Archivi per la categoria: reading novembre 2011

di Daniela Peruzzo

La sera era venuta giù come una lama, il buio occhieggiava attraverso i vetri; gli avventori sembravano figurine accartocciate attorno ai tavolini bassi e tondi; poche fioche luci rischiaravano il locale, penzolando pigramente dal soffitto. E questo era il quadro.
Non mi ricordo da quanto tempo andavamo avanti, in ogni modo io avevo capito l’antifona già da un pezzo… e l’avrei voluto avvertire ma, niente da fare… meglio così, tanto non mi avrebbe dato retta, i tipi così io li conosco, finché non ci sbattono il grugno non imparano…
Io per queste cose ho una certa sensibilità, lavoro nel campo da quindici anni, a forza di passare di bocca in bocca l’aria che tira la sento subito…
Comunque, capisco che abbia voluto tentare, donne così non se ne vedono tante da queste parti: denti bianchissimi, accolti da una bocca calda, labbra che paiono disegnate con il pennello, mani che ti fanno desiderare di rimanere schiacciata per sempre tra quelle dita lunghe e dritte come gambi di rosa… peccato che proprio come una rosa sia ricoperta di spine e giusto all’altezza del cuore… sempre ammesso che un cuore una così ce lo abbia ancora. A giudicare da come ciucciava da quel bicchiere non mi stupirei se lo avesse annegato nell’alcool… quando tira il fiato mi sembra di fare l’idromassaggio nel Fiano di Avellino.
Amico mio, questa non fa per te… tu sei un buon diavolo, si vede da come ti ridono gli occhi ogni volta che li posi su di lei, da come ti va il respiro in gola quando ti sfiora, accidentalmente, il gomito.
Ti farà piacere sapere che qualcuno ti ha dato fiducia, Bruno il boccale ti dava dieci a uno ma Pat, il posacenere, solo due a uno, diceva che secondo lui ce la potevi fare, che in fondo per te era solo questione di sesso… ma si vede da come le guardi le sopracciglia che non è cosi… pari ipnotizzato.
Vedi quello studente che cerca di portarsi a letto la spagnola? Vedi come sputa il fumo verso l’alto? Quanto è alta la fiamma dell’accendino quando dà fuoco all’ennesima cicca? Dammi pure del vetero-freudiano ma quello ha delle chances…
Tu te ne stai afflosciato sul quel tavolino con due occhi da cane maremmano abbandonato sul picco di una montagna… Su con la schiena e scavalla quelle gambe, apri la postura, apriti al mondo! Mica vorremo dare ragione a Bruno il boccale?!
Ma, insomma, non lo sai che la posizione del corpo dice tutto di una persona? Si chiama linguaggio non verbale.
Ok Ok, la smetto, lo so che non ti piacciono queste stronzate psicoanalitiche… del resto tra noi due quello che ha studiato sei tu. Mentre i tipi come te andavano all’Università io mi dovevo guadagnare la vita. Specie dopo l’introduzione di quella maledetta legge nel 2005. Dannato Sirchia.
All’inizio non è stato facile per nessuno, anche Pat se l’è vista brutta, non si riusciva a mettere il naso fuori dal pacchetto… Quel periodo ho fatto di tutto: distributori notturni, duty free, persino ai semafori sono stato… Mentre tu cercavi di scoparti le studentesse citando Marx io battevo la strada senza sapere mai in che mani finivo… Marx, buono quello, uno che ha fatto scoppiare una rivoluzione per paura che l’uomo si reificasse… Vi hanno mai detto che siete una specie presuntuosa? Credi davvero che a umanizzarci noi faremo un bell’affare?
Voglio spiegarti una cosa. Guarda davanti a te, guarda la donna che pensi di amare. Dietro ai modi arroganti e le pose da femme fatale c’è una bambina spaventata. È terrorizzata, non sa chi è e non ha idea di cosa fare della propria vita. E tu cosa fai? Pensi a te stesso.
Che idea avrà di me. Accetterà un altro invito. Cosa posso dire per fare colpo… Queste sono le uniche cose che ti continui a domandare… Non sei capace di fare l’unica cosa che conta, prenderle la mano e dirle che andrà tutto bene. Te lo sta chiedendo. Ti sta implorando di non credere alla mascherata che sta mettendo in scena di non farti fregare dai sui trucchi. E tu che fai, ci caschi con tutte le scarpe. Più tardi uscirete di qui e l’accompagnerai alla sua auto. Ti aspetterai, come dite voi, di concludere, ma a quel punto lei avrà già intuito che non ce la fai, che ti sei fatto imbambolare dal suo teatrino e in fondo a se stessa si sentirà disperata. Purtroppo, tu non ci arriverai nemmeno allora. Ti sentirai scaricato, incompreso. Tornerai a casa e il giorno dopo inizierai il giro di amici e conoscenti per riscuotere la giusta dose di attenzione e consolazione. Avrai barattato l’opportunità di incontrare veramente questa donna con l’occasione di farti compatire da uno stuolo di amici e conoscenti. Sicuramente più a buon mercato che prenderti veramente carico dell’esistenza di un altro essere umano. Sarebbe questo ciò che chiamate la vostra preziosa umanità?

