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di Gabriele Piretti

Buio. Sua madre aveva spento la luce da pochi secondi, non prima di avergli rimboccato le coperte e spifferato di nuovo all’orecchio, l’alito caldo e rassicurante, “tanti auguri!”. Quel giorno Antonio ne aveva fatti undici e aveva ricevuto tanti regali meravigliosi. A parte uno. Non sapeva chi glielo avesse regalato, sembrava apparso dal nulla. L’aveva fatto vedere a sua madre, che dopo essere rimasta impassibile per qualche istante, gli disse “non lo so, caro” e gli scompigliò i capelli sorridendo.
Chi aveva voluto celebrare il suo compleanno, in quel caso, non si era nemmeno degnato di celare la sorpresa con una carta regalo, limitandosi a schiaffargli in faccia quella strana bambola: era di peluche scadente e aveva il corpo sferico e nero privo di arti; la testa, come il corpo, era di forma semplice e tondeggiante ma più piccola, con il retro nero e la faccia bianca su cui era stato scarabocchiato un volto con una matita rossa, come il ghigno di un clown malaticcio.
Ad Antonio era sembrata orribile. L’aveva lasciata dov’era e per il resto di quella bella giornata l’aveva messa da parte in uno scompartimento della mente. Fino a quel momento, quando la luce, improvvisamente, aveva lasciato spazio all’oscurità della sua stanza.
Il ricordo di quella faccia insanguinata lo fece rabbrividire. Antonio si nascose bene sotto le coperte, facendo sparire la testa sotto il manto protettore del piumino. Con un braccio creò un vuoto tra la coperta e la pancia, posò su di essa l’indice e il medio della mano come fossero due gambe e visualizzò la caverna preistorica. Era un gioco che faceva spesso prima di dormire e che gli dava grande beneficio nei casi in cui aveva paura.
Arabuh, il cacciatore, stava discutendo animatamente con il suo amico Corius, l’addetto ai fuochi della tribù. Arabuh era infuriato perché la brace non era ancora pronta e lui aveva un pezzo di mammuth succulento pronto per esser cotto. Corius si era difeso facendogli notare che Urgulum si era fatto male e aveva dovuto cercare la legna da solo. Stavano per venire alle mani quando Antonio sentì un tonfo leggero e un rumore come di dita che scivolano sui vetri. Rimase immobile per un po’, le orecchie tese. Nulla. Forse un uccello aveva calcolato male la traiettoria e aveva sbattuto contro la sua finestra?
Alla fine si decise a tirar fuori la testa dal rifugio e la caverna preistorica svanì nella sua mente come un pensiero stupido. Senza fretta scostò la coperta e guardò la finestra. Le dita dei suoi piedi si rattrappirono al punto da bloccarsi in un crampo dolorosissimo, ma il grido di Antonio rimase sospeso e le corde vocali non vibrarono. Gran parte della finestra era occupata da un corpo che vi si era appiccicato, braccia e gambe spalancate. Sembrava una vecchietta, decrepita e pallida, chiusa in una veste grigia e lacera. I capelli marroni, lisci e lunghi, svolazzavano a ritmo di vento. La bocca era una fessura ricurva e maligna schiacciata contro la finestra. Gli occhi, due bolle d’acqua sporca al cui interno due piccole macchie erano fisse su di lui e lo studiavano. Antonio rimase immobile e prese a sudare. Anche il polpaccio, tesissimo, stava per cedere a un crampo. Continuò a rimanere immobile. Non aveva nemmeno il coraggio di muoversi quel poco che gli serviva per infilare nuovamente la testa sotto il piumino. Il terrore che quella cosa intuisse che lui era sveglio lo faceva impazzire. Meglio così, pensò, meglio che pensi che non l’abbia notata.
Passarono le ore ma la creatura era sempre lì, attaccata alla sua finestra, e lo guardava senza muoversi. Anche Antonio era ancora nella stessa posizione, rigido come un tronco. Si era spostato forse di un millimetro, ma solo perché una goccia di sudore gli era calata tra le natiche provocandogli un prurito terribile.
Così passò quella notte. I pochi istanti in cui Antonio aveva sonnecchiato, atroci incubi avevano sostituito la visione della creatura che lo osservava. Poi riapriva gli occhi, con la speranza di poter dire che era stato solo un sogno e sospirare verso la finestra libera da ogni sorta di malvagità della notte… ma lei era sempre lì, con i suoi occhietti fissi su di lui, senza palpebre a nascondere anche solo con un battito di ciglia quello sguardo che lo faceva sembrare un passero in mano al Diavolo.
