmente bene la prassi che quell’incertezza, quella brutta sensazione, gli procurò una certa inquietudine. Improvvisamente, apparve un vecchio in mezzo al sentiero, a pochi metri da lui.
– Centrale? Guardafiaba 784.
– Problemi?
– Ebenezer Scrooge è apparso sul sentiero di Capuccetto Rosso. Che diavolo stanno combinando al Canto di Natale?
– Avverto subito.
Apparve un’ombra e il vecchio scomparve.
Ecco cos’era. Il guardafiaba si tranquillizzò. Cose del genere capitavano di tanto in tanto. Con la punta del piede fece uno scarabocchio sul terreno fangoso. Controllò l’orario e constatò che mancava poco. Poi sentì un rumore provenire dal lato nord del sentiero.
Chi avrà sbagliato stavolta? Appariranno Hansel e Gretel?
Purtroppo per il guardafiaba i due giovani fratellini si trovavano come da copione nella casa di marzapane. Lo vide e gli si gelò il sangue: era enorme e barcollava per il sentiero con la vestaglia della nonna.
– 785, rispondi, rispondi!
Nulla. Che fare? Chiamò la centrale.
– Guardafiaba 784, emergenza.
– Che accade?
– Il Lupo! È venuto sul sentiero, prima del tempo e indossa già l’abito della nonna.
– Acciderbolina!
– Che cosa devo fare?
– In che stato si trova la creatura?
784 la osservò.
– Sembra ubriaco.
– Faccia così: prenda un tronco o un qualsiasi oggetto contundente e lo stenda.
– Ma è pazzo? E la bambina?
– Stenda anche lei, apra la bocca del Lupo e ce la infili dentro. Manderò qualcuno ad aiutarla. Porterete il Lupo nel letto e nel frattempo farò in modo di rallentare i movimenti del cacciatore.
784 aveva cominciato a sudare.
– Va bene, – disse con voce tremante.
Il Lupo era quasi arrivato nella sua zona e sembrava stesse blaterando tra sé. Poi 784 udì il lontano, angelico e inconfondibile canto della bambina.
Doveva sbrigarsi.
Vide un ramo robusto a poca distanza e lo raccolse. Uscì quatto quatto dal nascondiglio e notò con orrore che la piccola era arrivata. Saltellava sul sentiero e i capelli biondi uscivano dal cappuccio rosso danzando sulla sua fronte. 784 si acquattò dietro un albero, vicino al Lupo. Cappuccetto Rosso giunse davanti all’animale e sembrò stupita, come se la memoria rimossa di ciò che ogni giorno viveva fosse riemersa e l’avesse resa consapevole che c’era qualcosa di errato.
– Oh, nonna, – disse Cappuccetto Rosso, – che orecchie grandi che hai!
Il Lupo la guardò.
– Liberate i termosifoni, – disse.
Aveva qualcosa in mano: una bottiglia di liquore. 784 lanciò un sasso e colpì la bambina in piena fronte. Cadde a terra come morta.
Forse ho esagerato… pensò.
Il Lupo si chinò sulla bambina e per poco non vi si accasciò sopra. 784 gli si mise dietro e lo colpì con forza disumana. La creatura si voltò, lo vide per una frazione di secondo, poi crollò lateralmente.
Il guardafiaba controllò la bottiglia e non riuscì a capire da dove fosse sbucata. Aveva un’etichetta argentata, su cui era disegnato un occhio orrendo e una scritta: La fée absinthe. La prese e la poggiò dietro l’albero.
Aprì le fauci del Lupo ed ebbe un conato quando vide la povera nonnetta nel suo stomaco immersa in un liquame verdastro. Mentre con un piede e una mano teneva aperta la bocca dell’animale, prese la bambina per un braccio e la adagiò dentro.
Attese ancora qualche minuto e giunse un altro guardafiaba.
– Che è successo a 785? – gli chiese.
– È morto, – disse il nuovo arrivato. – Si è preso un’artigliata da far paura. Ha uno squarcio sul petto che ci si potrebbe infilare dentro il coccodrillo di Capitan Uncino.
– Ma com’è stato possibile?
– Nell’ultimo periodo accadano cose strane. Di là, nel mondo, le fiabe stanno sparendo. Nessuno più le legge o racconta. E quando le prendono in considerazione le stravolgono, le trasformano e questi passaggi si fanno sentire anche qui. I personaggi cominciano a ricordare e questo è un bel problema. Muoviamoci, – disse infine.
Sollevarono il Lupo appesantito dai due spuntini e lo trasportarono nella casa della nonna. Il cacciatore arrivò, aprì il ventre della creatura e nonna e bimba furono tratte in salvo. Ma, gli raccontarono, non erano tanto felici. Qualcosa di nefasto aleggiava nella notte e l’aspetto del cacciatore non era dei migliori. Sembrava stesse male.
E vissero, almeno per ora.