Annunci

di Camilla Cassu

Eccomi qui. Finalmente libero.
Fingo di dormire riverso nel lavandino, coperto da una patina schifosa e dolciastra. Io, che disperavo di salvarmi, ora mi sento il più fortunato di tutti. Sento ancora le deboli vibrazioni di quei rumori terribili provenienti dalla sala affollata. Che inferno. Vi devo confessare una cosa: il tempo non è mai passato così lentamente come quello che ho trascorso in mano a una squinternata incapace di scegliere un liquore degno della mia stazza. Non a caso, la sua amichetta le ha tolto il bicchiere di mano per portarla di corsa in bagno a vomitare. Sia ringraziato il cielo che non l’ha portata in cucina, a due passi da dove sono finito io! Gente così è capace d’intasare le tubature dopo neanche un’ora, poi li senti i genitori che si chiedono cosa sia accaduto durante la loro assenza. Essere l’unico superstite del gruppo mi addolora ma, allo stesso tempo, mi dà onore; non è stato semplice sopravvivere là dentro, credetemi. Avete mai provato l’agghiacciante sensazione di sentirvi affogare, di lottare contro gli altri per risalire la china ed avere la meglio? Col senno di poi, questo è niente se pensate che, proprio quando siete presi da preoccupazioni di tal genere, venite anche costretti ad ascoltare lunghe e ottuse conversazioni di giovani donne che squittiscono per un nonnulla. Iniziano col parrucchiere, quelle diavolesse, e sono capaci di dipingerlo come un nemico pubblico se non esegue i loro ordini alla perfezione. E via a dispensare consigli su taglio, colore, shampoo, trucco e derivati. Se siete fortunati, però, com’è accaduto al sottoscritto, vi scampate la logorroica dissertazione sul settore igiene intima&Co. Nel breve lasso di dieci minuti ho fatto in tempo ad invidiare i miei storici colleghi del settore maschile, tutti mortalmente immersi in miscele liquide di levatura invidiabile e fette d’arancia segate di fresco. Non ho avuto nemmeno il tempo di salutarli. E pensare che con loro ho condiviso a lungo una prigione di plastica, calati in una notte obbligata e fittizia, e sopportato la bruttona che di tanto in tanto apriva la porta magica per abbuffarsi di “Quattro salti in padella”. Tutti gli altri, le novizie, sono arrivati solo all’ultimo momento avvolti in grandi sacchi trasparenti che non lasciavano presagire nulla di buono. Tirando le somme, sono fiero di non essermela squagliata come un vile, questo devo ammetterlo.
Giaccio qui, da solo, in una pozza che s’allarga a vista d’occhio. Mi sento sempre più debole ma attendo in pace il mio momento perché, si sa, le cose belle sono lente.

di Marco Lipford

La conosco bene la bottiglia con cui stanno giocando quei ragazzi! Brunella, sei tu! Giri in tondo mentre attendono di sapere chi tra loro farai baciare. Proprio come nella tua vita precedente, quando noialtri ti chiamavamo “Marta Flavi” per quella predisposizione che avevi a far incontrare la gente.
Come si diverte, questa nuova generazione del quartiere! Ci hanno già dimenticato. Sembriamo noi tutti quando sotto sembianze umane gestivamo questo locale… E chi se lo immaginava che qui saremmo rimasti, ad abitare gli spazi dell’associazione culturale “Tiratardi”… Quanti ricordi! E quante notti ci siamo ritrovati a dormire qui dentro.
Certo, guardare adesso la realtà attraverso gli occhi di questa finta stampa de L’urlo di Munch è davvero peculiare. Ma in fondo, potevo aspettarmelo: ho passato tutta la vita sullo sfondo, a fare da tappezzeria; dentro avevo un’inquietudine che mi devastava. Forse solo così poteva rendersi manifesta. E guarda quell’altro gruppetto di ragazzi che sta laggiù e lancia le freccette a un bersaglio chiamato Vanessa. Quanto ti ho amata, Vanessa! Colpa mia che non ho mai trovato il coraggio di dirtelo, chi lo sa, forse ora non staresti lì a farti traforare da tutti quei dardi (tra cui mi sembra di riconoscere Aldo, Marcello, Sandro, Gianpiero, Antonello…). L’unico che però mi sembra finire puntuale al centro del tuo cuore è sempre Fabio. Proprio lui, che non faceva altro che dire in giro che grande zoccola eri!
E guarda Luigi! Da umano sempre pronto a farsi in quattro per il prossimo, adesso ci si puliscono i piedi sopra. Luigi caro, te lo dicevo sempre che a esserci per tutti avresti fatto la fine dello zerbino!
Che fine abbiamo fatto, ragazzi! Mi dispiace… Almeno ci ritroviamo tutti qui, nel posto che abbiamo amato.
Chi mi inquieta più di tutti è però Rebecca. Tanto calorosa quanto pronta a mettere zizzania, l’ho trovata sempre un po’ finta. A volte sembrava quasi godere a vederci gli uni contro gli altri. Quasi come a voler disgregare il gruppo. Vederla adesso nei panni della stufa a gas mi fa venire il sospetto che la manutenzione non l’abbia più fatta apposta.

