Archivi per la categoria: reading gennaio 2012

di Daniela Peruzzo

Un giorno la notte sparì e non se ne seppe più niente. I giornali e le televisioni impazzirono. Fu l’evento mediatico della stagione. Per mesi si cercò una spiegazione a quanto era successo.
Un giornalista allestì un plastico che riproduceva il sistema solare e invitò un famoso criminologo nella sua trasmissione televisiva per tracciare il profilo psicopatologico del supposto rapitore della notte.
Gli ecologisti, tuttavia, erano certi che non si trattasse di un rapimento ma di una reazione del cosmo all’eccessivo utilizzo di pesticidi nell’agricoltura e di conservanti nel trattamento dei cibi.
Non si può menare per il naso la natura e sperare di farla franca a lungo, insomma.
Secondo uno studio americano, la scomparsa della notte faceva parte di una strategia evolutiva che favoriva gli insonni, cioè la vera parte produttiva della società, dimostrando la superiorità del modello liberista.
Confindustria chiese l’allungamento dell’orario di lavoro.
“Diverse ma differenti”, storico gruppo femminista della capitale, invece, non aveva dubbi: era un complotto del patriarcato per privare la donna del proprio potere istintuale. Lo sanno tutti che la notte è simbolo delle potenze oscure dell’inconscio che si contrappongono alla luce della coscienza e, quindi, al logos maschile. Era evidente. Non c’era bisogno di altre spiegazioni. E chi non lo capiva aveva introiettato il patriarcato
Non si poteva escludere però, come faceva notare il sito “Ufo punto net”, che fossimo davanti all’ennesimo tentativo degli alieni di stabilire una comunicazione con noi. Dopo aver costruito piramidi e svolazzato a più riprese nei cieli di tutti i paesi della Terra, forse ai nostri vicini spaziali non era rimasta altra alternativa che privarci della notte per farsi notare.
Il partito politico al governo lo aveva detto chiaramente: è una manovra dell’opposizione finalizzata a creare tensioni sociali, era di certo colpa dei comunisti. Poi si resero conto che i comunisti erano loro perché nel frattempo avevano vinto le elezioni ma non se lo aspettavano e allora mandarono un comunicato stampa dicendo che erano stati fraintesi.
Non mancò chi ravvisò nella sparizione della notte un complotto delle banche perché pare che il risparmio energetico derivante dalla situazione di perenne luminosità avesse indirettamente favorito delle speculazioni finanziare i cui proventi furono investiti nella vendita di armi a qualche paese del terzo mondo. Non si seppe mai la verità, ma l’improvviso moltiplicarsi di agenzie multicredit in Botswana sollevo in alcuni leggerissimi sospetti.
Nel frattempo, immigrati clandestini vennero subito messi a vendere occhiali da sole agli angoli dei semafori.
I PSF, “Psicanalisti Senza Frontiere”, misero in guardia l’umanità ingenua: la scomparsa della notte non era un fatto reale, oggettivo, concreto. Era ovviamente una metafora, un processo di simbolizzazione. Significava che l’uomo negava i lati oscuri della vita volendo vivere solo quelli luminosi. Era il rifiuto dell’inconscio, del mistero dell’esistenza, delle forze primordiali. “Diverse ma differenti” fece notare che quest’ostinazione a parlare solo dell’uomo e a negare il potere femminile era il segno più evidente che “Psicanalisti Senza Frontiere” aveva introiettato il patriarcato.
Gli economisti erano in allarme: la sparizione della notte era una nefasta conseguenza dell’aumento dello spreed, che se avesse continuato a crescere di certo avrebbe avuto effetti incalcolabili anche sulle stagioni, l’inclinazione dell’asse terrestre, il moto ondoso della luce e l’ora legale.
Intanto i ristoranti cinesi smisero di chiudere, visto che insieme alla notte era scomparsa anche la mezzanotte, limite orario all’apertura dei locali imposto dal sindaco.
L’unione commercianti tacciò i cinesi di concorrenza sleale e lasciò intendere che se si voleva ritrovare la notte bisognava mettere il naso negli affari di quella Triade che usava per riciclare il denaro sporco certi particolari ristornati gestiti da persone che, curiosamente, non riescono a pronunciare il fonema r.
I sindacati promisero un autunno caldo dal momento che, era elementare, questa sospetta sospensione della funzione notturna rappresentava l’ennesimo tentativo di toccare i diritti acquisiti dai lavoratori dipendenti. La Uil, “Unione Inutile per il Lavoro”, si disse profondamente preoccupata per la situazione in essere ma pronta al dialogo con madre natura o con chi avesse potere di delega purché non si continuasse a pagare ai lavoratori a tempo indeterminato la tariffa notturna. Quando si fece notare alla Uil che non essendoci più la notte era difficile capire quando tale tariffazione dove essere applicata, risposero proclamando 15 minuti di sciopero, dopodiché si dissero soddisfatti dell’intesa raggiunta.
Intanto ai lavoratori atipici si chiese di coprire turni di 24 ore qualora volessero mantenere il posto di lavoro. Il Moige, “Movimento Genitori Imbelli”, non si pronunciò rispetto ai motivi che avevano provocato la scomparsa della notte, anche se, lasciavano intendere in maniera informale alcuni dei suoi esponenti più autorevoli, si sospettavano gli omosessuali, i quali si ostinavano in pratiche contro natura. Si dicevano certi che l’eliminazione delle ore notturne, normalmente dedicate a passatempi nocivi e immorali, avrebbero di certo aiutato i bambini a sviluppare abitudini più sane, fare più sport e mangiare molta verdura.
“Diverse ma differenti” fece notare che anche le lesbiche commettono atti contro natura e questa sospetta dimenticanza lasciava pensare che il Moige fosse complice del patriarcato. Inoltre, anche le bambine devono mangiare molta verdura.
La scuola sociologica post-strutturalista francese cominciò a teorizzare la atemporalizzazione come condizione dell’uomo moderno e si dimostrò entusiasta della scomparsa dell’ormai rigido e sclerotizzato confine tra giorno-notte, espressione da parte del cosmo di un atteggiamento percettivo imperdonabilmente dicotomico, francamente inaccettabile nell’era della post-modernità.
Anche perché la dicotomia, li apostrofò “Diverse ma differenti”, è palesemente un portato del patriarcato.
Dopo qualche mese, svanito l’effetto novità, la gente smise di chiedersi il senso dell’accaduto e cominciò ad adattarsi alla nuova situazione.
A qualcuno non dispiacque affatto. Improvvisamente si era resa disponibile una fetta di tempo prima del tutto inutilizzabile.
Altri, in un mondo dove il sonno era stato bandito, cominciarono a soffrire di narcolessia, ipersonnia e fenomeni connessi come cataplessia e allucinazioni ipnagogiche, portando avanti in questo modo un’implicita critica al modello cosmico proposto. Ma furono fenomeni residuali. Per lo più la gente si abituò a vivere in un mondo senza ombre, e quindi senza sfumature, ambiguità, misteri e soprattutto sogni. Un mondo perennemente luminoso. E finì per scordarsi come fosse la vita di prima, quella in cui spendeva alcune ore a riparo della propria incoscienza.
Per quanto riguarda me, soffro di narcolessia e sto seguendo una terapia. Il dottor B. dice che presto supererò questo problema, ma io credo che tutta la questione stia nel mettersi d’accordo su che cosa sia un problema. Posso capire che addormentarsi improvvisamente, mentre si sta portando avanti una qualsiasi attività, possa essere considerata da molti una faccenda fastidiosa. Non nego che lo sia. Tuttavia, sembrerà assurdo, ma io aspetto questi momenti con impazienza. Non è solo scivolare nell’incoscienza che è un gran sollievo. La verità è che sono le sole occasioni che ho per incontrarti. Il dottor B. dice non dovrei darti tutto questo spazio perché sei solo un’immagine ipnagogica, fenomeno allucinatorio molto comune tra i narcolettici. Forse è così. Ma c’è una domanda che mi ossessiona e alla quale B. non mi vuole rispondere. In un mondo nel quale sono spariti i sogni, come possiamo decidere cosa è reale e cosa non lo è?

