Archivi per la categoria: reading marzo 2012

di Camilla Cossu

Quella mattina, Valentina percorse il tragitto da casa a lavoro in uno stato di trance. Compì ogni gesto come un automa: prese la valigietta, chiuse lo sportello della macchina, salutò il custode ed entrò in consultorio. Fece le scale che portavano al suo studio e si sedette alla scrivania. Per la prima volta in sette anni stette lì ferma, immobile, a fissare lo schermo spento del computer. Dalle vetrate delle finestre filtrava il sole primaverile e un venticello delicato sollevava da terra i petali di pesco, agitati in una coreografia disordinata, come accade coi disegni degli stormi di rondini.
– Dottoressa?! È arrivata Camilla… le dico di attendere? – disse sporgendosi l’infermiera.
– No, la faccia entrare, Ines. Grazie.
Era passato qualche mese dalla loro ultima seduta. La prima volta, Camilla giunse al consultorio tardi, raccontando dell’incontro con un ragazzo problematico conosciuto di recente. Fu grazie a lui che prese coraggio e decise di andare via di casa, perché “tanto, peggio di così”… Valentina le sorrise col cuore e si alzò per andare ad abbracciarla, istintivamente, contravvenendo al suo codice di comportamento professionale; nessun paziente fino a quel momento era riuscito a smuoverla così e farle dimenticare i pericoli del coinvolgimento emotivo.
– Fatti guardare, Camilla… Come sei… bella! Come siete belli! – fece Valentina, carezzandole il pancione che sporgeva dal trench aragosta. Le erano cresciuti i capelli, ora li portava liberi sulle spalle. Immediatamente pose la mano sulla sua, premendola contro il futuro maschietto. Stettero in piedi in mezzo alla stanza, poi Camilla si sedette sulla poltrona davanti alla scrivania evitando per la prima volta il lettino.
– Ho iniziato le ricerche per la mia tesi di laurea… e sto lavorando part time per una famiglia che vive in centro. Ho pensato a lei quando sono stata da loro per il colloquio… una coppia giovane con due bimbi bellissimi – esclamò raggiante.
– La trovo in piena forma, sono contenta! Come va? – fece Valentina.
– Il bambino cresce, è un piccolo Maciste! Le ho portato l’ecografia che ho fatto tre giorni fa, eccolo qui… Sa, Dottoressa, l’ho sognata più di una volta questi mesi. Ho sognato che si trovava fuori da casa mia e correva urlando come una pazza, ma nessuno poteva sentirla a parte me… allora le andavo incontro e lei mi faceva vedere le mani sporche di sangue. Mi sono svegliata per lo spavento – disse Camilla guardandola fissa negli occhi. Valentina s’irrigidì mentre l’altra le porse un grosso involto di carta velina trasparente, tolto da una busta a cui non aveva fatto caso prima. Era il suo cappotto invernale, quello che preferiva, quello comprato al bugigattolo di cose usate parecchi anni prima.
– L’ho trovato a casa mentre facevo il cambio di stagione, dottoressa. Era nascosto nell’armadio di Giacomo.
Le due donne rimasero sedute l’una di fronte all’altra senza dire una parola.
Valentina infilò il cappotto nella busta, prese la valigietta e tornò a casa in preda alla tachicardia. Rovesciò il contenuto della busta sul letto, strappò la velina tra le lacrime e scaraventò il cappotto per terra, scuotendolo come avesse avuto davanti il suo aggressore. Era ancora un po’ sporco di sangue sulla fodera interna: Giacomo l’aveva sorpresa fuori dal consultorio una sera, l’aveva riempita di calci e stuprata nel vicolo vicino, a due passi dalla casa in cui viveva con Camilla. Quell’uomo Valentina l’aveva visto spesso di sfuggita ed era diventato un nemico invisibile sin da quando la sua paziente iniziò a raccontarle l’inferno che nascondeva. Quell’uomo era costato a entrambe notti insonni passate con la luce accesa e la vergogna di guardarsi nude allo specchio. Stappò una bottiglia di vino e attese le otto di sera, s’infilò in macchina e giunse ubriaca alla porta di casa di Camilla. Insieme a lei, attese il ritorno di Giacomo seduta sul divano.
Lo sparo rimbombò per tutto il quartiere. Solo quando la polizia arrivò per interrogarle, Valentina si accorse di aver indosso il trench aragosta e che il suo, macchiato di sangue, lo indossava Camilla. Era stata difesa personale, disse lei. Difesa personale.