Poi d’un tratto, alle prime luci dell’alba, l’essere, la creatura, lo spettro, la vecchietta, si staccò e volteggiò come un corvo sopra un funerale e sparì dalla sua vista. Nella penombra dell’alba, Antonio poté ancora vedere l’impronta di quel viso famelico condensatasi sul vetro.
Sì alzò e sentì dolore in ogni punto del corpo. Corse al bagno e urinò dolorosamente.
Sua madre lo attendeva per la colazione, ma Antonio non le disse nulla, per timore di essere giudicato un pazzo o uno stupido bambino pauroso.
Andò a scuola e fu silenzioso tutto il giorno.
Quando tornò a casa, fece la strada insieme a un suo compagno, Giulio. Era cicciotello e solitamente parlava di videogiochi o fumetti.
– In pratica, – stava dicendo, – tu puoi scegliere vari allineamenti per il tuo personaggio. Puoi anche decidere di essere malvagio e basta. Però poi ti devi essere veramente cattivo e devi uccidere pure il falegname disarmato, altrimenti il computer ti toglie punti.
– Sì, eh? – disse Antonio.
Si voltò verso l’altro lato della strada e vide la creatura. Si trascinava nei suoi stracci, il corpo perfettamente in linea con la strada, mentre la testa e il collo erano innaturalmente girati verso di lui e sentì i peli drizzarsi come aghi su tutto il corpo.
– Che hai? – gli chiese Giulio.
– N… niente, – balbettò.
Giulio guardò dall’altra parte e gemette.
– È Nannarella! Scusa, devo andarmene. Mi dispiace, Anto’… – e tornò velocemente indietro.
Antonio, fermo sul marciapiede, guardò perplesso la cartella del suo amico che sobbalzava a ogni passo e infine svoltò in una vietta sparendo alla sua vista. La creatura stava ora ferma e lo guardava.
Riprese a camminare spedito e arrivò a casa ansimando.
La madre gli chiese che diavolo gli fosse successo.
– C’era una cosa attaccata alla finestra stanotte, una vecchia, non so. Mi ha guardato tutta la notte e anche adesso che tornavo da scuola. Giulio quando l’ha vista è scappato.
La madre lo abbracciò e cominciò a carezzargli la testa.
– Non essere triste, vedrai che andrà tutto bene, – disse la mamma con una voce atona.
Venne di nuovo la notte e Antonio pregò sua madre e suo padre di non lasciarlo solo, ma i suoi gli intimarono di rimanere a letto e di fare l’ometto, perché ormai aveva undici anni.
Quando le tenebre si chiusero sul mondo, il tonfo inconfondibile risuonò nella stanza e la vecchia era di nuovo lì, attaccata alla finestra come un pipistrello. Antonio cominciò a tremare. Lo sguardo vuoto di morte e putredine inchiodato nei suoi occhi. Dopo un’ora, sentì un rumore. Alzò appena la testa e sentì dell’aria tiepida accarezzargli la fronte sudata. Sua madre, un’ombra scura sulla porta, si affacciò in stanza. Antonio, piagnucolando, aprì le braccia per invitare la madre a portarlo via, ma lei rifiutò. Si diresse verso la finestra e l’aprì. L’aria gelida penetrò nella stanza come un maleficio. La creatura, per il momento, rimase immobile. Sua madre gli si avvicinò e sedette a un angolo del letto.
– Amore, non preoccuparti, è Nannarella, è venuta per te, perché gli piacevi tanto, – disse con voce dolce.
– Ma m-mamma, perché? – domandò Antonio con le lacrime agli occhi.
– Pensa, – disse sua madre, – gli piaci a tal punto che è venuta la notte stessa del presagio. Di solito, per altri bambini, dopo il presagio passa un po’ di tempo e invece per te è venuta subito e ti vuole.
– C-che cosa dici, mamma, che v-v-vuole da me?
– Ti vuole, amore mio. Vai tranquillo e non preoccuparti per me e papà… Aspetto un altro bambino, capito? Non saremo soli.
Sua madre si alzò e gli lanciò un bacio. Uscì dalla stanza e la chiuse a chiave. Il buio diventò più tetro. Antonio, imbambolato nel suo pigiama azzurro, seduto sul letto, con le gambe sotto le coperte, metabolizzò incredulo le ultime parole di sua madre.
