Archivi per la categoria: reading febbraio 2012

di Angela Processione

1) SINISTRE CONGIURE

Fuori c’era un temporale fortissimo e la mano sinistra non trovava pace. La paura e il freddo tormentavano la sua notte. Guardava la mano destra beatamente cullata tra le cosce calde della mamma. Con invidia e un po’ di pena imprecava nel buio:
– Ti sei dimenticata di me?
E ricordava che da quando era piccola era sempre stato così:
– Non tenere la matita, si disegna con la destra. Non si usa così, la forchetta, si usa l’altra mano!
E ricordando si chiedeva:
– Ma proprio io dovevo nascere a sinistra?

2) LA MANO MORTA

Elena era appena uscita dal lavoro e con passo svelto come al solito si dirigeva alla fermata dell’autobus; ancora più in fretta per l’arrivo delle prime gocce di pioggia e al pensiero di preparare la cena in tempo, come si conviene a una buona madre.
Quando l’autobus arrivò era già innervosita dall’attesa. L’autobus era pieno come sempre e imprecando riuscì a inserirsi in un pertugio lasciato libero dagli altri. A un certo punto sentì come un qualcosa sul sedere. Iniziò a insultare l’uomo dietro di lei accusandolo di farle la mano morta. L’uomo, imbarazzato, spiegò allora che la mano, in quanto morta, gli era cascata contro il suo volere e che giurava: lui non aveva proprio sentito nulla.

3) LA RIVOLUZIONE A PORTATA DI MANO

I propositi di uscire andavano sfumando. Dopo la nevicata delle ultime ore tutto si era immobilizzato sotto un bianco gelido. Carlo se ne stava di fronte alla finestra cercando di far raggelare la sua incazzatura, inutilmente. Doveva passare un’altra serata a casa, probabilmente lo stesso tipo di serata dopo 5 giorni di bufera.
Si diresse verso il computer e aprì la pagina di Facebook. Incredibilmente il suo amico Jamo non c’era e non compariva nemmeno più nella lista dei suoi contatti. In compenso il suo sogno erotico, Camille, era lì come sempre. L’aveva conosciuta a una festa e il giorno dopo, con la velocità della luce, erano subito diventati amici. In rete, si intende. Solo lì Carlo poteva parlarle, ma rigorosamente i suoi inviti a uscire venivano rifiutati. Il sogno erotico si trasformava spesso in incubo e pure disprezzo. Si doveva contentare di piaceri solitari e sofferti alla vista delle sue tette su facebook.
– Al diavolo, – disse, – Ma dov’è Jamo?
Prese allora il telefono e lo chiamò:
– Jamo, ciao, che fine hai fatto? Sono su facebook e non ti vedo più.
– Ciao, Carlo, me ne sono andato, sono uscito da quel vortice, mi ero rotto il cazzo e così basta, non esisto più per facebook.
– Ma come? Come ti è venuto?
– Oggi ho letto che facebook andrà in borsa e ho pensato che la mia vita no, non andrà ad alimentare questo sistema, e allora ho fatto clic… basta una mano, anzi un dito nel punto giusto e sei di nuovo fuori. Dovresti farlo anche tu. Oggi mi sembra di aver fatto una rivoluzione, la mia, comodamente seduto su una sedia. Senti, visto che domani sarà un’altra giornata di neve, che ne dici di andare fuori a giocare? Quando ci ricapita?
– OK… Ci vediamo domani, allora – disse Carlo un po’ scosso alle parole dell’amico. Perplesso, chiuse il telefono.
Con fare deciso andò al computer, impugnò con la mano stretta il mouse, che si dimenò per un attimo prima che Carlo trovasse il punto giusto per fare clic. “Sei affondato, bastardo”, pensò con fierezza.
Corse in salotto euforico, urlando e dimenandosi:
– Mamma, mamma, l’ho fatto. Ho chiuso con facebook.
La madre, comodamente sdraiata sul divano come un balenottero ipnotizzato, sembrava non averlo sentito.
– Mammaaa…
– Non ora, Carlo, sto guardando una cosa in TV.
– Cosa?
– Non ora, zitto, per favore.
Lasciò la madre e l’entusiasmo tra il salotto e la sua stanza. Si sentì quasi a disagio. “E adesso che cazzo faccio?”, pensò confuso.
Si sedette di fronte al computer e impugnò il mouse, che come impazzito seguiva la sua mano. Ritornò sulla pagina di registrazione di facebook. “Ma quale rivoluzione?”, pensava. Che cosa può cambiare? La preoccupazione di aver perso tutte le informazioni che aveva accumulato sino ad allora svanì non appena il Sistema accettò il suo pentimento. Ritrovò gli stessi amici e inseguì per un po’ il suo sogno erotico. Dopo aver dimenato per qualche ora il mouse reimpostò tutto, come se nulla fosse accaduto. Con gli occhi rossi e pesanti spense il computer e l’ennesima sigaretta. Si lasciò cadere pesantemente sul letto. Sul comodino qualche centimetro di polvere ricopriva un libro che Jamo gli aveva regalato. Lo prese, soffiò sulla copertina, lo rigirò tra le mani un po’ di volte, ispezionò le lettere che componevano il titolo e il nome dell’autore. Guardò con molta attenzione l’immagine di copertina. La spalancò. Sfogliò le prime pagine ed entrò in un’altra storia.