di Leonardo Battisti

Il locale non è sempre stato così; fino a qualche anno fa era una bettola di quartiere, ci venivano i soliti quattro ubriaconi che si sparavano una Vecchia Romagna, un paio di Sambuca, un giretto di Strega e alla fine si giocavano a carte uno di noi, un boccalone da mezzo litro colmo fino all’orlo di Peroni. Io e i miei colleghi eravamo come dei trofei: chi vinceva ci sollevava manco fossimo la Coppa dei Campioni, per poi scolarsi la birra e poggiarci sul bancone con l’involontaria accortezza tipica di certi ubriachi cronici. La proprietaria, Samanta, la chiamavano “il tafano” per la sua stazza, dal momento che era più larga che alta, e per il tipo di insetto che maggiormente proliferava nel locale. Era di Viterbo, credo. Puliva poco, parlava poco e si fidava molto, e infatti dovette chiudere per i troppi giri dati a credito ai suoi clienti.
Ora il locale è un pub super chic, con tavoli tondi elegantissimi, divanetti di pelle lungo le pareti, qualche quadro incomprensibile e ragazzine mezze nude a servire. Fanno cocktail di ogni tipo, shottini, drink, una varietà spropositata di birre; costa tutto mediamente un occhio della testa. Per chi è così coglione da farsi spillare qualche soldo in più, ci siamo noi, boccali superstiti di un passato glorioso e malsano interamente inventato dai nuovi proprietari. Ci chiamano “i grandi vecchi” e ci spacciano per oggetti mitologici, maneggiati una volta da fior fiore di criminali e avanzi di galera di ogni risma. I clienti, specie quelli più giovani, si bevono queste stronzate più volentieri di un buon rum.
Della vecchia guardia siamo rimasti in due. Io ho fatto fatica ad adattarmi a questi sbarbatelli che si credono trasgressivi e ti sbattono a destra e manca per brindare alle loro bravate da terza media, ma alla fine non ho scelta e ho dovuto rassegnarmi a questa deprimente routine. Il problema è il mio amico, Bruno. Non ce la fa più, gli fa schifo tutto qui dentro, si sente un fenomeno da baraccone, schiavo di queste pagliacciate. Bruno è un tipo semplice, abitudinario, gli piaceva quella vita calma fra derelitti e squattrinati che poggiavano le labbra al suo bordo con lo stesso desiderio di misericordia con cui il chierichetto assapora l’ostia la domenica.
Stasera Bruno mi preoccupa. Lo vedo da qui, da questo tavolino di ragazzetti che mi si passano con fastidioso schiamazzare. Sta in bilico sulla mensola, poggiato alla bottiglia di Cointreau che oggi è particolarmente gettonata. Di tanto in tanto il barman la afferra distratto e la fa urtare contro Bruno che avanza di qualche millimetro. Lui non mi guarda, fissa il vuoto. Ho un brutto presentimento. Non l’hanno neppure asciugato bene quando l’hanno tirato fuori dalla lavastoviglie.
Bruno, togliti da lì. Non fare cazzate. Non mi lasciare in questo inferno, o divento pazzo. Ne abbiamo passate tante insieme, supereremo anche questa.
Niente. Non mi sente. Ormai è al limite. C’è Sara, la cameriera nuova, imbranatissima, che va verso di lui. Oddio, non voglio guardare. BRUNOOO!
È fatta. Lo sento frantumarsi a terra al di là del bancone, mentre una tizia piuttosto brilla mi sbatte contro la montatura enorme dei suoi occhiali strafighi mentre si scola l’ultimo sorso di birra. Quanto fa schifo il suo lucidalabbra appiccicaticcio. Ma in fondo non me ne frega più di tanto.
Nessuno s’è accorto di Bruno spaccato a terra. Un paio di teste si sono girate sentendo il fragore del vetro che si faceva in pezzi, e hanno sorriso, quasi confortati da un rumore tutto sommato tipico in un posto del genere.
La tizia con gli occhiali mi riappoggia indelicata sul tavolo e ridacchia per effetto della sbronza che inizia a salirle con più convinzione. Penso che ne ho visti tanti, troppi, andarsene come Bruno, ma non mi sono mai sentito così vuoto.