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di Felice Quartullo

Nelle ultime ore della notte di un autunno appena sopraggiunto, Pierre osservava la finestra rettangolare della sua stanza delimitare il paesaggio circostante. Il riflesso grigio argento del fogliame prodotto dal chiarore della luna si distendeva scrupolosamente nella valle sottostante, ostacolato dai cipressi selvatici e dal tracciato lasciato dagli agricoltori, e rinascendo lontano, vicino le montagne, dove iniziava l’orizzonte. Il tepore del fuoco proveniente dal soggiorno era trattenuto dall’arredamento in legno; alcune candele illuminavano gli avanzi del pasto consumato, liberando lentissime gocce di cera e rilasciandole nella superficie del supporto di metallo. Nel taschino scucito della sua giacca il ticchettio dell’orologio poteva diffondersi indisturbato.
“Siamo alla resa dei conti, come ogni giorno…”, pensava dopo aver avvertito quel senso di irrequietezza, di inarrestabile angoscia dinanzi all’ormai prossimo nascere del giorno.
Gli ultimi lavori testimoniavano superbamente l’apice della produzione artistica raggiunta: il vigore delle pennellate pastose si distribuiva uniformemente in ogni angolazione, la scelta accurata del colore conferiva un valore nuovo a ogni elemento rappresentato nella tela. “Ecco, di nuovo, non manca molto…”. L’inesorabile avanzare del mattino produceva afflizione, indebolimento, dolori e tensioni emotive fortissime: il sudore lungo la schiena come uno strato di congelo impediva il movimento del corpo, l’espressione terrea del volto contrastava con la radiosità della tela da poco ultimata. Pierre continuava a dimenarsi disteso lungo il pavimento, strisciando verso gli angoli della sua stanza, sollevando folate di polvere e raccogliendo ogni genere di sporcizia.
– Il signor Pierre Drollman rappresenta un caso perfetto di fotofobia clinica, ovvero una psicopatia i cui sintomi si manifestano durante le prime ore del mattino causando una forte avversione nei confronti della luce, sensazioni di panico e dolori fisici di varia entità.
Gli psichiatri del centro di salute mentale cui era solito rivolgersi negli ultimi anni si erano espressi con queste parole. Pierre aveva accettato anche l’assistenza continua di una scrupolosissima cameriera: lo sorprese in ginocchio di fronte alla sua tela e lasciando cadere a terra una manciata di pillole spostò entrambe le tende verso le estremità dell’asta.
– Prenda la sua medicina e vada subito a letto… la smetta una buona volta di fare il conte Dracula.
La nausea e l’angoscia aumentavano progressivamente mentre il bagliore del sole ormai implacabile irradiava tutto l’interno e il sadico cinguettio degli uccelli si insidiava in ogni percezione umana… “Ci siamo, finalmente…”.
Le autorità locali giunsero nelle prime ore del pomeriggio cercando di gettare un po’ di “luce” sull’accaduto… Pierre aveva mantenuto una posizione fetale attorno alla tela. Tra gli oggetti disordinatamente raccolti sul pavimento della stanza comparivano alcuni tubetti di colore a olio: secondo il rapporto dello sceriffo erano stati probabilmente ingeriti dalla vittima causandone la morte per intossicazione.
– Sì, in base alla mia ricostruzione avvalorata dalla deposizione della governante, non esistono altre possibili cause di morte, pertanto dichiaro questo caso ufficialmente chiuso.
Il giovane guardiano del cimitero della contea comparve nella cornice della finestra e udì quelle parole. Dopo aver osservato per qualche minuto la tela dell’artista si rivolse sentenzioso allo sceriffo:
– Guardi con attenzione questo dipinto, sceriffo… l’immagine del sole accecante è l’elemento principale dell’intera scena, i raggi sprigionati sono rappresentati da pennellate forti e tondeggianti, la gamma dei colori utilizzata esprime vivacità e gioiosità in ogni dettaglio. Il lavoro incessante dei contadini raffigurati qui nel basso può essere svolto solamente nelle ore del giorno, quando la luce esalta meravigliosamente i suoi frutti. Di notte, sceriffo, molti pensieri rimangono immobili, non turbano le nostre coscienze, non pretendono insistentemente le nostre attenzioni: i canali dell’arte e dell’espressività possono alleviare le tensioni che trasmettono. Quest’uomo ha voluto mostrarci il momento della giornata in cui la sua vena artistica scompariva tristemente: la causa della morte forse è proprio qui, tra i lati di questa tela, composta da un intreccio di fili sottilissimi, sorretta da un anonimo rettangolo di legno…