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di Marco Lipford

Stelvio Giannutri finì di pisciare nel lavandino del bagno. E sì, era un vizio che non si sarebbe tolto mai; quando ne vedeva uno era più forte di lui, lo doveva battezzare. Se poi rischiava di essere beccato la cosa era ancora più irrinunciabile. Era un’usanza nata nella sua stanza di dirigente all’Ufficio d’Igiene, e per un po’ era anche diventata una moda nella sua cerchia di colleghi del piano. Quelli delle pulizie avevano smesso da un pezzo di interrogarsi sul sospetto ingiallimento dei lavandini della SAUB.
Si sgrullò l’attrezzo, si pulì la mano sui calzoni bianchi modello Toni Manero e si diresse gagliardo verso la pista da ballo. Era la festa di fine annata organizzata dai direttori sanitari del presidio di distretto, una delle ghiotte occasioni per entrare in qualche nuovo giro di appalti regionali o forniture mediche. Nel corridoietto prima di arrivare alla discoteca si bloccò; una donna – ben piazzata – era di spalle, e sembrava scrutare la tempesta che fustigava la sera oltre la vetrata. Conosceva quel culo flaccido: era senza dubbio la Dottoressa Incarniti, del quarto padiglione. Stelvio si avvicinò da dietro saltellando silenzioso, e una volta raggiuntala, spalancò le mani e le affondò una palpatona sul fondoschiena.
– Bella chiappona dello zio!
La donna si girò, e Stelvio sgomento riconobbe che non era la Incarniti.
– Oddio! Mamma… Anche tu qui? – le disse. Quella digrignò i denti e lo fulminò con lo sguardo, ma non gli disse niente perché era impegnata al telefono. Stelvio si ricompose. Che ci poteva fare se come amanti sceglieva sempre donne in carne e ben più anziane di lui? – Eh, me piacciono cadenti. È tutta esperienza che… pesa! – era solito giustificarsi davanti ai colleghi.
Quando la madre, la vecchia direttrice amministrativa del distretto, ebbe concluso la telefonata, si girò e lo apostrofò:
– Figlio frescone! Sono qui per salvarti il culo, visto che la faccia l’hai già persa da un pezzo.
– Io? E che è successo? – domandò Stelvio, adesso tremebondo.
– Che c’è? C’è che hai pisciato nel lavandino sbagliato, ecco che c’è!
Mamma Giannutri lo incalzò:
– Te l’avevo detto che non dovevi bazzicare col Zolletta, quello è un disonesto. E sta per scatenarti contro una bufera!
Stelvio non ci poteva credere. Anche mamma sapeva del suo passatempo? Zolletta, il radiologo… L’aveva tradito!
– Ma… ma è stato lui a salire da me, facevamo a gara, ma sempre nel mio lavandino… Il suo non l’ho mai toccato! Giuro!
L’ex direttrice sospirò.
– Parlavo in modo figurato, imbecille! Rischi un avviso di garanzia dalla procura: gli hai pestato i piedi quando hai cominciato a prendere la stecca dai laboratori analisi.
– Ma lui ha detto che non gli importava… – piagnucolò il povero Stelvio, colto come un bambino con le mani nella nutella.
– Sì. L’ha detto a te così poteva farti fuori e prendere il tuo posto. Scemo che sei… dopo tutto quello che ho faticato per farti arrivare dov’eri!
La mamma di Stelvio era carica di disprezzo.
– Oh no! Sono rovinato. Aiuto, mamma! Fai qualcosa!
Stelvio era terreo. Già si immaginava portato fuori dal presidio dai carabinieri e messo su una volante mentre si copriva la faccia con le mani.
– Ci sto provando. Mentre tu ti trastulli per feste e bivacchi io sto al telefono con mezza Regione. Forse riesco a insabbiare la cosa, qualche scheletro c’è anche nell’armadio del Zolletta… Ma mi costerà un bel po’ di favori – spiegò la mamma.
Il figlio imbelle le baciò le mani.
– Grazie mammina, grazie… Oh, se non ci fossi tu!
Quella ritrasse la mano e gli disse a brutto muso:
– Stasera però fili a casa! Abbastanza danni, hai fatto.
Stelvio sbuffò ma acconsentì. E non gli fu per nulla difficile trovare l’uscita di sicurezza.