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di Carlo Sperduti

L’ultima grappa gli aveva riempito i pensieri di ricordi scomodi, al punto che ci volle lo sferragliare di un treno sotto i piedi per fargli tornare in mente il corpo, tutto sbandate e bocca impastata.
Non sapeva di essersi rivestito, di essere uscito dal locale e di aver camminato per almeno venti minuti. Non di meno, dato che già muoveva i primi passi sul ponte.
Si arrestò, stupito di qualcosa che stentava a definire: forse il contrario di un déjà vu.
In tasca, le dita della mano destra giocherellavano con un oggetto di plastica. Un gesto automatico di pressione del pollice, nel punto in cui sembrava esserci un pulsante, e capì che si trattava di un accendino.
Riprese a camminare, impiegando qualche passo per rendersi conto che aveva smesso di fumare da tre settimane.
Tirò fuori l’accendino e l’osservò con attenzione. Non ricordava di averlo mai visto prima: orrende fantasie gialle e arancioni facevano da sfondo al più kitsch degli ideogrammi. D’istinto, si portò la mano sinistra alla tasca interna destra. Ci trovò un pacchetto di Winston. Ne erano rimaste due. Restò imbambolato, con le sigarette nella sinistra e l’accendino nella destra.
Poi, continuando ad avanzare, si guardò con attenzione dall’alto in basso: la somiglianza col suo cappotto era evidente, così come era evidente che quello non era il suo cappotto.
Si fermò di nuovo, spaesato, sul punto più alto del ponte, con gli occhi che vagavano intorno, tentando di stabilire quale fosse la soluzione migliore. Un conato di vomito, subito domato, interferì con le sue riflessioni.
Passò un altro treno. Credette di notare uno sguardo di disapprovazione da parte del macchinista, laggiù.
Albeggiava.
Nessuno gli era corso dietro, pensò. Fece un passo in avanti. Il gestore stava abbassando la serranda, quando lui era andato via, ora lo ricordava. Avanzò di altri tre passi. Probabilmente il tizio che aveva preso il suo cappotto era ormai lontano. Ancora qualche passo. Forse se ne sarebbe accorto solamente tra qualche ora. Camminava ora senza esitazione.
Quando si bloccò un’ultima volta, a pochi metri dalla piazza, esaminò di nuovo le sigarette, passandole da una mano all’altra e scrutandone la confezione, come a cercare una risposta in una minaccia di cancro stampata in grassetto.
Poi infilò il pacchetto nella tasca interna sinistra del cappotto, imbattendosi in una carta d’identità. Aprendola, pensò che dopotutto sarebbe stato facile rintracciare il proprietario, che la cosa si sarebbe risolta in un batter d’occhio, che proprio non valeva la pena di star lì a preoccuparsi.
Vide allora la propria foto. A fianco, il suo nome e il suo cognome, con tutto quel che segue.
Ripose il documento nella tasca, dalla quale tirò fuori, di nuovo, le sigarette. Ne mise in bocca una. L’accese, pensando nuovamente a quanto fosse brutto quell’accendino.
Riprese a camminare, impiegando qualche passo per rendersi conto che aveva ricominciato a fumare da due giorni.