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di Patrizia Berlicchi

Quella mattina Anna si alzò di buon’ora, sebbene fosse domenica. Era tutta emozionata: si vestì in fretta e, per l’ennesima volta, contò i soldini che diligentemente aveva messo da parte in un grande barattolo di vetro, giorno dopo giorno, per comprare il suo micio.
– Finalmente ci sono tutti! Ora è meglio che mi affretti: voglio arrivare presto al mercato; Isidoro mi aspetta!
Eccoli là: dieci gattini morbidi e tremanti, stretti l’uno all’altro dentro una scatola di cartone, gli occhi chiusi e i nasi che annusavano l’aria intorno. Anna li avrebbe comprati tutti ma proprio non si poteva, così prese in braccio il più piccolo, quello più vivace, rosso con due strisce d’oro intorno agli occhi: per questo aveva deciso di chiamarlo Isidoro. Sfilò il nastrino verde dalla sua bella coda di cavallo e lo avvolse intorno al collo del micio, che le solleticava il mento con la linguetta rasposa, riconoscente e, soprattutto, affamato! Anche Anna ora avvertiva un certo languorino: per fortuna nello zaino c’era un panino imburrato con la marmellata rossa. Avvicinò a Isidoro un cantuccio di pane ma i suoi starnuti non lasciavano dubbi…
– Ci vuole del latte! – gracchiò una voce dietro di lei, con dolcezza, tuttavia.
– Vieni, piccola, diamo da mangiare al tuo tigrotto.
– Quanti anni avrà? – pensò Anna osservando quella vecchietta dagli occhi furbi, incastonati in un viso cotto e solcato come la terra al sole.
– Sono belli i miei fiori, non è vero?! Eh sì: sono le mie creature!
Anna non riuscì a dire una parola, tanta era la bellezza di quel minuscolo chiosco pieno di colori, e come ipnotizzata dal sorriso della sconosciuta si lasciò prendere per mano, seguendola docilmente.
– Ecco, siamo arrivati. Io abito qui. Entra pure, cara! È ora di mangiare, per tutti e tre! A proposito, io sono Beda.
– Piacere di conoscerti! Io sono Anna e lui è il mio gatto Isidoro.
Il giardino di Beda era bello al di là di ogni immaginazione: c’erano talmente tante varietà di fiori! Piccoli calici azzurri che si piegavano in grappoli vaporosi sullo stelo sottile e rose selvatiche tutt’intorno alla casa minuscola, miniature di tulipani e garofani e fiori bianchissimi dai petali stretti e lunghi, bacche rosse su cespugli verde smeraldo… impossibile descriverli tutti! Anna era come ubriaca… non aveva neanche più fame.
– Coraggio, entra in casa a mangiare. Avrai tutto il tempo che vuoi per visitare il giardino.
Isidoro ronfava beato sopra uno sgabello di paglia, il muso tutto bianco di latte, mentre Anna, al secondo piatto di sformato di zucca, sazia e felice si era addormentata sulla vecchia poltrona di Beda.

Una colomba dalla candida coda a ventaglio si muoveva con grazia davanti agli occhi stupiti di Anna, poi un cavallino e infine un pesce, tutti di carta, tutti bianchi come la neve.
– Ti piacciono i miei animali? Se vuoi te li regalo! Mi chiamo Leonzio, ma puoi chiamarmi Leo. Vengo a trovare Beda tutti i giorni. E tu come ti chiami? Quando sei arrivata?
Leo era un bambino paffuto con una montagna di capelli ricci e due occhi vivaci e profondi.
– Io… Anna. Sono venuta qui stamattina col mio gatto Isidoro – rispose Anna stropicciandosi gli occhi e alzandosi su, ancora confusa.
– È proprio simpatico il tuo gatto!
– Sì: l’ho preso oggi al mercato… senti, ma… chi è Beda?
– Beda? È una fata! Non ridere, guarda che dico sul serio, e te ne accorgerai presto. Vieni con me: ti mostro cosa mi ha regalato.
La luce del pomeriggio si diffondeva come polvere rosa sui fiori del giardino. Tutto sembrava irreale, incantato. In un luogo come quello era facile credere che Beda fosse una fata. Leo si avvicinò a un piccolo vaso fiorito e lo indicò ad Anna.
– Ecco, questa è mia.
– Come, tua?
– Sì; è la mia primula. È il regalo di Beda per me. Sta crescendo in fretta e questo è un buon segno: significa che il mio desiderio si realizzerà presto.
– Di che desiderio parli?
– Il mio desiderio! Lei lo ha piantato nel suo giardino, ma da quel momento dipende solo da me che il seme germogli e cresca forte e rigoglioso. Quando poi il desiderio si sarà avverato la mia primula perderà i suoi fiori, poi le foglie, e una mattina al suo posto troveremo un’altra piantina, pronta a custodire un nuovo desiderio. Però può succedere che le persone non abbiano abbastanza fiducia nei loro sogni e perdano la speranza di poterli realizzare. Così tante piantine rimangono, come dire, senza padrone. Allora Beda le porta al mercato. A volte funziona: la gente compra i suoi fiori e, senza saperlo, assieme a loro cura il proprio desiderio. Insomma, la piantina, crescendo, mette un po’ della sua forza nel loro cuore. Non guardarmi così: prova invece a pensare a cosa vorresti.
– Be’, ecco… io… Tu cos’hai chiesto?
– Di riuscire a costruire l’aquilone più grande e spettacolare che si sia mai visto, così grande che tutti dovranno per forza alzare la testa e accorgersi del cielo, finalmente, invece di ostinarsi a camminare guardando a terra, come se intorno e sopra di loro non ci fosse nulla.
– È fantastico il tuo desiderio!… Pensandoci bene io, più di ogni altra cosa, vorrei diventare una dottoressa dei gatti!
– Allora domani tornerai e sceglieremo insieme la piantina a cui affidare il tuo sogno.
Beda si avvicinò dolcemente ad Anna e le prese la piccola mano tra le sue.
– Ma ricorda: dovrai averne cura ogni giorno e non dovrai dubitare mai di questo prodigio. E adesso andiamo a far volare la colomba di Leo.
Beda si sedette sulla panca di pietra al centro del giardino, prese in grembo la piccola sagoma di carta e ci soffiò su: come per incanto una candida colomba si alzò in volo sotto gli occhi incantati di Anna.
Che da grande farà la dottoressa dei gatti.