di Marco Lipford

– Ok, tirate fuori La Notte, brutti figli di puttana!
Minelli, il gestore del Moron, cioè la discoteca più “in” della città, è fuori di sé. È un venerdì sera, ma La Notte non c’è più e il locale è vuoto. La faccenda è seria: chi frequenterà quel posto di sballi, adesso? Giardina, il contabile, ha ricevuto una soffiata su chi ha fatto sparire la componente più preziosa del Moron, appunto La Notte.
Con i nervi a fior di pelle, Il vecchio Minelli interroga nel lounge i suoi dipendenti.
– Avanti! – tuona – Chi è stato?
Al suo fianco c’è il ragionier Giardina, e davanti a loro si trovano Axel il barman, Iara la cubista e Carletto il buttafuori. I tre ceffi hanno l’aria colpevole, e si guardano qualche istante. Finché Axel non proferisce parola.
– Innanzi tutto moderi i termini. Cosa crede, che può trattarci come pezze da piedi solo perché ci paga una miseria?
– Ti pago il giusto, razza si mangiapane a tradimento! – sibila Minelli rivelando l’oro tra i denti.
– Che succede, capo? – Carletto si alza e nel porre quella domanda fa valere tutta la sua stazza.
– Ditemi dove avete messo La Notte! Credete che non sappia che la richiesta di riscatto è vostra?
Carletto alza le braccia perplesso, ma Axel lo sbugiarda:
– No, non tiriamoci indietro. Non fingiamo.
Si appoggia con entrambe le braccia al bancone e aggiunge: – È vero, l’abbiamo presa in ostaggio. Cosa vuole? Occorre pur farsi valere in questo mondo di merda. Non siete voi imprenditori, gli unici furbi.
Il sopracciglio alzato del barista è quanto di più indisponente.
– E hai pure il coraggio di confessare, mascalzone? – grida il proprietario dell’intero baraccone –Io ti rovino!
In tutto ciò il ragionier Giardina si fa sempre più attento. È teso, sembra incerto sul da farsi. Iara lo guarda e resta in silenzio.
– Piano con le parole, le ripeto – replica ancora Axel – ma possiamo accordarci: in cambio di un milione tondo tondo le ridiamo La Notte e il nostro silenzio sui traffici illeciti di coca che troppo tempo le abbiamo coperto in questo locale.
Dopo una serie di urli, minacce e improperi, Minelli sembra arrendersi ai suoi dipendenti-lestofanti: il re è stato messo sotto scacco dagli stessi pedoni delle sue fila. Ma al momento di firmare l’assegno due colpi di pistola freddano Axel e Carletto. Iara lancia un urlo di orrore.
– Giardina! – grida sorpreso Minelli.
– Proprio io! – dichiara il contabile, e avvicinatosi con la pistola ancora fumante puntata verso di lui gli strappa di mano l’assegno firmato.
– Ma allora sei stato tu… Miserabile!
– Esatto, – conferma Giardina, – e non tollero che una coppia di truffatori omosessuali si prenda il merito dei miei piani.
Il contabile assassino agguanta la spaventatissima Iara per il braccio e la trae a sé.
– Finché non ho il denaro, lei viene con me come garanzia. E niente scherzi!
Senza voltare le spalle escono dal lounge, Iara con la pistola puntata tra i reni. Saliti su una berlina blu nel parcheggio, Giardina appoggia l’arma sulla plancia.
– Ottima interpretazione, mia cara. Hai un’intelligenza rara, oltre che un gran personale – dice, e con fare viscido le mette una mano sulla coscia. – Adesso liberiamo l’ostaggio e poi voliamo io e te ai Caraibi, in vacanza permanente! Volevano farmi fesso, quei due!
Nemmeno il tempo di accendere l’auto che la mano guantata di Iara afferra la pistola e la punta contro il contabile.
– Quando hai lasciato tutto in mano a me per rapire La Notte ho capito che non sei intelligente come sembri. Ma su che basi credi che Axel e Carletto abbiano detto che erano stati loro a fare il rapimento?
– Ma… mia cara… – balbetta Giardina, e l’abitacolo della berlina attutisce lo sparo.
Iara si infila l’assegno nel reggiseno ed esce dalla berlina, pistola in pugno. Tornata nel lounge del Moron, ad aspettarla trova niente di meno che Minelli.
– Fatto tutto? – le chiede, si avvicina e le prende la pistola.
Lei scavalca i cadaveri ancora freschi di Axel e Carletto e si mette dietro al bancone. Versa un prosecco in due calici e con un sorriso gliene porge uno.
– Prosit! – dice lui, e beve. – Molto bene. Ma ridammi l’assegno, dolcezza.
– Te lo darò quando siamo sull’aereo – risponde Iara con aria innocente.
– Quale aereo? – ridacchia Minelli dal divanetto, e fa ondeggiare il suo prosecco ambrato – È vero, hai avuto l’idea che mi mancava: rapire La Notte per poi corrompere i tuoi colleghi e Giardina a prendersi la torta. Così mi sono liberato in una sola botta di due testimoni scomodi e di un contabile infingardo. Adesso posso prendere ciò che rimane, chiudere la discoteca e filarmela prima che le acque si facciano ancora più torbide. La narcotici mi sta alle costole, e tu capisci che non posso rischiare di essere rallentato o peggio tradito, e perciò devo rinunciare alla tua pur piacevole compagnia…
La pistola adesso è puntata verso Iara.
– Certo, un piano perfetto, mi dispiace solo che ti sei dovuta sporcare tu alla fine, ma non importa adesso. E non preoccuparti, – ghigna, – ho l’imbarazzo della scelta su chi far cadere l’arma del delitto.
L’espressione sul viso della ragazza cambia dal giorno alla notte.
– Oh, nessun disturbo. Con la pistola in mano troveranno te, mio caro, – dice suadente.
Minelli ride, ma quando preme il grilletto la pistola non spara, e lì capisce che qualcosa non torna.
Iara si guarda il french sulle unghie.
– Credevi fossi così sciocca da riconsegnarti una pistola carica?
Minelli cerca di allentarsi quel fastidioso nodo al collo. Che strano, non ha la cravatta.
– C-cosa mi hai dato da bere? – si agita e cade da dov’era.
Iara, incurante degli spasmi del vecchio, resta dietro al bancone.
– Io?… Oh, deve essere la Riserva Speciale di Axel… mi aveva detto che la teneva da qualche parte. Non ti piace?
– Maledetta!
Negli occhi di Minelli si rivela un lampo di intuito:
– Siete d’accordo, vero? È stata La Notte… è stata lei a ordire il piano… e tu hai messo nel sacco tutti… alla perfezione… che idiota a non averci pensato prima!
Quello stramazza in pochi secondi e lei gli sistema la pistola ben salda tra le mani. Ora può ricongiungersi con La Notte, finalmente sono libere. Tra gli intrallazzi di Minelli e compagnia non volevano più entrarci, stanche entrambe com’erano di quel posto maledetto da Dio. L’unica cosa buona è che tra quelle pareti si sono incontrate. Lei, Iara, e il suo amore Mary La Notte, la dj più in voga del momento.