di Leonardo Battisti

Per la prima volta nella sua vita Marco avrebbe rubato. Aveva deciso.
Una settimana prima gli avevano fregato il terzo giubbetto in poco più di due mesi in giro per locali. Quella sera, perciò, era uscito proprio con l’intenzione di rifarsi e sgraffignarne uno lui, magari bello e costoso. Anche perché, per via di ’sta faccenda, era rimasto senza un soldo (oltre che senza un giubbetto), e finiva sempre per fare la figura del cretino o dello sfigato davanti ai suoi amici, e davanti a Valentina, che mai come in quel periodo lo snobbava.
Lei era molto più del suo sogno erotico, o molto meno, a seconda dei punti di vista. Era il rimpiazzo perfetto per Carolina, cioè un altro chiodo con cui Marco aveva deciso di crocifiggersi. Perché lui era così: s’innamorava in due minuti, con uno sguardo, un bacetto, e si faceva prendere subito, e quando tutto finiva stava depresso per un paio di mesi finché non si accollava a un’altra tipa.
Valentina non era una sprovveduta: Marco gli piaceva ma lo conosceva, e non ci pensava nemmeno a stare al gioco, tanto che, appena lui l’avvicinava con qualche scusa, lo inceneriva con due battute al vetriolo.
Quella sera, comunque, non aveva pensieri nemmeno per lei. Appena entrato nel locale, strapieno come al solito, si mise a fissare i divanetti in fondo, dove la gente poggiava cappotti e soprabiti, impilati fino a tirar su una torre.
Marco aveva deciso di puntare un tizio della sua stazza, seguirlo con discrezione finché non posava il giubbetto, aspettare che si allontanasse, lui e i suoi amici, infine arraffare l’indumento e svignarsela indisturbato nella calca. Detto fatto. Due occhiate gli erano bastate per inquadrare un tale insignificante, biondo, robusto, con un bel giubbetto di pelle corto che però non si capiva se fosse nero o marrone, tanto era buio lì dentro.
Si fece un paio di shot, così, per sciogliersi un po’ e autoconvincersi che non stesse facendo una cazzata. Il tizio, finalmente, posò il giubbetto su uno sgabello e si buttò in pista col suo amico. Marco si mise a ballare avanzando verso il suo obiettivo. Giunto in prossimità, continuò a fare il vago, finché, con la coda dell’occhio, vide il biondo infilare la porta del bagno. Era il momento.
Non fece in tempo neppure a girarsi, però, che tra le sue braccia piombò Valentina, proprio lei, sbalzata dalla folla come una pallina da flipper.
– Cazzo ci fai qua? – gli chiese. Era ubriaca, e bellissima. Aveva un top nero che le lasciava le spalle scoperte. Lui le ammirava le braccia, lunghe e sottili da ballerina.
– Grazie comunque, – continuò lei. – Mi hai salvato la vita. Mio eroe! – aggiunse con un sorrisetto scemo. Marco non disse niente; pensava solo che doveva sbrigarsi perché il biondo non c’avrebbe messo molto a tornare dal cesso.
Lei, all’improvviso, lo baciò, una volta, poi di nuovo, con la lingua, con passione, come se non desiderasse altro. – Io ti voglio, Marcoli’. L’hai capito, no? Però tu devi fa’ il bravo. Non voglio esse’ un rimpiazzo. Voglio fa’ le cose per bene, co’ te. Hai capito? – proruppe lei, quasi singhiozzando e stringendosi a lui. Gli aveva aperto il cuore, così, senza preamboli, senza storie. E lui era rimasto di pietra, completamente stordito. Non riusciva a pensare ad altro che a quel cazzo di giubbetto.
– Scusa Vale. – Fece d’un tratto – Io non posso. Cioè, mo c’ho altro per la testa. Scusa.
Si liberò bruscamente dalla stretta, afferrò d’istinto il giubbetto e si mischiò tra la folla, con lei che gli gridava dietro, mortificata e superba: – Sei uno stronzo! Hai capito? Non ti fa’ rivede’ che ti prendo a schiaffi, testa di cazzo!
Marco era già fuori, nel parcheggio. Si calmò, si appoggiò a un lampione e si mise a contemplare il giubbetto: era nero, di cattiva fattura, niente di che. Lo guardò bene alla luce per qualche minuto e gli sembrò di riconoscerlo. Somigliava incredibilmente a quello che gli avevano fregato due mesi prima.
Se lo infilò; gli stava alla perfezione. Sentì un piccolo rigonfiamento nella minuscola tasca interna con la zip. L’aprì con difficoltà, ché era inceppata, e tirò fuori un bigliettino piegato in quattro. Era la sua scrittura: con frasi patetiche cercava di convincere Carolina a tornare con lui. Ricordò d’un tratto la voce di lei che, restituendoglielo, gli gridava: – Hai rotto il cazzo con le tue letterine! Vedi di capirlo e levati dai coglioni!
Marco si tolse il giubbetto, lo scaraventò a terra con rabbia, senza pensarci, e iniziò a saltarci su. Smise quasi subito per poi incamminarsi verso la macchina. Si girò a guardarlo per un istante, lacero e sporco, e gli morì tra i denti un vaffanculo.