di Patrizia Berlicchi

– Ma’, si può sapere dove vai con questo tempo? Non puoi aspettare domani per fare ’sto lavoro?
Mia madre era lì, sulla soglia di casa, con il cappotto addosso e un borsone della palestra in mano. Mi guardò con occhi che le conoscevo bene, affettuosi e severi allo stesso tempo, scrollando la testa come era solita fare quando era in arrivo una predica:
– Non se ne parla nemmeno: è tutto il giorno che mi danno per mettere in ordine la tua stanza; era diventata un magazzino! E adesso che ho finito, questa roba deve sparire… adesso! Perciò scendo in cantina e chiudo questa faccenda!
– Mamma, ma fuori fra un po’ nevica… dai, ti accompagno.
– Non c’è bisogno, Michele. Piuttosto riscalda la cena che è tutto pronto.
Si voltò e mi salutò con la sua piccola mano paffuta; l’aprì e la chiuse proprio come fanno i bambini…
È l’ultima immagine che ho di lei. Nei giorni che seguirono non ho fatto che chiedermi da quanto tempo si stesse preparando a quell’addio, quale fosse stato il momento esatto in cui aveva deciso di sparire dalla nostra vita. È sempre stata una donna paziente, mia madre: aspettare era la cosa che le veniva meglio. Aspettare un marito che tornasse a casa, alla fine di una faticosissima giornata da brillante gastroenterologo in una rinomata clinica romana, assai apprezzato da pazienti, colleghi e amici o, per meglio dire, da amiche. Aspettare me che tornavo da scuola, da chitarra, dai concerti, dai fine settimana al mare e via dicendo. E non aveva certo deciso di aspettare perché non avesse niente di meglio da fare: era una professoressa, lei, di quelle che ci credono, che amano il proprio lavoro. Insegnava filosofia in un liceo scientifico, nei turbolenti anni sessanta, e i suoi allievi la adoravano perché dentro le loro lotte, a modo suo, senza strizzare l’occhio a nessuno, con la sua cazzimma di fiera napoletana, ci stava pure lei, sempre in prima fila, ad ammonire o a incoraggiare i suoi ragazzi. Alcuni di loro non avevano mai smesso di scriverle o di telefonarle, per il compleanno o per gli auguri di Natale. Però quando mi ammalai, a otto anni, e dopo l’operazione al cuore, lei scelse di lasciare il lavoro. “Così ho potuto godermi il mio Michelino”, diceva sempre parlando di me, di quei momenti difficili nei quali i miei avevano temuto che non ce l’avrei fatta.
Silenziosa, autonoma, efficientissima. Sola. Quante volte l’ho immaginata di notte, nella sua metà di letto, accanto all’altra metà deserta, con gli occhi spalancati al soffitto a pianificare in ogni dettaglio la sua fuga. Nelle notti come questa, troppo simili a quella di dodici anni fa, non posso prendere sonno; ritorna la pena di non sapere dove sia, su quale treno sia salita col suo cappotto pesante e la borsa da palestra. C’erano dentro poche cose, tutto sommato: fotografie, la collana di perle di fiume che le regalai per il suo onomastico, le lettere dei suoi alunni. Cose così. Nonostante lo sgomento e quel senso imprevisto di vuoto che ci ha lasciato dentro, non posso proprio rimproverarle niente. Semmai la ringrazio, per aver aspettato tanto a lungo prima di andare. Vorrei saperla felice, finalmente. Solo questo mi importa ora, perché in fin dei conti io e mio padre ce la caviamo, insieme: già, questo è stato il suo ultimo regalo: di farci ritrovare, per rimanere in piedi. Darei dieci anni della mia vita per vedere ancora una volta la sua mano che mi saluta, come quella notte, per dirmi:
– Allora io vado, Michelino; riscalda la cena. Adesso tocca a me.