di Patrizia Berlicchi

Amici, associati, tanghèri, benvenuti. Ognuno di voi è al corrente del motivo per cui, in qualità di Presidente dell’Associazione Culturale “Oltretango”, vi ho invitato qui stasera. La nostra consueta riunione consuntiva semestrale è in realtà un pretesto per discutere in merito ai recenti accadimenti che ci hanno visti vittime di un sopruso gravissimo da parte dei nostri governanti: la sottrazione perpetua della notte. Ciò che fino a sessantuno giorni fa è stato ingannevolmente propagandato come un provvedimento provvisorio e straordinario è diventato, di fatto, un atto di forza definitivo. La sospensione cautelativa della notte, come è stata impunemente definita l’iniziativa, si è trasformata nella sua eliminazione a tempo indeterminato. Ebbene, noi siamo qui stasera per ribadire che non possiamo tollerare più oltre un abuso che non ha eguali nella storia del nostro Paese!…
… Ciò che non può essere controllato va eliminato; questa è la logica perversa e vessatoria del tiranno. Con la notte hanno voluto toglierci l’anima, mandare a morire la madre di ogni emozione, custode e nutrice di verità e di bellezza. Il tango è uno dei figli prediletti della notte; senza il suo seno generoso questa creatura fragile e bellissima è destinata a morire… come potremmo permettere un tale scempio?!
Insieme a noi, cari amici, molteplici compagini civiche stanno organizzando la ribellione; siamo quindi orgogliosi di congiungere i nostri sforzi con l’azione coraggiosa di molti. Voglio innanzitutto mettervi al corrente delle notizie più recenti che ci giungono dai vari fronti della resistenza: come sapete, riceviamo costantemente informazioni dal comitato scientifico regionale del movimento “Riprendiamoci la notte”; Bonifanti e Righetti, che tutti conosciamo e che stasera non hanno potuto essere con noi poiché impegnati senza tregua nel progetto che sto per illustrarvi, sono nel comitato fin dalla sua nascita, rispettivamente in qualità di geofisico e di ingegnere.
Ebbene, proprio da loro ci giunge la notizia che abbiamo finalmente le immagini satellitari che individuano il serbatoio, diciamo così, all’interno del quale, da sessantuno giorni, sei ore e… 19 minuti, è segregata la notte. La prigione si trova proprio qui, amici, nella Capitale, e più precisamente al di sotto del vecchio gazometro… Signori! Prego, restate seduti… le domande a dopo! Per favore, concedetemi ancora alcuni minuti di attenzione!
Come dicevo, le immagini hanno evidenziato una serie di “interruttori”, per così dire, disposti lungo l’intera circonferenza del gazometro. Non intendo dilungarmi in complesse quanto inutili spiegazioni tecniche, quindi verrò subito al dunque, fornendovi solo poche semplici informazioni; si tratta, in breve, di agire su degli accumulatori meccanici di energia, gli interruttori di cui sopra, per l’appunto, sollecitandoli con energia cinetica…
… Mi chiederete: “da dove attingere tale energia?” La risposta, amici, è: da noi! I nostri passi produrranno l’energia che ci necessita per azionare gli interruttori che apriranno il serbatoio; non dobbiamo fare altro che ballare!
… Amici!…Vi prego, rimanete ai vostri posti! Comprendo il vostro sgomento: l’incredulità nei vostri volti è fin troppo eloquente ma vi prego di darmi il tempo di illustrare il nostro piano.
È noto a tutti che a non più di cinquecento metri dal gazometro sorge una delle più antiche e prestigiose milonghe di Roma: “Las rosas”. Ebbene, fra esattamente quattro giorni, domenica pomeriggio alle diciotto, ognuno di noi converrà alla milonga, come di consueto. Nei giorni che ci separano da tale data la segreteria dell’associazione raccoglierà le adesioni per formare le coppie; ventisei per la precisione, per un totale di 52 elementi i quali, alle ore 18.45 di domenica, dovranno trovarsi all’interno della sala, disposti in due file parallele di tredici coppie ciascuna, pronte ad uscire, alle ore diciannove in punto, per giungere a dieci metri dalla recinzione che circonda il gazometro. Le due file si muoveranno procedendo una alla propria destra e l’altra ala propria sinistra fino a raggiungere l’obiettivo, circondandolo. Un sistema di amplificazione garantirà la diffusione della musica consentendoci di ballare proprio come se fossimo in una milonga; in cerchio e nel senso della ronda. E veniamo infine alla musica; abbiamo a disposizione 12 minuti: esattamente una tanda di quattro balli. Inutile dire che la scelta dei tempi e dei brani è stata effettuata in base a criteri rigorosamente scientifici che, tuttavia, hanno prodotto un bouquet musicale di grande poesia… e come avrebbe potuto essere diversamente, d’altronde?!
Inizieremo con Tu canciòn e, in crescendo, seguiranno Los amores, Dos palomas e Milonguita.
Vi prego di considerare con la massima attenzione ciò che sto per dirvi: è importante che balliate esattamente come se foste in una sala, con la stessa intensità, con la stessa padronanza di sempre. Non lasciatevi intimorire dalla situazione; date il meglio di voi. In realtà non ho dubbi che sarà così.
E ora la raccomandazione più importante: alla fine della tanda non indugiate sul luogo ma raggiungete repentinamente le vostre auto e tornate a casa. Avrete il tempo necessario per allontanarvi indisturbati se agirete senza esitare; possiamo infatti garantirvi una copertura dai sistemi di controllo di diciassette minuti.
Amici, l’azione che stiamo per intraprendere, sul cui successo nutro una profonda certezza, resterà alla storia come uno degli atti più arditi e rivoluzionari ad opera di uomini liberi. Confido che per il nostro coraggio riceveremo in premio di rincasare, finalmente e come ai vecchi tempi, accompagnati dal chiarore dolce delle stelle.
Viva la notte!
Viva la libertà!
Viva il tango!