Con la coda dell’occhio vide che la vecchietta si era mossa e strisciando come una creatura di fango si era infilata nella stanza ed era caduta sul pavimento. Il corpo rimase carponi, mentre il collo si allungò a dismisura e la testa e i capelli dondolarono di cattiveria. Gli occhietti erano affamati e la bocca produceva un rumore simile a uno schiocco alternato al verso di un gufo.
La creatura salì sul letto con passo lento.

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di Leonardo Battisti

Anche quella messa era andata. Una al giorno iniziava a pesargli. Don Francesco rimase un istante a guardare i pochi fedeli del mercoledì mattina disperdersi come un esercito sconfitto in ritirata. Poi si diresse verso la porticina alla sinistra dell’altare per andarsi a cambiare. Quando rientrò in chiesa notò appena che c’era più gente del solito per quell’ora. Qualche volto nuovo sui banchi in fondo, un uomo grosso con una maglietta attillata, forse sporca, con accanto un’anziana donna, sua madre forse, entrambi curvati in avanti e con le mani giunte come per chissà quale penitenza. Poi le solite beghine. Vedeva le labbra muoversi senza riuscire a sentire le loro preghiere. Entrò in confessionale stanco, facendo appena cenno ai presenti che era pronto. Non lo era affatto. Sentiva di non essere più all’altezza del suo ruolo, di non averne più voglia.
Aveva conosciuto una donna, in confessionale, il luogo eletto del segreto. C’è chi sa convivere con un segreto per tutta la vita. Lei voleva solo spergiurare contro dio davanti a qualcuno a cui importasse qualcosa, di dio. L’incidente ferroviario più insensato e incomprensibile della storia le aveva portato via la figlia poco più che adolescente. Una famiglia distrutta. Una vita distrutta e tutto da rifare per chi ne ha ancora voglia o per chi non sa fare diversamente.
Aveva ceduto presto, stroncata dal dolore e dalla necessità di conforto, e aveva preso a parlare al prete di tutto, come per riscrivere disordinatamente una vecchia storia partendo dai dettagli, nella speranza di liberarsene una volta per tutte.
Don Francesco se ne era innamorato subito. Non per pietà. Avviene tutto molto in fretta quando uno ha bisogno di essere amato e l’altra ha solo bisogno. Al di fuori del confessionale si erano visti poche volte, fuori città, in orari morti, intorno ai pasti. Si erano conosciuti anche in quell’altro senso, più volte, perché era sembrato loro naturale, troppo naturale per essere sbagliato.
Per il parroco quella non era la condizione migliore per stare in confessionale ad ascoltare il povero signor Paolo che si sentiva ancora in colpa per la morte della moglie che aveva tradito di tanto in tanto con qualche prostituta.
Il vescovo capirà – pensava – se gli dico che voglio spretarmi. Farà un po’ di storie, vorrà sapere perché. Non sono tenuto a dare nessuna spiegazione. Ma poi che faccio? Mi ricatterà. Non accetterà il mio ritiro finché non gli avrò detto perché. Vuole giudicarmi pure lui. Vogliono tutti giudicarmi. Che faccio, dopo?
Le persone si alternavano nel confessionale con ritmo regolare. Lui fingeva di ascoltarle tutte alla stessa maniera.
Il concordato fiscale – divagava in automatico la sua mente – è lo strumento migliore per combattere l’evasione. Un patto col contribuente infedele sulla base di un’aliquota sostenibile per lui come per lo Stato.
Mentre si sforzava senza alcuna convinzione di fuggire il peso delle debolezze sue e degli altri, sentì un urlo disumano amplificato dall’acustica perfetta della chiesa. Non capì se si trattava di una donna o di un uomo e per un po’ rimase fermo nel confessionale senza muovere un muscolo. Quando uscì le urla erano triplicate. Si lanciò spedito tra i banchi verso le porte. Mentre accorreva, vide una donna accasciarsi a terra senza smettere di piangere e il signor Paolo girarsi di scatto col volto stravolto nell’intento di cacciare un grido che di fatto gli rimase strozzato dal vomito che era risalito in bocca e si era riversato a terra, sul marmo opaco del pavimento.