di Specchio Gelido

Uno specchio nero, lucido, era l’asfalto bagnato che si dispiegava avanti al cono di luce artificiale dei fari. Scorreva sfocato l’asfalto sotto il disco delle ruote della moto, e rifletteva solo il buio del cielo e le luci dei lampioni, deformandoli, come farebbe un errore di rendering.
Ogni gelida goccia di pioggia che veniva giù da quel cielo nero, Lei, la reflex digitale che Mirror portava con sé, sarebbe stata pronta a coglierla e congelarla per sempre in un’immagine nitida, per mostrarne dettagli altrimenti invisibili.
Ma non c’era tempo per foto alla pioggia, la strada scorreva veloce sotto la moto. La pioggia rappresentava solo un’altra interferenza alla percezione della nitidezza della realtà notturna, priva del rumore diurno del sole.
Arrivarono al locale. Il suono dei brecciolini nel parcheggio sembrava quello che i televisori a tubo catodico fanno quando non hanno segnale.
“Il teschio che brucia” c’era scritto ai piedi della porta d’ingresso.
Varcarne la soglia fu come attraversare la superficie dell’acqua.
All’interno del locale il buio era infranto solo dai lampi bianchi e azzurri di luci stroboscopiche. La musica elettronica era potente.
Era la serata del torture garden. Quasi una leggenda per certi giri.
“Non c’è evento migliore per vedere nel modo più chiaro il lato oscuro delle persone”, pensò la reflex.
Al torture garden erano tutti vestiti di nero o di bianco, abiti in latex, che solleticavano il gusto estetico di Mirror, così simili a specchi sulla pelle che ci si poteva vedere riflesso, impresso sui corpi delle donne che li indossavano.
Volti e ombre attraversavano di continuo la gelida lente della reflex che gelidamente sembrava processare meccanicamente ciò per cui era stata creata. Immagini sotto forma di stringhe binarie, ecco il solo scopo della reflex.
Ma non era così.
Nel buio, sentiva le dita di Mirror sfiorare la ghiera per regolare l’apertura del diaframma, iniziava a percepire la sensazione del contatto delle mani che giravano l’obbiettivo per mettere a fuoco. Un pensiero di nuova consapevolezza sorgeva fra i suoi circuiti:
“Tu mi usi, usi la mia lente, il mio mirino, il mio processore, il mio kernel, per guardare dentro, per guardare affondo alle cose e alle persone; per guardare lo spazio congelando il tempo, per vedere l’anima attraverso lo specchio degli occhi che catturi con i miei scatti; tu mi usi quando una cosa che vedi ti piace. Non mi usi come fai con i tuoi occhiali a specchio, che indossi quando vuoi rimandare al mittente l’immagine che ti mostra perché non ti piace e la rifletti via”.
Ogni torrente di byte che attraversava i circuiti della reflex la rendeva sempre un po’ più consapevole di ciò che non avrebbe dovuto appartenerle. Ogni sequenza binaria, la reflex la percepiva finalmente come quel brivido a fior di pelle che un essere umano percepisce quando, per la prima volta, vede il mare.
La reflex iniziava a comprendere, gelidamente, attraverso la sua gelida lente .
“La notte è più sincera del giorno. Non è vero che di notte le persone indossano una maschera, se la sono appena tolta. Quella ragazza sul cubo lì, di giorno sarà forse una studentessa timida. E quell’altro tipo lì, che le sbava guardandole il sedere, di giorno sarà un bacchettone ipocrita. Vuoi sapere cos’è la notte dal punto di vista della mia lente, amico mio? È il mondo oltre la membrana cromata di una maschera dalla superficie a specchio. Una maschera di composta apparenza che voi indossate di giorno. È la fuga tra la folla dalla solitudine, per trovarvi solo quella. Di giorno mentite tutti, ma di notte non potete non essere sinceri”, pensa ancora la reflex.
Ma non è la sola cosa che coglie. Mirror la guida con la precisione di un sistema di puntamento antimissile. La punta verso uno specchio che riflette una donna che, ignorando tutti gli altri, balla da sola e seduce il suo stesso riflesso.
È una danza sinuosa, sembra un serpente, è alta e le gambe magre mostrano una forma fiera e slanciata. Indossa sugli occhi delle lenti colorate con il disegno di due mirini a croce, gialli e rossi, come quelli che stanno sui fucili dei cecchini.
“Sembra proprio la donna ideale per la mia reflex”, pensò Mirror.
“Lei non è come le altre, alla ricerca di se stessa attraverso il consenso negli sguardi che la scrutano, crede solo ai complimenti del suo specchio”, fece eco Lei.
La donna con i mirini negli occhi danzava per loro, voltandosi e contorcendosi sotto la doccia di luce artificiale dei fari del locale, mentre intorno il torture garden dispiegava a pieno il suo mantello di raffinata decadenza, e uomini e donne svanivano danzando; sembravano diavoli tra ghiacci a forma di acuminate lame taglienti rivolte al cielo.
Fu quando nel locale non c’erano altri che loro tre, che la reflex si domandò se la sua neonata coscienza fosse un’illusione o il frutto di ciò che catturava la sua lente.
“Forse ho imparato a catturare le immagini anche dal mirino oltre che dall’obbiettivo; del resto dal mirino posso guardarti dritto negli occhi come nessuna, Mirror, e leggerti l’anima come nessuna”.