di Elena Benigni

Il mio vecchio maestro di acquarello insisteva sempre sulla linea gialla che andava tracciata all’orizzonte, diceva che per riprodurre l’effetto della luce, andava sempre sfumato d’ocra il passaggio insensibile tra cielo e terra, e fino a oggi questa mi era sembrata solo una delle sue tante stramberie, ma oggi… oggi è il terzo giorno di veglia per tutti noi della Commissione Speciale e nonostante le fiale di Anfetamina gentilmente proporzionateci dal Governo per lavorare più in fretta, la spossatezza si legge sui nostri visi. Chissà come erano arrivati a me, non sapevo qualcuno conoscesse il mio lavoro nelle “alte sfere” della politica, eppure eccomi qui, con i nominati “Esperti” per risolvere il grave problema che affligge il mondo da oltre 72 ore… e che lavoro impossibile! Questi “scienziati” non hanno la minima idea di cosa siano luce e oscurità, né hanno mai imparato ad essere spregiudicati… la Dottoressa Linda, l’illustre astronomo Dottor Saturnio e il Dottor Napellus, l’agronomo convocato d’urgenza, sono ancora al computer, tracciano grafici e segni per me ormai incomprensibili, l’unica comprensione che mi rimane è che il mio maestro aveva ragione: l’orizzonte è giallo!
– Dottor Vladimir… venga, la prego, forse siamo giunti ad una conclusione…
Mi separo a fatica dalla finestra e dal suo paesaggio di luce desolante per sedermi con gli altri.
– Ecco, dottore, forse non abbiamo dato il giusto peso alla sua prima ipotesi, sa, noi non siamo abituati ai postulati… come dire? Filosofici?
– Esoterici, prego…
– … Sì, insomma, crediamo possa aver ragione, anche perché tutti i calcoli basati sulle nostre conoscenze del periodo siderale non portano a nulla, voglio dire, è evidente che le rotazioni dei pianeti non sono cambiate, mentre la sua idea spiegherebbe questa improvvisa “scomparsa della notte”… se davvero… se davvero la materia si fosse fatta così densa e impenetrabile da non assorbire più nemmeno un nanometro di lunghezza d’onda… sì, è possibile che tutto rifletta la luce, la respinga, se preferisce che usi la sua terminologia, ma perché è sparito anche il sonno? Perché non possiamo addormentarci?!
– Mia cara Linda, pensa di non essere fatta di materia anche lei? Il sonno non è altro che la notte della coscienza, è quel periodo in cui gli esseri umani possono assorbire tutte le forze rigeneratrici che vengono dal cosmo, così come la notte è… era, quel periodo in cui la terra, in qualche modo addormentata, assorbiva tutta la luce del Sole per nutrirsene, e fuori si faceva buio. Se la materia, come credo, si è tanto indurita da farsi impenetrabile alla luce, indipendente, mi permetta il termine, dallo Spirito, essa espellerà poco a poco tutte le energie. La prima energia espulsa dalla materia è stata la luminosa, ma ho ragione di credere che seguiranno in ordine: la sonora, la gravitazionale e la vitale.
– La sonora? Questo vuol dire che tra poco sparirà anche il silenzio?!
– Esatto, vedo che segue il mio ragionamento…
– Dottor Vladimir, le confesso che non so darle ragione né torto, di certo c’è che analizzando questi germi di soia transgenica di ultima generazione, posso affermare che sì, la loro crescita è indipendente tanto dalla luce quanto dal numero delle molecole d’acqua disponibili.
– Certo, Dottor Napellus, è come dice, e non so perché la sorprende tanto, l’agricoltura non è certo l’unica branca della scienza che abbiamo svincolato dai ritmi terra-cosmo, luce-buio
– Dottore, le dico la verità, e quasi me ne vergogno, credo a tutte e ognuna delle parole che ha detto… le… sento… sento la notte in me, ora che fuori è sempre giorno, e ricordo la tiepida sensazione del sonno come un vero splendore, nelle notti passate… o mio dio!
– Dio? Ma siete impazziti! Dico io, siamo interpellati come uomini di scienza per dirimere un grave problema di salute, di ordine pubblico, di fisica, di astronomia, di… di… di…! eeh?! E voi vi appellate a una astrazione medievale?! Dio: un delirio erotomaniaco sublimato dall’oppio dei popoli?! Ecco perché non dobbiamo più dormire, è giusto così, sarà la selezione naturale a eliminare ogni traccia delle vostre superstizioni!
– Signor Saturnio, la prego, non è il momento di perdere le staffe, la mia era solo un’esclamazione convenzionale. Ad ogni modo sarò franca, non vedo come la sua “Selezione Naturale” sia un’entità meno astratta di qualsiasi altra idea o divinità che dir si voglia…
– Esimia Linda, lei bestemmia l’Evoluzionismo!
– Signori! Se siete pronti ad appoggiare il mio esperimento e cercare così di recuperare l’equilibrio luce-ombra, se potete abbandonare i vostri pregiudizi e seguirmi, vi sarò grato per la collaborazione, altrimenti dobbiamo separarci qui, credo resti poco tempo.
– Per me se ne può tornare da dove è venuto. Se la natura ha deciso che sia sempre giorno sarà forse solo la fine degli stolti, non certo dell’Evoluzione… prima di noi c’erano i batteri e ci saranno anche dopo!
– No la prego, resti!

Notte e giorno, veglia e sonno. Nonostante conosca i loro segreti, la sistole infuocata del sole, l’ascolto argenteo della luna, l’invisibile luce degli astri, ancora resto meravigliato dagli intrecci inestricabili del tramonto: oro, sangue, linfa, arancio… si amano davvero, timidi dietro i pendii o sboccati davanti allo specchio del mare e… so di aver fatto la cosa giusta, l’equilibrio innanzitutto, e non m’importa di non vedere più anima viva sotto questi mutevoli cieli, ma forse… Linda, almeno lei, avrei potuto salvarla?