Quando capì quello che era successo si sentì il cuore esplodere nel petto. L’uomo grosso delle ultime fila si era strappato gli occhi, di colpo, senza alcun preavviso. Le sue preghiere si erano fatte man mano più chiare, più udibili e forti fino a lasciar intendere che si trattava, in realtà, di bestemmie. Poi, quando già qualcuno si avvicinava a rimproverare quel comportamento, si era infilato le dita nelle cavità oculari e si era strappato via i bulbi, senza foga, senza scatti, facendo rimbombare fra le navate uno strillo sottile e acutissimo. Giaceva steso a faccia in su col volto interamente coperto di sangue, che in parte gli si rinfilava in bocca ovattando le urla che lanciava attorno a scansioni regolari e lente, finché non svenne. La vecchia accanto a lui, forse la madre, era rimasta seduta sul banco, con le mani giunte, e piangeva mordendosi le labbra. Il suo corpo era scosso da sussulti violentissimi, come investito da una scarica di colpi d’arma da fuoco di piccolo calibro. Ai suoi piedi si allargava lentamente una macchia d’urina.
Don Francesco sostenne quello spettacolo per un tempo sufficientemente lungo perché potesse creargli problemi per tutta la vita. Poi alzò lo sguardo e vide alcune beghine correr fuori dal portone senza smettere di urlare e invocare Gesù, madonne e santi vari. Bene, – pensò – chiameranno loro ambulanze e forze dell’ordine varie.
Guardò di nuovo in basso, poi ancora su. Erano usciti tutti dalla chiesa tranne lui, la vecchia e l’uomo. L’aria si stava saturando dell’odore acido del vomito. Le statue e gli angeli degli affreschi parevano fissarlo sconvolti. Abbassò ancora gli occhi. Uno spicchio di luce filtrò dal portone semiaperto poggiandosi sul sangue ancora chiaro che si spandeva sul pavimento. Vide i bulbi a terra e gli sembrò per un attimo che ricambiassero il suo sguardo. Chiuse le palpebre d’istinto, pensando che non si sarebbe mosso di lì fino all’arrivo dei soccorsi, e che non avrebbe fatto entrare nessuno in chiesa. Poi si avviò verso le porte per sbarrarle sforzandosi di riprendere i pensieri interrotti di prima, ma non ci riuscì.

di Diletta Fedele

Conoscete la storia di Marcello il macellaio?
Marcello era un bambino molto intelligente ma stranamente taciturno e solitario. Il suo passatempo preferito era quello di andare a caccia di animali di ogni tipo: topi, lucertole, bisce ma anche cani e gatti per sottoporre i malcapitati alle peggiori torture. Ma il vero piacere gli veniva dallo scuoiare le povere bestiole, rantolanti per le sevizie subite e non ancora del tutto morte. Il suo era un lavoro di precisione: un giorno al mercato aveva rubato un coltellino appuntito e affilatissimo dal banco dell’arrotino e con quello si dedicava anima e corpo alla rimozione dell’epidermide da quei corpicini esanimi. Né la visione del sangue né l’odore sembravano avere alcun effetto si di lui. Una volta finito, appendeva gli animali in bella vista, avendo la cura di lasciarli davanti la porta di casa dei rispettivi padroni quando si trattava del Fufi o del Billy di turno.
Una volta però Marcello fu colto in flagrante da sua madre. Si era attardato nell’operazione di scuoiatura del gatto nero di Saretta, la figlia del vicino, nascosto nel cortile di una casa diroccata, mezza pericolante e preda ormai delle erbacce e dei senzatetto che vi trascorrevano la notte. “Allora sei tu che metti in giro quei cadaveri scuoiati! Disgraziato!”. Marcello non si scompose più di tanto e lasciò che gliele suonasse di santa ragione. Si fece trascinare per un orecchio, per tutta la durata della strada fino a casa, continuando a restare impassibile, sordo alle grida disperate di sua madre. Per punizione non uscì di casa per una settimana. In seguito le persone che lo incrociavano per strada lo guardavano fisso con aria di disapprovazione ma anche di sottile sgomento. Gli altri ragazzini, saputa tutta la faccenda, lo avevano soprannominato Marcello il macellaio. Che poi fu quello che divenne di lì a poco. Lasciò la scuola quell’anno stesso e per dare una mano a casa cominciò a lavorare come garzone presso la macelleria del posto, la Boutique della Carne. Antonio, il titolare, in un primo momento non se lo voleva prendere ma poi si fece convincere dalle insistenze della madre, preoccupata più che del bilancio familiare di quello che avrebbe potuto combinare Marcello in giro senza fare niente. Ma non ebbe a pentirsi della scelta fatta: Marcello andava al lavoro sempre puntuale e sembrava proprio che gli piacesse stare in mezzo ai manzi e ai maiali appesi, freddi e inanimati che lui tagliava con incredibile bravura in costolette, filetti, contro filetti, ossibuchi e biancostati.