di Marco Lipford

Un peso estraneo fece destare Arsenio nel cuore della notte. Nemmeno il bisogno di abituare gli occhi allʼoscurità della stanza e la vide: era lì che incombeva su di lui. Lo fissava con orbite incredule, pallida di un bianco cadaverico, e ansimava che faceva paura. La morsa gelida che si strinse attorno alla gola di Arsenio gli impedì di cacciare un urlo. La guardò per qualche istante, finché quella figura scese dal letto e uscì dalla porta che chiudeva sempre prima di andare a dormire. Sgomento, si alzò per seguirla. In corridoio però non cʼera nessuno, e non poteva essere uscita perché la porta di casa non aveva sbattuto. A pochi metri da lì solo lʼingresso chiuso, il mobiletto laterale e lʼappendiabiti.
… Lʼappendiabiti! Arsenio era basito: cʼera ancora appeso il cappotto che aveva rubato… ehm, che il giorno prima si era sbagliato a prendere al cinema! Come caspita era possibile? Lʼaveva venduto, ed era ricomparso in casa; poi lʼaveva buttato nel secchione, ed era ricomparso in casa; dunque lʼaveva fiondato dal cavalcavia, ed era ricomparso in casa. Allora lʼaveva fatto a strisce, maciullato e tritato a peperino… e non aveva fatto nemmeno una piega. Così, in preda a un attacco isterico gli aveva dato fuoco, ma era riapparso dopo un attimo gagliardo sullʼappendiabiti. Lʼaveva infine sciolto nellʼacido… e lʼunico risultato era stato un pulito splendente. Adesso non sapeva più cosa fare!
Ora, con questo fantasma che per tutta la notte gli aveva tirato le coperte ansimando senza sosta, pensò che le due cose – soprabito e spettro – dovevano essere collegate. Arsenio sbarcava il lunario scambiando i cappotti nei luoghi affollati, era il modo più efficace e meno vistoso di fregare cellulari e occhiali da sole. Era convinto di essere allʼavanguardia della ricettazione: se lo beccavano poteva sempre dire che si era sbagliato, restituiva lʼindumento e riprendeva il suo. Non si sa i cappotti che era riuscito a riciclare! E tutto era filato liscio, fino adesso.
Deciso a capire, si diresse verso lʼappendiabiti. Lʼocchio gli cadde sugli effetti personali trovati nel cappotto e gettati sul mobiletto accanto allʼingresso. Cʼerano un cellulare nuovo di pacca (bucio di culo! Ci avrebbe fatto minimo cento carte), un biglietto dellʼautobus usato, una custodia per occhiali da vista e poi… poi… uno di quei broncodilatatori spray, e delle pasticchette strane. Li prese tra le mani, e mentre ancora si domandava cosa voleva dire tutto ciò, sentì di nuovo ansimare e il display del cellulare si illuminò. Arsenio vide il testo di un sms comporsi da solo. Cʼera scritto: “Li mortacci tua!”