di Specchio Gelido

Sul colle numero 5 i turisti erano divisi in due fronti. Quelli che guardavano a ovest e quelli che guardavano a est. Rispettivamente per guardare il tramonto e l’alba nello stesso istante. Mancava poco all’ora nella quale il sole tramontava all’orizzonte di fronte e contemporaneamente sorgeva all’altro orizzonte alle spalle. Come negli antichi videogame del commodore 64, nei quali il personaggio che pilotavi usciva da un lato dello schermo per rientrare istantaneamente dall’altro, per effetto della matrice circolare del buffer video. E in questo stesso modo il sole mostrava il suo primo spicchio nel sorgere a est quando il suo primo spicchio spariva nel tramontare a ovest. Ovvio che nessuno pensava che questo fenomeno fosse causato da un buffer circolare che disegnava il cielo, non siamo in un commodore 64. Nessuno sapeva per la verità come accadeva fisicamente questo nuovo fenomeno. Si sapeva solo che la notte era stata vietata per decreto ormai da un bel po’ dai governi del mondo. Precisamente da quando essa era stata accusata di essere la feconda madre delle idee artistiche e filosofiche che avrebbero potuto influenzare persino le idee politiche, e portare il “popolo”, parola tornata di moda di recente, a capire che il tempo, il proprio tempo, poteva avere più valore del denaro, di quel denaro che gli veniva elemosinato per vendersi tutta una vita, e spesso anche l’anima, in cambio di briciole per sopravvivere. Chiudersi in gabbie di carta e polvere di toner, tutti lo accettavano, eppure tutti si sentivano intrappolati in schemi e routine che decidevano per loro i ritmi e gli orari nel fare le cose quotidiane. Una vita spesa a contare gli spiccioli per vedere se bastano a pagare l’affitto di una camera o, per i più fortunati, per crescere i figli.
Tutto era precipitato a quel tempo, quando Vivid, una giovane donna, usò il proprio badge, anche detto “cartellino delle presenze”, per scorticare la pelle dalla carne del ministro del lavoro, che aveva per l’ennesima volta lanciato una campagna d’ostilità e di denigrazione contro i lavoratori, nel consolidato tentativo di metterne le categorie le une contro le altre. Mettere le classi sociali, o meglio le diverse categorie di una stessa classe sociale, le une contro le altre, è il primo trucco che un politico impara a implementare per poter distogliere l’attenzione del “popolo” da ciò che altrimenti lo istigherebbe a ribellarsi. Poter sguazzare indisturbato nella ricchezza trafugata tra una scopata con una minorenne e una pista di coca richiedeva a quell’epoca un diversivo, perché ancora c’era chi nel popolo si sarebbe indignato. Una come Vivid, per esempio.
Vivid venne ricercata a lungo dalla polizia di mezzo mondo, dopo che appese la pelle del ministro all’asta della bandiera della torre d’oro con intarsi d’avorio del parlamento durante un summit internazionale, al posto della bandiera di stato che lo ospitava, ma non fu mai trovata. Si sapeva che era una creatura della vita notturna e i governanti del mondo, terrorizzati che la loro pelle potesse essere scorticata con un badge, magari nemmeno di un ente importante, e appesa a qualche palo, pensarono che proibire la notte, oltre a evitare il sorgere di idee di rivolta, potesse anche far sparire Vivid nel nulla, anche dai ricordi del popolo, proprio come sparì la luna dal cielo e dai ricordi.
La trovata funzionò piuttosto bene. Oggi il popolo non ha tempo per pensare a una rivolta, infatti. Lavora sempre otto ore al giorno, ma essendo il giorno ripetuto due volte in 24 ore, essi lavorano 16 ore su 24. Il resto del tempo, tra le faccende quotidiane e il tirare avanti per campare, spegne del tutto quel che resta di un’anima che non ha alcun nutrimento da una vita di solo “impiego”. Tutte e due le volte che nelle 24 ore l’orologio segna l’alba, le persone vanno a lavoro in file indiane, assenti dai loro corpi più di quando all’impiego ci andavano una volta sola al giorno. A quei tempi vivevano la notte per sognare o sognare di vivere. Ma già all’epoca non riuscivano a coltivarsi un’anima nei soli fine settimana, già all’epoca erano pochi i “ribelli” che violentando la notte scrivevano il loro dissenso, anche sui muri, lo dipingevano lo componevano in musica elettronica o semplicemente “sentivano”, “assaporavano” le opere che questi realizzavano. Ora che non avevano più nemmeno la notte, ogni uomo, donna e bambino era ancora più simile a un automa che a una creatura senziente. E li potevi vedere lì, quegli ex-ribelli, nei loro fine settimana, immobili nei parchi a fissare le nuvole che sembrano di panna, aspettando forse che da dietro di esse spunti ancora la luna portando con se la notte.