di Patrizia Berlicchi

C’è poca gente stasera al bar; la pioggia deve averli scoraggiati. Solo i fedelissimi stanno arrivando, poco a poco. Entrando si cercano e si rassicurano nei saluti, nelle parole di sempre, come in un rito magico che scongiuri il peggio, almeno per le poche ore che, anche stanotte, riusciranno a strappare via ai loro cattivi pensieri. Li vedo già appannati; colpa del fumo e dei vapori della cucina. Eppure ho l’impressione che mi apparirebbero sfocati comunque; sbiadita la loro allegria, la voglia di divertirsi davvero. Una volta non era così, me lo ricordo bene: non si beveva per stordirsi, per dimenticarsi, ma per potersi raccontare, la sera dopo, tutte le innocenti, meravigliose cazzate che si era riusciti a escogitare insieme…
… Magari, invece, è solo che sto diventando vecchio; a lungo andare la nostalgia mi si è posata sopra come una patina, che s’è indurita, giorno dopo giorno, nella malinconia…
… Eccola, la mia consolazione! Che tu venissi proprio non me l’aspettavo, cuore mio. Sei sempre la benvenuta, così bella senza niente, semplicemente con la tua luce negli occhi. Non sei da sola; stanno arrivando anche il giovane uomo che da qualche tempo ti accompagna e, questa invece mi è completamente nuova, una femmina – diciamo così – imponente, tutta rosa dalla testa ai piedi: pare un enorme zucchero filato.
Hai pianto, si vede. Non hai alcuna voglia di essere qui. Come darti torto: non è un bello spettacolo quello a cui stiamo assistendo. Il tuo amico è già ubriaco, evidente, sennò ci risparmierebbe il suo patetico assetto da rimorchio con la new entry. Domani non si ricorderà nemmeno che faccia aveva – come hai definito la poveretta? Ah sì! – “lo scaldabagno fucsia” col quale si sta dando tanto da fare. Comunque hai ragione; non per questo fa meno male, ora.
Ecco: s’è spostato e da qui non si vede più nulla, accidenti. Sta tranquilla; ancora due minuti e la molla. Comincia a vacillare: vedrai che torna qui.
Sei bianca come un cencio! Coraggio, respira: un bel respiro profondo. Non sta accadendo niente che non si possa aggiustare. Ha solo paura, dammi retta: ne ho visti di occhi impauriti, di passi frettolosi e incerti verso l’uscita. Però davanti mi son passati pure gli sguardi, e i gesti, di chi ha deciso di restare; vedrai che se la rischia, lui. Lo so da come ti guarda ogni volta: come se pregasse. Perciò non essere tu a scappare, adesso.
Che ti dicevo? Eccolo che arriva; ancora un passo…
… Si lancia in un abbraccio sul mio riflesso di te e il colpo mi spacca qui, in basso.
Una scheggia è caduta ai tuoi piedi; rimani a fissarla, mentre lui ti cerca attraverso le lacrime.
Resta, cuore mio, resta davanti a quelle lacrime e saprai ogni cosa…

… Speriamo non si accorgano troppo presto di questo pezzo che mi manca: non voglio che mi portino via, non ancora. Voglio specchiare i vostri occhi nuovi, invece, stanotte e anche le notti che verranno; il movimento delle labbra vicinissime, l’abbraccio che vi porta lentamente fuori, lasciandomi immaginare i vostri passi silenziosi verso casa.

di Diletta Fedele

So di essere prossima alla mia fine: domani mattina presto verranno a prendermi e a portarmi in discarica. Che ci vuoi fare, la nostra vita è questa qui. Già è tanto se riusciamo a essere impiegate per due volte di seguito, quando qualcuno ci viene a cercare fuori da un negozio o da un supermercato, come è capitato a me. Vengo da lontano, sai? Dalla Cina. Mi hanno fabbricato in uno stabilimento del Sichuan. Poi da lì sono stata trasportata fino a Shanghai, uno dei più grandi porti della Cina e del mondo, perché trasportassi a mia volta fin qui delle stupide palle di Natale. Quelle maledette, starnazzavano in continuazione come oche impazzite. Non facevano altro che lamentarsi del viaggio o di quanto stavano scomode pigiate l’una contro l’altra.
– Ahia, mi hai fatto male, non potresti stare più attenta? Così rischio di rompermi!
– Anche io sono fragile, sai? E comunque mica è colpa mia, sono questi qui fuori che ci sbatacchiano in continuazione!
– Ma quanto dura questo viaggio? Non vedo l’ora di uscire fuori da questa orribile scatola!
Orribile a me: se avessero saputo quanto stavano a me, sulle palle!
Sono sbarcata a Napoli dopo venti travagliati giorni di navigazione attraverso l’Oceano Indiano, il Mar Rosso ed il canale di Suez e da lì sono finita in un negozio di miei concittadini a Roma. Mi hanno svuotato delle palle rosse con i brillantini che tenevo in pancia e mi hanno scaraventato di fuori insieme ad altre mie colleghe come farebbe il buttafuori di un locale con i clienti molesti.
Se quella ragazza non fosse passata subito dopo a raccogliermi a quest’ora sarei già cenere. Mi ha scelto con cura tra le altre che come me stavano buttate lì fuori, poi dopo avermi rigirato un paio di volte mi ha preso per un’estremità e così, aperta da un lato, mi ha portato via con sé.
Non è stato un viaggio lungo: svoltato l’angolo della strada, la ragazza si è fermata davanti a una bottiglieria dove la stava aspettando un suo amico.
Il ragazzo mi ha preso e mi ha portato dentro, poi assieme al tizio del negozio hanno iniziato a riempirmi di bottiglie di super alcolici: tre bottiglie di rum, due di whiskey, una di gin, altre tre di vodka e due di cachaça. Dopo aver pagato mi ha preso di nuovo e mi ha portato fino al bagagliaio della sua macchina.