di Specchio Gelido

Oltre i vetri della finestra, i cui infissi in legno frammentavano il paesaggio in quadri che contenevano spicchi di mondo, nuvole e luna componevano gradazioni di argento, dal più gelido e intenso blu oltremare francese al più iridescente e candido bianco di titanio.
Queste tonalità fredde si intrufolavano fioche dalla finestra e riverberavano su quelle calde della schiena nuda di Laura.
Era distesa a pancia sotto “Lei” e si lasciava avvolgere dal blu come da una carezza gentile. Da esteta, questa carezza di luce disegnava ombre sfumate sulle forme rotonde del suo corpo.
Il colore immacolato della sua pelle, priva di ogni tatuaggio e quindi davvero nuda, dava una sensazione di calore solo a guardarla, e al tatto una sensazione di liscio anche senza toccarla.
Era nel dormiveglia da diversi minuti e Valentina la guardava così: orgogliosa di tutti gli orgasmi che le aveva donato.
Per guardarla per bene si era seduta sulla poltrona lì accanto, e per non sentire freddo si era coperta solo con il suo cappotto, l’artefice del loro incontro.
Era stato due sere prima al “Teschio che brucia”. Non si erano mai incrociate durante la serata, ma prima di uscire venne commesso un errore. I loro cappotti, identici, furono scambiati, e così l’una si ritrovò nelle tasche la vita dell’altra.
A tenerla tra le mani, la loro vita riassunta da bigliettini da visita e agendine con numeri e pensieri, era molto meno banale di quanto appariva alle rispettive proprietarie, durante certi inevitabili momenti chiamati “paturnie” dalle donne di stile.
Laura ballava tango. Le piaceva essere, per i disegnatori più disparati, una musa ispiratrice. Nelle tasche aveva un’agendina con bozzetti di tutti i suoi amici disegnatori che l’avevano ritratta nuda, legata, bagnata, spettinata, nuda, ecc. Aveva il soprannome di Luna.
Valentina ballava pole dance a livello agonistico. Sorrideva distaccata di chi la sua arte la confondeva con l’altra chiamata lap dance. Per questo motivo lei era soprannominata “l’altra”.
Luna e L’altra sussultarono quando si resero conto di conoscersi dall’adolescenza.
Erano già state molto amiche, quando alle medie si erano scambiate una prima volta e per un errore simile i cappotti. Dopo le medie non si erano più riviste.
Nel cappotto Laura trovò il numero di Valentina su un biglietto da visita. Lo digitò emozionata.
– Pronto?
– Ciao, mi chiamo Laura, ho il tuo cappotto e tu dovresti avere il mio, ce li siamo scambiati per errore al “Teschio che brucia”.
– Ciao Laura, io sono Valentina, è assurdo. Stavo per telefonarti, non ci crederai ma ci conosciamo già!
– Sì, è incredibile che ci siamo scambiate di nuovo il cappotto a distanza di… quanti saranno, 15 anni?
– Dobbiamo rivederci, non solo per restituirci i cappotti, allora…
Il pomeriggio dopo, il campanello di casa di Laura trillò puntuale all’orario che si erano date.
Aprì ed entrò Valentina, con indosso il cappotto da restituire.
I convenevoli servirono solo a rendersi conto che tutti quegli anni erano un solo rapido momento fuggente che separava due fotogrammi pregnanti, e che erano le stesse amiche di sempre, che si scambiavano le cose e che provavano strane sensazioni quando erano vicine. Si ritrovarono così, spontaneamente, a bere liquore invece che succhi di fragola, a giocare insieme come un tempo… più o meno a giocare.
I loro cuori pulsavano già, palpitanti, sotto i vestiti leggeri.
Quando i respiri, lentamente, si avvicinarono fu un nuovo sussulto.
Valentina posò le labbra sulla guancia di Laura, per baciarla.
Laura seguì con lo sguardo quelle labbra rosse e notò che Valentina chiuse per un attimo gli occhi, quando la sua bocca le sfiorò il viso.
Era liscia e fresca la pelle e tenere e calde le labbra.
Respirarono il profumo dei capelli nei quali si immersero.
In questo precipitare lentamente l’una verso l’altra sentirono i seni sfiorarsi e baciarsi modellandosi a vicenda in una nuova forma, rotonda ed eccitante.
Era come non averceli, i vestiti.
Laura prese per mano Valentina e si accomodarono sul bordo del letto.
Un desiderio stava per esplodere, come se avesse atteso da sempre. Erano eccitate ed emozionate, a guidarle erano l’istinto e il piacere.
Valentina prese nel suo palmo il viso di Laura e iniziò a baciarle il collo, proprio sotto l’orecchio e poi più giù.
Posò l’altra mano sulla gamba di Laura, il cui respiro si fece più intenso e caldo. Schiudendo le labbra e socchiudendo gli occhi, inarcò leggermente la schiena e posò le proprie mani sul letto per sorreggersi. La forma disegnata dallo spazio vuoto tra la schiena e le braccia era quella di un’arpa invisibile. E le corde erano i suoi capelli ricci che scendevano nel mezzo. Ma Valentina faceva vibrare altre corde, quelle della sua anima, incendiandola, suonando la tastiera di quel bellissimo corpo che reagiva a ogni attenzione, comunicando con un linguaggio che entrambe conoscevano. Trovava il proprio piacere inseguendo quello della sua amica.
Una mano, dalla gamba, saliva verso le mutandine ricamate di Laura trascinando con sé il bordo della gonna. Poi toccò all’altra mano scendere consapevolmente lenta e delicata dal viso seguendo le forme che incontrava. Fece scivolare giù la stoffa leggera del vestito e ne scoprì la spalla e parte del seno.
– Hai un seno bellissimo – sussurrò Valentina fermandosi a guardare.
I suoi baci delicati scesero lungo il collo di Laura, e prima che le labbra giungessero sul seno, le dita leggere disegnavano cerchietti, stringevano delicatamente, e poi tiravano decise i capezzoli.
Quando la lingua di Valentina continuò il disegno iniziato dalle dita si dipanarono brividi a fior di pelle che fluivano come torrenti impetuosi che finivano in un fremito in un solo punto.
Quei cuori disegnati con la punta della lingua grondavano dita liquide, e queste colavano come la pioggia sui vetri, lungo il profilo dei seni nudi resi luccicanti in controluce.
Quando Laura ansimò per il piacere troppo intenso, la bocca di Valentina si ritrovò a succhiarli più forte.
Amava guardare quei baci e quelle carezze mentre li sentiva sul suo seno irrorato dall’eccitazione che era divenuto di una tonalità più rosa.
Questi ricordi così freschi nella mente di Valentina, che continuava a guardarla nel dormiveglia, le facevano tornare il desiderio di baciarla ancora tra le gambe.
Smise di ricordare, si scoprì del suo cappotto, e leggera come la luce della notte si intrufolò di nuovo sotto le lenzuola che coprivano in parte il corpo di Laura.
Nel frattempo, oltre i vetri della finestra, i cui infissi in legno frammentavano il paesaggio in quadri che contenevano spicchi di mondo, nuvole e luna componevano ancora gradazioni di argento, dal più gelido e intenso blu oltremare francese al più iridescente e candido bianco di titanio.