La macelleria costituiva un toccasana per la sua salute mentale. Sembrava che la sua vita onirica si fosse pacificata. Poi i suoi sogni si fecero nuovamente inquieti: non più animali, bensì giovani donne dal sesso bene in vista e dallo sguardo spaventato ma allo stesso tempo desiderose di essere scuoiate dalla sua mano esperta.
Marcello cominciò a non restare indifferente alla vista delle clienti. Ce n’era una in particolare che aveva catturato la sua attenzione. Si chiamava Eleonora. A Marcello piaceva nonostante facesse di tutto per nascondere la sua quinta abbondante. Aveva la pelle bianca e soffice come quella di un neonato e gli occhi placidi come quelli di una manza ignara del suo terribile destino di morte.
Una sera, verso l’ora di chiusura, Eleonora entrò in macelleria. Dopo averla servita Marcello, che era solo nel negozio, si fece coraggio e le chiese di aspettare che chiudesse così l’avrebbe accompagnata a casa. La ragazza arrossì un poco ma accettò.
Lungo la strada Marcello si sforzava di prestare attenzione ai suoi discorsi, ma la sua testa pensava a ben altro. Erano quasi giunti al suo portone quando Marcello la strinse a sé e provò a baciarla. La ragazza sorpresa cercò di liberarsi dal suo abbraccio ma Marcello l’attirò di nuovo a sé con più forza. Tirò fuori il coltello e la colpì prima all’addome poi al cuore. Bastarono tre colpi ben inferti: Marcello sapeva bene in che punto colpire per uccidere.
Sotto la luce al neon della macelleria, che non risparmiava nessun particolare, Marcello lavorò tutta la notte allo sminuzzamento del corpo di Eleonora. Dal dorso ricavò delle splendide costolette, dalle gambe delle fette di prosciutto, dalle braccia degli arrosti che richiuse nell’apposita retina elastica.
Altre ragazzine scomparvero, dopo Eleonora. Per mesi alla televisione si alternavano durante Chi l’ha visto? i volti sconvolti dalla disperazione dei fidanzati e dei loro poveri genitori. Ma non erano i soli a non darsi pace.
Roberto, il titolare della macelleria Mucca Pazza, si era ormai visto ridurre i clienti ai soli parenti stretti: tutti andavano a comprare la carne da Antonio e non sarebbe riuscito ad andare avanti ancora per molto. Una sera chiuse il negozio, pensando che sarebbe stata l’ultima volta: l’indomani avrebbe dichiarato fallita l’attività. Si incamminò verso casa quando, passando davanti alla Boutique della Carne, vide la saracinesca mezzo abbassata e le luci accese. Incuriositosi, pensò di passare sul retro per dare una sbirciata a quello che stava accadendo. Il rumore secco e perfettamente cadenzato dei colpi inferti con la mannaia rimbombava per tutto il locale. Marcello stava lavorando di buona lena con la sua solita espressione allegra e rilassata, ma qualcosa stonava: da un lato del bancone sporgevano la fronte e la chioma bionda di una donna. Roberto scappò via sconvolto verso suo negozio. Non sapeva che fare: denunciare quel pazzo criminale? Ricattarlo? Lanciò uno sguardo ai suoi coltelli ben puliti e ordinati appesi alla parete. Un’idea cominciava a balenargli in testa… Prese il più affilato, chiuse il negozio e tornò correndo verso la Boutique della Carne. Fortunatamente le luci erano ancora accese, così si acquattò dietro i cassonetti della spazzatura sul marciapiede di fronte. Finalmente le luci si spensero. Vide Marcello abbassare la saracinesca, poi dirigersi proprio verso di lui con un sacchetto in mano. Probabilmente i resti della macellazione della ragazza, forse addirittura la sua testa. La sua faccia sadica, soddisfatta, si avvicinava sempre di più. Fu un momento: uscì all’improvviso sorprendendo Marcello e lo infilzò da parte a parte. Per lui non ci fu scampo. Si accasciò a terra con gli occhi spalancati e quell’espressione beata ancora stampata sul volto.