– Era ora, non ne potevo più di stare a guardare dall’alto dello scaffale della bottiglieria la testa pelata di quello sfigato mentre serviva i clienti!
Il primo a parlare fu il Gin, ma anche il Rum aveva voglia di togliersi qualche sassolino dalla scarpa e gli rispose:
– Per non parlare di quando faceva il cascamorto con la commessa del negozio a fianco, si capiva da come le sbavava dietro ogni volta che lei entrava per chiedergli di cambiare dei soldi, quel viscido!
– La maggior parte dei clienti erano anziani che venivano giusto per prendere un litro di vino rosso sfuso da bere a tavola, mentre noi rimanevamo lassù a prendere polvere – aggiunse la Vodka.
– Adesso al locale di questi ragazzi sì che ci divertiremo! – disse tutta eccitata la Cachaça.
– Be’, se non altro aiuteremo qualcuno a dimenticare una delusione o qualcun altro a far lo scemo con qualche ragazza – le fece eco Whiskey.
– Poverette! Se ne stanno lì sedute al bancone, da sole o tra amiche, chiacchierando di stupidaggini mentre aspettano che qualcuno si rivolga a loro per offrirgli un drink o invitarle a ballare e novantanove volte su cento vedono avvicinarsi questi derelitti che non saprebbero muovere un dito senza un goccio di me nelle vene! – disse con finta compassione la Vodka.
– E tu, come mai te ne stai in silenzio ad ascoltare i nostri discorsi? Raccontaci qualcosa di te! – disse Gin rivolgendosi alla Scatola.
– Di me? Cosa volete che vi dica: sono arrivata viaggio fin qui dalla Cina. Credevo di aver concluso il mio giro fuori a quel negozio di cianfrusaglie, poi quella ragazza ha scelto proprio me per trasportarvi fino al suo locale. Neanche mi sarei aspettata di incontrarvi stasera, e invece eccomi qui – rispose ella languida.
– Addirittura dalla Cina? E cosa hai trasportato fin qui da così lontano? – chiese Vodka.
Con un po’ di vergogna la Scatola rispose:
– Delle palle di Natale.
Gin non riuscì a trattenere una risatina sarcastica.
– Lascialo perdere, – disse in tono comprensivo Rum, – non deve essere stato facile affrontare un viaggio così lungo con quelle zitelle.
Subito la Scatola rispose:
– Avrei voluto stritolarle tutte insieme, se solo avessi potuto. Almeno con voi adesso mi sto divertendo un po’. Peccato che non potrò seguirvi fin dentro il locale a vedere come si svolgerà la serata!
Allora Vodka disse:
– A noi piace scherzare perché siamo fatte così, ma il nostro destino è simile al tuo: quando ci avranno vuotato del nostro contenuto ci metteranno in un bidone fuori in attesa che vengano qualcuno venga a raccoglierci per portarci in discarica. Che ci vuoi fare?
E Rum, sconsolato rispose:
– Nulla, non ci possiamo fare nulla, solo continuare a starcene tra noi, finché dura e senza pensarci troppo.