di Patrizio D’Amico

Ti danno un foglietto quando arrivi e con quello ritiri la giacca quando esci. Semplice, ti dici, no? Va così, quindi, che sei appena entrato nel locale e già senti l’afa del riscaldamento a palla, che pure se siamo a metà marzo e la primavera sta già seduta nel salotto di casa questi del locale sembra non se ne siano accorti. Quindi la prima cosa che fai è: ti levi la giacca!
Non fai in tempo a poggiarla sul banco del guardaroba che già te la instampellano: mansione riservata a donna navigata con rossetto pesante, vestiario tendente al nero e sigaretta all’angolo della bocca, che ti chiedi perché lei possa fumare dentro quando nessun altro, neanche il titolare del posto, lo fa, e la giacca ti scompare davanti agli occhi portata in fretta e furia laggiù, in fondo in fondo al corridoio in un festino di giacche che l’attendono, appese e numerate, dondolanti. La donna ti riporta il fogliettino mezzo strappato con quel numero che a volte penso: me te lo tengo e ci vado alla sagra del tartufo di Sora e finisce che ci vinco il prosciutto della riffa che tanto il biglietto è uguale, e di conseguenza ti fai la domanda: chissà se la ritrovo, la mia giacca.
Poi ti sbronzi per festeggiare l’ingresso al locale che “i biglietti l’avevamo comprati due mesi fa però abbiamo fatto lo stesso la fila”, ti risbronzi perché si abbassano le luci e “ecco che il concerto forse inizia”, poi a metà concerto ti ririsbronzi perché “andiamo al bar, ora, che questo pezzo è una lagna”, poi, logico, ti riririsbronzi perché il concerto è finito ed “è stato fico, tocca festeggiare”. E quando tutte queste sbronze passano, allora torna quella domanda di tre ore prima: chissà se la ritrovo, la mia giacca. E quando vado al guardaroba che mi danno? ’Sto coso!
Alberto ha formulato tutto il monologo nel cervello mosso da onde alcoliche e rabbia suina, ma non ha detto una parola: semplicemente, agita come un pazzo il coso fucsia decorato con finto pelo intorno al colletto e qualche pendaglio argentato a forma di prisma che pende dalle zip delle tasche. Lo agita in faccia al buttafuori.
– Ti sembra il mio giacchetto questo? Dove cazzo sta il mio giacchetto, lo sai tu, eh?
– Amico, inizia a calmarti che così non va bene, ok? – risponde il gigante.
Alberto stritola la giacca e riprende a dire:
– Quella del guardaroba m’ha detto: “Bello, il tuo nummeretto corrisponde a ’sta giacca. Se c’hai problemi parla colla sicurezza oppure aspetta il proprietario della giacca.” Quindi parlo con te. Che devo da fa’?
– Senti, se ti calmi magari si risolve tutto. Se continui così, però…
E Alberto d’un tratto cambia faccia. Fa sì sì con la testa e dice: – scusa, – dice, – hai ragione. Mi calmo. A dopo. – e s’allontana.
Il buttafuori rimane sospeso, si limita a seguirlo con lo sguardo. Invece Peppe e Silvia sgranano gli occhi: non capiscono che gli è preso, all’amico Alberto, che ha fatto un casino con la signora del guardaroba e poi sembrava una furia quasi volesse picchiare il buttafuori, e d’un tratto se ne va, chiedendo addirittura scusa. Alberto?!
Lo seguono, lui già evanescente tra la folla che si accalca per uscire dall’unica, logicamente piccola e angusta, porta del locale. Superato l’effetto imbuto umano, lo vedono dall’altra parte della strada. Silvia gli si avvicina, Peppe dietro di lei.
– Albe’? Ma che t’è preso? Hai deciso che ti tieni ’sto coso fucsia?
Lui, poggiato a un secchione, sogghigna:
– Sai che c’è, Silvie’: ’sto coso fucsia lo regalo a te. Io mi tengo altre due cose: l’iphone che stava nella tasca interna – e tira fuori un iphone 4 che sembra una navicella, con la custodia che sfavilla di brillantini di plastica – e mi tengo anche questi – finisce di dire tirando fuori da un portafoglio di Prima Classe due pezzi da 50 euro.
Silvia sgrana gli occhi, prende meccanicamente la giacca che Alberto gli tende. Poi dice:
– Scusa ma, così fai il ladro.
Glielo dice quasi arrabbiata, come un rimprovero.
Alberto allarga le braccia:
– Io? Che c’entro io? Il “nummeretto” corrisponde a questa giacca. Se alla proprietaria vera non gli piace lo straccio di giaccone che ho comprato in saldo un anno fa al mercatino dell’usato, andrà dalla security.
Finisce di dire la frase con accento inglese, pessimo.
Poi s’incammina, senza giacca, che siamo a metà marzo e neanche fa così tanto freddo.