– E che facevi tu quando c’era la notte? – domandò Mirror alla sconosciuta vicina di panchina.
– Io dormivo – rispose lei.
– Ah, fico – disse lui.
– E tu? – chiese lei.
– Io non me lo ricordo, è cambiato così tanto in cosi poco tempo, e quella vita mi sembra di qualcun altro. È così che vanno le cose, non dico solo per la notte che è sparita, ma per tutte le cose che cambiano, pure per l’amore, per esempio.
– Che vuoi dire? – chiese incuriosita lei.
– Che per molto tempo le cose ti sembrano come immutabili nel loro schema che si ripete, ma è solo come accumulare acqua dietro una diga, e poi qualcuno rimuove quella diga, magari solo per vedere che succede.
– E che succede? – chiese lei interessata al concetto.
– Che tutta quell’energia accumulata irrompe, rimodella tutto ciò che travolge.
– Sì, è cosi che funzionano le cose, – aggiunse lei, – vale anche per le rivoluzioni, non solo per l’amore, come dici tu, e di solito il cambiamento è molto distruttivo per alcuni e costruttivo per altri. È costruttivo per chi ha pensato bene di far accumulare molta acqua dietro la diga prima di stappare il tappo.
– La rivoluzione è un business ma l’amore è un cane che viene dall’inferno – aggiunse Mirror fissando quel sole con i suoi occhiali a specchio.
– Vero, – proseguì lei, facendo una pausa come per evidenziare che sebbene di fondo parlassero di due cose diverse, rivoluzione lei e amore lui, stavano facendo calzare i loro argomenti a entrambi i temi, – l’inferno è dentro tutti noi, e se l’amore è un cane che viene dall’inferno è perché sappiamo sguinzagliarlo per fiutare l’inferno degli altri, e tu parli d’amore e io di rivoluzione, ma il primo amore dovremmo averlo per noi stessi. Ama davvero se stesso chi per poche briciole di salario accetta di fare da schiavo a qualcuno? È su un ricatto che questa società ha sostituito gli schiavi agli impiegati. Ed è riuscita a vietare anche la notte senza che nessuno si sia ribellato. Il popolo oggi accetta qualsiasi cosa, e non sa più nemmeno la differenza tra lavoro e impiego come non sa più la differenza tra giorno e notte.
– Tenere le persone “impiegate” fino a sfinirle è il modo più sicuro per azzerare la loro umanità. Io la capisco la differenza tra lavoro e impiego – replicò lui.
– Vedo che comprendi le mie idee. Quando Vivid scorticò quel politico, ci ha mostrato come togliere la diga – disse lei.
– Ma a che prezzo! Ha solo fornito un pretesto per vietare la notte.
– Sì, scorticare un ministro fu uno sbaglio. Scorticarne uno rese solo tutti gli altri più uniti, ma avevo un solo badge all’epoca – affermò lei infilando la sua mano nella tasca del giubbino di Mirror e tirando fuori un rettangolino di plastica che gli porse.
– Che fai? – chiese lui guardandolo e rigirandolo. Poi aggiunse: – Ma è il mio badge, ma senza nome e senza foto! Come hai fatto a cancellarli?
– Nello stesso modo nel quale loro hanno cancellato la notte. Questo badge è solo un simbolo, Mirror, è il simbolo dietro al quale c’è la tua scelta tra una vita da pecora dentro a un recinto e una vita diversa, ancora più incerta, ma libera, nella quale un uomo invece di impiegare, in quanto impiegato, il proprio tempo, lo riempie del frutto del proprio lavoro, che siano opere o azioni, qualunque esse siano.
– Tu sei Vivid? – sussurrò Mirror.
– Io sono un cane che viene dall’inferno, sono un simbolo, l’amore che ogni persona dovrebbe avere per se stessa, e fiuto chi si porta dentro un inferno uguale al mio…
– Fico – ciancicò Mirror mentre Vivid aggiungeva:
– … ed è pronto a raccogliere l’idea di risvegliare le coscienze attraverso opere, qualunque esse siano.
– Scorticheremo qualche politico? – chiese lui, entusiasta.
– No, non è servito l’altra volta, vanno scorticate solo le coscienze per avere risultati, con delle idee che non si sciolgano al sole – concluse Vivid.