La macchina ha frenato di colpo la sua marcia. Ho sentito i due ragazzi scendere e venire verso il bagagliaio, aprirlo e prendere la scatola per portarla nel locale. Illuminato a giorno, dentro tutto era in ordine: i tavoli di legno da poco puliti riflettevano la luce quasi come specchi; sulle pareti, si vedevano bene le fotografie dell’ultima mostra inaugurata. Poi le luci si sarebbero abbassate e la serata sarebbe iniziata.
Il ragazzo ha attraversato la sala portandomi fino al bancone. Avevo capito che era arrivato il momento di salutare le mie ultime compagne di viaggio.
– È stato un piacere conoscervi, addio!
– Addio, bella! – mi hanno risposto le bottiglie un attimo prima di uscire da me per essere sistemate sugli scaffali dietro al bar. Mi sentivo decisamente triste.
Anche ai ragazzi del locale non sono servita più e mi hanno lasciato qui, accanto al cassonetto del marciapiede di fronte.
La gente ha iniziato a entrare, sento della musica provenire da dentro: chissà cosa succede, chissà come se la stanno passando le mie amiche, se avventori chiedono di più un rum e cola o un gin tonic.
Qui fuori è buio e fa freddo. So che la mia fine è vicina. Forse qualcun altro mi vedrà e mi porterà di nuovo via di qui, forse no. Non mi resta che guardare le stelle, e aspettare.

di Mauro Bufalini

Guardami, Embì, che vorrei parlarti. Siamo insieme dai tempi della scuola. Il giorno che ti sei diplomato, è stato allora che mi hai rapita; io ero bella, un gioiello. Ero sicura, agile, veloce, più veloce delle macchine, ero più veloce delle macchine, io. Ho lavorato una vita per te, mi sono consumata, Embì. Tutte le notti per te, perché io ti sono fedele.
No, non voltarti mentre mi abbandoni, guardami. È grazie a me che hai vissuto tante vite diverse, vite incantate e mai vissute davvero. Qui, nella nostra stanza da letto, sotto il cono di luce della lampada: eri condottiero alla ventura, eri l’amore perduto, il frate o il soldato in trincea, eri pinocchio o eroe, senza render di conto a nessuno, così come ti pareva e piaceva, e io non ti ho mai biasimato. Per quante volte sei morto altrettante sei resuscitato, per quante volte il tuo piroscafo è salpato in cerca di gloria, tante è tornato e io ti ho lasciato partire, senza andare né arrivare da nessuna parte. Ero qui, pronta a cancellare i tuoi errori, attrezzo per combattere le tue paure, arnese volante per sognare. Sempre qui a raccontare i tuoi sogni. Sogni. Quelli che mi hai affidato, alla luce di una lampada. Mi hanno consumata i tuoi sogni, consunta, esaurita, scolorita e fedele, stretta com’ero tra le dita della tua mano, senza alcuna via di fuga. Svuotata e fedele, intrappolata tra le tue labbra, morsa tra i denti, mentre viaggiavi senza mai arrivare, privo anche tu di altra via di fuga se non attraverso di me che ti legavo le gambe. Ma non mi fraintendere, non ho mai pensato a tradirti, io. Prendimi, Embì, voglio essere tra le tue mani adesso, adesso che hai un amore nuovo, anche se è giovane, lei, bella e rapida e ti fa sognare come io non sono più capace di fare. Prendimi prima di gettarmi via, chiamami mademoiselle ancora una volta. Spogliami, ci sono le tue iniziali incise sopra il mio corpo, lo sai? Nascoste per essere viste unicamente da chi mi possiede. Guardami: Emme Bi, Mont Blanc. Le mie iniziali sono anche le tue e non sono immaginarie, ma reali, in lettere d’oro. Prendimi, Embì, o altrimenti va via, sì, vattene con la tua bella giapponese, che a me non è rimasto più inchiostro per macchiarti le dita, per cancellare errori, per spedire all’inferno la tua falsa umanità, non è rimasto abbastanza nero per mettere il punto alla fine.