di Patrizia Berlicchi

“Dovrei essere dentro la mia vasca da bagno, immersa fino al collo nella schiuma profumata, invece che in uno sconosciuto bar da finti ricchi ad aspettare Laura ‘la sòla’ e a incazzarmi al telefono (perché di persona è diventato un lusso!) con Giovanni, che per l’ennesima volta ha fatto saltare i programmi per il fine settimana.”
Angela allontanò da sé il tavolino con un gesto di stizza, lasciò i soldi sulla tovaglia tristemente damascata e indecentemente rosa salmone, che faceva pendant con l’intera baracca, e si avviò al guardaroba come se uscisse da un brutto sogno.
Una volta fuori rabbrividì al vento freddo del tardo pomeriggio, si tirò su il bavero del cappotto e si incamminò a passi svelti verso l’auto.
– Con questa ha passato il limite! È possibile che si faccia sempre mettere i piedi in testa da tutti? Neanche fosse l’ultimo arrivato, in ospedale. Ne ho piene le palle di fare la fidanzata del Dottor Kildare…
In quel preciso istante una vibrazione inaspettata sulla coscia la fece trasalire. Veniva dalla tasca del cappotto; non ricordava di aver messo il cellulare in tasca. Lo prese e si accorse immediatamente che non era il suo: già, perché quello che aveva indosso non era il suo cappotto. Sul display c’era scritto “cucciolo”.
Rispose.
Poi la sensazione, che non avrebbe più dimenticato, di diventare di pietra, tanto da non riuscire a respirare.
Conosceva bene quella voce:
– Ciao cucciola! È tutto sistemato: abbiamo il fine settimana per noi, come ti avevo promesso… pronto amore, ci sei? È disturbato… sei contenta?
– Certo…
– Allora ci vediamo al solito posto, stasera?… pronto, ti sento male…
– … Da Benny?
– Si capisce… che c’è, cucciola, qualcosa non va?
– No, poi ti spiego. Alle otto?
– Alle otto, amore. A dopo.
Rimise il cellulare in tasca, fece dietro-front e tornò da Benny il salmone. Riconsegnò il cappotto al guardaroba e trovò un tavolo libero. Poi ordinò del vino bianco e tartine al caprino ed erbette, per cominciare. Inspiegabilmente, le era venuta fame. Intanto si sorprese a sbirciare le donne che le stavano davanti, nel tentativo di indovinare chi di loro fosse la “cucciola” in questione, ma quasi subito distolse lo sguardo dalle tipe, realizzando che in effetti non aveva alcun interesse a dare un volto a quella che le stava portando via Giovanni. Mentre mangiava di gusto si chiese da quanto tempo non si sentiva così leggera.
“Be’, era ora!”, pensò, ordinando il secondo bicchiere di vino.