Di nuovo dentro il suo negozio, Roberto si sentiva tutto eccitato: “Hai finito di rovinarmi l’esistenza!” pensò davanti al corpo nudo come un verme di Marcello. E cominciò a scuoiarlo e a tagliarlo in meravigliose bistecche e costolette.
La madre di Marcello e Antonio finirono a Chi l’ha visto?, nella speranza di ricevere notizie dello scomparso. Si alternavano con le famiglie delle ragazze che nel frattempo continuavano a sparire. La Boutique della Carne chiuse i battenti poco dopo mentre Mucca Pazza faceva affari d’oro. Perché si sa, la carne adolescente è la più prelibata.

di Patrizia Berlicchi

Oggi è il gran giorno.
Finalmente.
È tutto pronto per la mia esecuzione. Guardo il vecchio spartito di mio padre: La cattedrale sommersa, il preludio per pianoforte che amava, e so che sarò all’altezza delle sue aspettative, ora.
Ho lavorato duramente perché arrivasse questo momento.
Mio padre adorava Debussy; il suo rimpianto più grande fu quello di non essere diventato un concertista. Per lunghi, penosi anni ho studiato questo pezzo sotto il suo sguardo severo, sprezzante.
– Non hai le dita affusolate di tua madre, Rosa. E nemmeno la sua sensibilità, la sua grazia.
Era una donna bellissima, mia madre, almeno così pare dalle foto che ho di lei, da quello che mi hanno raccontato le zie. È morta che avevo sei mesi. Si è buttata dalla finestra della sua camera da letto, una mattina di giugno, all’alba, davanti all’uliveto inondato dal sole che nasceva. Per molti anni, da bambina, quando arrivava il giorno che per me era il suo compleanno al contrario, mi sono alzata presto e sono sgattaiolata nella stanza vuota, aspettando che il sole sorgesse, per avere negli occhi le ultime immagini che lei s’era voluta portar via, prima di andarsene.
A me non interessava il pianoforte; volevo diventare farmacista, ma finché mio padre fu in vita non ci fu verso di nominare la parola “università”. E poi a Palermo non mi avrebbe mai lasciato andare. Diceva che non era decoroso per una ragazza timorata di Dio, e che avrei dovuto farmene una ragione, che sarei rimasta a Santa Margherita. In realtà non avevo intenzione di vivere a Palermo; al mio paese ci stavo bene ma volevo aprire una farmacia, non finire a insegnare musica a una classe di picciotti scatenati.
Il fatto è che mio padre, meschino, morì giovane pure lui. Avevo diciannove anni quando successe: avevo appena conseguito la maturità classica.
A luglio, successe.
Annegò.
Alla fine convinsi lo zio a mandarmi a Palermo; ora ho una bella farmacia nel cuore di Santa Margherita, ho quarantacinque anni, non ho voluto maritarmi e sono serena; la gente mi rispetta, forse addirittura mi teme, per via che sono stata la prima donna a studiare fuori, all’università.
Però le lezioni di pianoforte, per rispetto alla memoria del mio povero padre, ho continuato a prenderle.
Sissignore.
Sei insegnanti ho avuto, uno più bravo dell’altro, uno più arrogante e crudele dell’altro, tutti con lo stesso disprezzo negli occhi, e lo stesso verdetto: colpevole. Di non avere talento, di non avere sensibilità, di non avere la bellezza e la grazia che furono di mia madre. Colpevole della sua morte; era così giovane e fragile, delicata come un ninnolo di cristallo e la gravidanza prima, il parto infine, avevano compromesso la sua salute, scombussolandola tutta, lei che pareva più una picciridda che una sposa.
Io, si sa, da mia madre non ho ripreso niente. Piuttosto da mio padre ho imparato il disprezzo, che è diventato in fretta odio. E l’odio chiama la vendetta.
L’ho annegato: è stato facile spingerlo fuori dalla barca. Dormiva così bene… l’avevo addormentato io.
Così oggi non potrà assistere alla mia esecuzione. Ma i miei insegnanti sì.