di Patrizio D’amico

La notte è andata. Eccoci, tutti lì a guardare. La cosa è successa gradualmente su tutta la superficie della terra: un’attesa eccitante.
Si stava sui cofani delle automobili, seduti sulle panchine, sulle sedie portate da casa, nei parchi, sui terrazzi delle case, sui balconi. C’è chi andò anche al mare, per vederlo sorgere lì, il sole, dalle acque, e salutare così la notte. L’ultima.
– Ecco che se ne va, guarda guarda guarda – dicevamo tutti. E da nero il cielo cominciò a farsi blu, poi più chiaro, verde quasi bianco, e BAM!: il raggio di luce del nuovo prossimo intramontabile giorno stava davanti ai nostri occhi e non lo lasciammo più.

La notte è andata da qualche giorno. In molti saltano di gioia, in giro si sente dire che è stata sconfitta la vecchiaia, che il tempo si è fermato, tanti inneggiano ai Maya.
Il fatto è che, Maya o non Maya, nessuno s’aspettava una cosa del genere. Ok i supertelescopi, le rilevazioni a infrarossi e tutte le tecniche astrologiche all’avanguardia che abbiamo, ma neanche uno scienziato si era preoccupato di controllare la luce, un fascio di luce e non un pianeta, in avvicinamento.
In due parole: noi giriamo intorno al sole, ma lui gira intorno a un altro sole. E BAM!, ora la sua luce, quella del super-sole, ci ha raggiunti, e la giornata solare, 24 ore diciamo, in questa super-gallassia che ci contiene, dura da noi in relazione circa… duecentomila anni. E questa è solo una previsione, in realtà ancora devono capire bene quanto durerà di preciso la giornata del Super-sole. Otto minuti ci mette la luce del sole ad arrivare su di noi? Bene, Ottomila anni c’ha messo quella del super-sole a raggiungerci, e ora rimarrà qui, sempre, giorno e nott… ehm, giorno e giorno.

La notte è andata da qualche mese, due, tre, giù di lì. La gente però continua a invecchiare, il tempo non si è fermato, erano tutte dicerie. Le piante stanno impazzendo, le persone peggio. C’era un tizio che vedevo tutte le mattine andare a lavoro, Rayban a specchio e valigetta. L’altro giorno, o notte mascherata da giorno non so, è uscito in un abito a tubino di raso azzurro, tacchi e calze a rete. Se quelle cose le faceva solo di notte, ora deve farle solo di giorno. E così tutti, chi la notte dormiva, chi lavorava. La gente vaga, abbiamo delle facce terribilmente post-atomiche. E siamo sempre con l’occhio all’orologio ma non si capisce bene perché, non è più come prima. Come dice il nuovo detto: anche se il metronotte attacca all’ora giusta, lavora di giorno e non di notte. Ci sarà a breve una forte isteria di massa, me lo sento.
E i locali hanno tutti una nuova bibita in vendita, il Black Sky. Non si sa che miscuglio chimico sia ma si sono sbrigati a renderlo legale. Così ora ti fai un bicchiere di questo Black Sky e intorno a te sembra notte, vedi… quasi buio. Secondo alcuni rende ciechi, per altri rende ciechi e impotenti. C’è chi dice dia dipendenza, dipendenza da notte indotta chimicamente. Sta di fatto che siamo costretti a farcela così, l’illusione della notte.

La notte è andata da molto tempo, i mesi si confondono, le giornate peggio. Dicono che questo sarà l’anno Zero. Che tra qualche decina di anni nessuno si cagherà più Gesù: il tempo, il nuovo tempo, comincerà a essere contato da ora, 2012, primo anno senza notte. Mi bevo l’ennesimo Black Sky qui all’HulaHoop, e non posso fare a meno di ripensare a quando la notte si usciva, si incontrava gente, si beveva, si ascoltava musica nei locali semibui e poi uscivi fuori a fumare una sigaretta e… Atmosfere andate di quando la notte si rimaneva a casa, quando si stava insieme a guardare fuori dalla finestra le scie rosse delle macchine, quando la notte c’erano le stelle, quando la notte arrivava o sapevi che stava per arrivare. Potessi tornare indietro, lo direi a tutti; una specie di messaggio profetico, subliminale, scritto ovunque: finché c’è, godetevela.