di Felice Quartullo

John aspettava, nervoso: vestito in pelle, il berretto grigio in lana morbida circondava la sua fronte spaziosa, le sopracciglia bionde si tingevano di scuro bagnate dal sudore che scendeva.
– Datti una mossa, vedi di non farla cadere a terra.
– Calma, basterà per stanotte, – ridacchiò Tom, – tu togliti quel coso dalla testa magari, se là sopra continui a grondare come una spugna dovremo riscaldarci con le fiamme degli accendini.
Lungo le pareti del vecchio barile Tamoil color ruggine, cortesemente sottratto poche ore prima dal deposito di combustibili situato nella zona periferica della città, il calore prodotto dalle fiamme continuava a diffondersi, rilasciando nell’aria l’inconfondibile odore del liquido che bruciava lentamente.
I due uomini attendevano l’ormai prossimo calar della notte, la soddisfazione dipinta sui loro volti per il bivacco appena allestito: gli stivali di Tom producevano un suono cavernoso sbattendo contro il fondo del barile, creando un’atmosfera quasi inquietante lungo il vicolo di quel sobborgo.
– Non devi mica svegliare l’intero quartiere… tra poco saranno tutti qui – lo ammonì John osservando il recipiente di plastica, al cui interno aveva da poco travasato quanto bastava per trascorrere poche piacevoli serate in compagnia dei loro compari.
– E stringi bene quel tappo, – aggiunse, – la benza può cadere sull’asfalto.
I due continuavano a beccarsi l’un l’altro, il vecchio barile troneggiava a ridosso del muro di pietra; osservava le ombre di quegli uomini prodotte dalla luce delle sue stesse fiamme, mentre soffici nuvole di fumo si alzavano verso il cielo, confondendosi nella nebbia… nel deposito della periferia era solo un anonimo agglomerato di latta e alluminio con tanto di etichetta stampata in superficie e carico di mefitico carburante… e immagino i suoi simili condividere quel senso di smarrimento, quella ricerca continua di uno scopo, di un’utilità specifica, rappresentata invece dal prezioso liquido contenuto al suo interno. Vengono trasportati da giganteschi tir, sistemati l’uno sull’altro e scrupolosamente protetti da eventuali e improvvisi scossoni, provocati da una strada malridotta o dalla guida imprudente di un autista frustrato: sia chiaro si tratta di precauzioni disposte esclusivamente per la salvaguardia di ciò che c’è dentro. Stazioni di servizio per automobilisti, depositi merci o vagoni ferroviari rappresentano le uniche mete prestabilite: magari a pochi passi da un gruppo di abitazioni, tra rumori assordanti e grida sovrumane, il contenuto viene riversato all’interno di un’enorme cisterna sotterranea: nasce anche un senso di frustrazione di fronte alla portata di un tale contenitore, magari fabbricato con metalli più robusti.
Ma il nostro “vecchio”, ora, può ritornare sulle ombre dei suoi nuovi seduttori, che rallegrandosi attendono l’arrivo dei rinforzi: scorge il riverbero arancione dell’illuminazione lungo la strada e avverte il rumore dei passi frettolosi ripercuotersi tra le mura del vicolo assediato. Il vento disegna nell’aria spirali di fumo, gli stivali di Tom colpiscono con più forza, le esalazioni di un nuovo liquido infiammabile si disperdono nell’ambiente circostante; le danze si aprono, il fuoco diventa più alto, quasi volesse raggiungere finalmente quelle voci melodiche di un gruppo di amici, riuniti ancora una volta, nelle vecchie strade del Bronx.

di Alessandro Reali

Devo essere sincero, la prima volta che dopo molto tempo ricominciai a fare il giro dei locali notturni ero ormai adulto. Accadde una sera uscendo con una nuova compagnia, e la cosa di per sé non mi dispiacque, ma si sa: i capelli bianchi e le ossa che scricchiolano non aiutano di certo.
Comunque era come lo ricordavo, si entrava, ci si ambientava, si beveva qualcosa scambiando quattro chiacchiere con qualcuno di simpatico, poi se tutto procedeva liscio ci si lanciava via alla ricerca di un posto nuovo dove ricominciare.
Quando però entrai in quel locale sentii il mio animo rasserenarsi e rivivere come un caldo vento le emozioni di luoghi lontani con persone perdute in situazioni allora normali.
Quello che più mi colpì del posto fu quella straordinaria porta quasi nascosta.
A vederla sembrava essere una normale porta da antibagno, ma, bizzarro a dirsi, era come se vivesse di una vita propria.
Cominciai a farci sempre più caso quando ricapitai nella serata del Tango. Mentre ero a bordo pista mi cadde l’attenzione sul perfetto tempismo con il quale si apriva e chiudeva, e con quale ritmo tenesse poi i tempi in battere e in levare.
Mi affezionai a quel posto e cominciai a frequentarlo con una certa assiduità. Una sera, per esempio, facevano del Teatro e dispiacendomi di perdere lo spettacolo, mi concentrai tuttavia su quella birbante di una porta che nel buio della sala si faceva trovare chiusa per i frettolosi con urgenza, e aperta nel caso qualcuno avesse tentato di chiuderla.
Insomma, il tutto nello scorrere della vita mi sembrò una nota decisamente insolita, e mi guardai bene dal condividere con qualcuno questa scoperta. Sicuro di essere preso per folle mi tenni queste emozioni fino al giorno che non ebbi io a che fare con quella birbante.
Serata musica dal vivo e dopo la quinta birra nonostante cercassi di resistere mi diressi gioco forza verso i bagni aspettandomi di tutto. Rimasi stupito quando vidi che la porta non fece alcuno scherzo.
Rimase chiusa quando la chiusi, e quando poi uscii dal bagno mi sembrò davvero insolito che si fosse dimostrata così disciplinata nei miei riguardi.
Direi quasi amorevole, perché dopo essermi accorto dei primi sguardi compiacenti lanciatimi da alcuni astanti, finito il concerto, cominciai a sentire come un calore nelle ossa prima, e nei muscoli poi, che mi dava una inspiegabile forza da tempo non più percepita.
Mi diressi così verso la specchiera e vidi, come un gioco magico di luci, che i miei capelli erano tornati nero corvino, magnifico e senza un filo di bianco. Insomma, grazie a un altro scherzo della porta tornai per quella sola, solitaria serata, il trentenne di un tempo.
La cosa non si ripeté mai più per me, per il resto chissà.