Mi predispongo a stupirli tutti, in questa singolare, privatissima sala da concerto che ho allestito con amorevole pazienza, per tutto questo tempo, in un vecchio bunker della seconda Guerra Mondiale, semisepolto nella mia campagna siciliana, tra gli ulivi che hanno visto mia madre morire. È la mia cattedrale sommersa. Ho disposto con cura il vecchio spartito sul piano e, alle mie spalle, ho allestito due file di sedie, tre per ogni fila. Sei posti a sedere, sei sguardi su di me, diligentemente custoditi in un limbo di formaldeide, dentro ai più bei vasi di vetro della mia farmacia. A dire il vero sembrano grandi biglie galleggianti adesso, tutte uguali, ma appena le mie dita inizieranno a correre sui tasti potrò riconoscerli tutti, quegli occhi.
Primo fra tutti il Maestro Colletti, che ho sistemato in prima fila, accanto alla Maestra Manzella. Mi correggeva gli errori pizzicandomi la coscia sinistra, ogni volta sempre più in alto, sempre più all’interno… a lui ho tagliato anche le dita: sono sepolte qui, sotto il pianoforte, insieme alle ciocche bionde della Maestra Manzella. Se le toccava in continuazione mentre mi seguiva, pareva proprio volesse torcere me in quel modo, per non dovermi più ascoltare.
Accanto alla Maestra Manzella, infine, ho sistemato il Maestro Giaccone: finiva sempre le sue frasi crudeli con una risatina isterica. Gli ho cavato due incisivi e li ho sepolti.
La fila posteriore ospita gli insegnanti più recenti: La Maestra Viviani, l’ultima, aveva due occhi freddi e acquosi come un pezzo di ghiaccio, circondati da una rete fitta di rughe. La sognavo pure di notte. Parlava pochissimo, non si avvicinava mai, non mi ha mai nemmeno sfiorato: davanti a lei mi sentivo un’appestata. Erano talmente chiari, i suoi occhi, che adesso galleggiano tutti bianchi, distinguendosi appena dalla sclera. Quelli accanto, invece, del Maestro Savà, sono neri come il buio. Era un uomo malvagio, lo si capiva dai calci che tirava alla mia gatta, credendo di non esser visto. Adesso il suo piede destro riposa in pace, assieme a tutti gli altri ricordini.
Infine il Maestro Ognibene, dallo sguardo sfuggente, sospettoso. Ho dovuto privarmi troppo presto della sua perizia ma, ahimè, il sospetto gli è stato fatale.
Ora sono tutti qui, in questa mattina di giugno che è il compleanno al contrario di mia madre, a osservarmi per l’ultima volta e a festeggiare con me i traguardi raggiunti.
Questo preludio lo dedico a te, Anna Rosa, a te di cui non m’è rimasta che la metà di un nome, madre mia.
Con questa musica ti chiedo perdono.
E ora andiamo a iniziare.

di Marco Lipford

Di nascosto da mia madre, ero fuggito dal corteo funebre che seguiva il feretro della signora Delga, l’ex domestica della nonna. L’anziana Delga mi faceva paura già da viva, figurarsi doverla vedere morta, nella bara, sfigurata dal lungo male che se l’era infine portata via un paio di giorni prima. Avevo nove anni e due certezze: ero sempre stato muto e passavo ogni estate al paese di mia nonna. Paese che quel giorno era radunato per le esequie. Tornato a casa, incurante delle raccomandazioni di mia madre, presi il mio bel pallone di cuoio, quello con il logo dei mondiali di Messico ’86, e cominciai a palleggiare. Tanto ero solo in casa, e correre palla al piede per le grosse sale del vecchio palazzo era ancora più divertente sapendo che era proibito. Le finestre erano tutte aperte, e un cross troppo angolato spedì il mio pallone in terrazzino. Corsi fuori, ma la palla, come temevo, non era più lì. Il terrazzino interno di casa di nonna era un triangolo di pochi metri quadri chiuso dalle pareti dei palazzi adiacenti. Era calpestabile solo a metà, sporgeva su una cantina la cui tettoia declinava fin sotto il pavimento. Mia madre diceva spesso che avrebbe voluto coprire quella parte con una grata, casomai salissero topi, però non l’aveva fatto mai, e il mio pallone era sicuro finito in qualche posto là sotto. Scavalcata la piccola balaustra mi voltai. Davanti a me si parava un rettangolo di oscurità fitta. La cosa però non mi turbava. Pensai che eventualmente era un buon posto in cui nascondersi in caso di burrasca. Peccato l’odore di muffa e piscio di gatto. Abbassai la testa e mi incamminai in quel passaggio, tra pezzi di sassi ed erbacce che sbucavano tra le mattonelle rotte. Del pallone però nessuna traccia. Avanzai acquattato al buio, fino a che uno spiraglio di luce fioca attrasse la mia attenzione sul fondo. Muovendomi piano raggiunsi il varco, e capii dov’ero: nell’intercapedine tra casa di mia nonna e il palazzo a fianco. La luce filtrava dalla piazzetta per rischiarare appena il passaggio, e a qualche metro da me rivelava il pallone, stretto a mezz’aria tra i due muri. Senza pensare alla nulla possibilità di manovra in quello spazio angusto mi ci gettai. La prima cosa che sentii fu lo sporco della terra accumulata sui muri entrarmi sotto le dita. Avanzai cercando di tenermi sospeso, visto che sotto di me intravedevo cespugli di piantine dall’aria lurida, e intuendo che erano piuttosto alti non volevo rischiare di affondarci dentro. Le campane a morto ancora suonavano. Mi ressi per un bel tratto tra i muri di tufo con mani e piedi, ma il pallone distava più di quanto non sembrasse. Improvvisamente un pezzo di roccia mi si sgretolò sotto una mano e scivolai giù di un metro buono, grattandomi un braccio sulla superficie ruvida e lambendo i cespugli sottostanti. Il dolore era così acuto che mi uscì un rantolo strozzato, e persi i sensi. Quando rinvenni era buio pesto. Non so quante ore erano passate, ma era scesa la sera. Il panico cominciò a prender possesso di me. Sentivo però giungere dei richiami: il mio nome ripetuto a intervalli regolari e da più voci, tra cui quelle di mia madre e mio padre. Dall’altra parte del muro erano in pensiero, e mi stavano cercando. Provai a gridare, anche sapendo che era inutile: dalla mia gola uscivano solo versi arrochiti. Forzai le corde vocali fino a strozzarmi, ma niente. Intuii che non li avrei visti mai più e piansi dalla disperazione. Nel tentativo di riprendere presa picchiai con il gomito sull’altra parete e il risultato fu di farmi scivolare a faccia in giù tra il fogliame. Mentre arrancavo terrorizzato, sempre più stretto in quel crepaccio apparentemente senza fondo, percepii un movimento tra le foglie immonde che mi carezzavano sempre più insistentemente la faccia. Allora notai un punto luminoso avanzare nell’oscurità. Era un volto umano, ma spaventoso. Il sangue mi si ghiacciò nelle vene quando mi resi conto che era la signora Delga! Il terrore mi entrò dentro assieme all’odore di stantio che permeava quel cunicolo, e presi a dimenarmi e a scalciare per rimettermi almeno a testa in su e cercare di scappare. Avevo i pantaloni bagnati e le braccia piene di graffi a causa dei miei movimenti ormai frenetici per sfuggire all’orribile figura che si avvicinava dal fondo. Non c’era modo di disincagliarsi, e anzi continuavo a cadere. Per quanto stretto quel passaggio, il varco scendeva ancora più in profondità. Continuai a combattere ma fu tutto inutile, perché Delga sfigurata e bianca come la morte era ormai dietro di me, rimasto incastrato a testa in giù. L’orrore delle sue braccia di cadavere tese in avanti e l’urlo muto che mi raschiò la gola costrinsero il mio cervello a ritirare i sensi.
Ripresi conoscenza tutto rattrappito. Era ancora buio, ma ero sulla tettoia, là dove finiva il terrazzino. Mi alzai per poi bloccarmi con gli occhi piantati dentro lo spazio oscuro, quasi certo di scorgere dei tratti noti ma evanescenti che formavano una sorta di sorriso. Li vidi svanire incredulo e poi mi arrampicai sgomento su per la balaustra. Casa era piena di gente da tutto il paese, e quando mia madre mi vide rientrare mi corse incontro in lacrime. Il suo abbraccio mi sfiatò.
Non ho mai potuto raccontare a voce quello che avevo vissuto, né ho mai osato spiegare come fossi riuscito a tornare indietro. Ma se anche avessi potuto parlare dubito che mi avrebbero creduto. E in effetti non sapevo nemmeno io come pensarla. Però, appena mi ripresi dalla disavventura volli accendere un cero alla memoria della signora Delga. Il giorno dopo, a grata ormai montata sul varco, ritrovai il pallone sul terrazzino.