di Alessandro Reali

Tutto ebbe inizio con l’approssimarsi dell’inverno, nell’anno che vedeva il sig. Spenanzo raggiungere la soglia degli ottanta.
Goffredo Spenanzo, in arte Spe Fè, non era altro che un anziano ladro divenuto con il tempo abilissimo nel trafugare di tutto, dalla spesa del supermercato fino al più raffinato degli oggetti.
Quella stagione, però, decise di ritirarsi definitivamente dall’attività, e nel farlo volle riunire la vecchia banda, che a chiamarla vecchia non è certo un eufemismo.
Cominciarono così, tutti e quattro quanti erano rimasti, a studiare il colpo che li avrebbe di colpo affrancati dai quotidiani problemi.
Venne così scelto, dopo lunghe e ponderate riflessioni, di sottrarre dal museo cittadino l’ormai leggendario anello di Ametuc, tempestato di pietre preziose e dal valore inestimabile, forgiato nell’antichità per volere del più spietato monarca mai sedutosi su di un trono.
L’occasione buona per eseguire quell’ultima scorribanda venne a presentarsi il giorno che nel piccolo circolo per anziani, dove erano soliti riunirsi, venne organizzata una visita nella suddetta struttura museale.
Detto fatto, la mattina dell’azione, mescolandosi abilmente tra gli altri innocui vecchietti, i nostri verrucosi si misero a osservare con finta attenzione da studiosi i vari oggetti presenti nelle sale, quando improvvisamente si trovarono al cospetto del magnifico orpello.
Bastò allora un semplice e codificato gesto del sig. Spenanzo all’indirizzo del più malaticcio dei suoi compagni che questi prese subito a fingere un improvviso mancamento, costringendo tutti a stazionare davanti alla teca del prezioso e dando il tempo necessario allo scaltro terzetto di armeggiare furtivamente con le ottonate serrature, riuscendo infine con non pochi sforzi a far sparire tra l’indifferenza generale il remunerativo emblema.
A fattaccio ultimato si avviarono al seguito della barella che trasportava il finto moribondo, che tra defibrillatori e flebo ricostituenti finì per sentirsi male sul serio. Naturalmente i claudicanti suoi compagni, non essendosi accorti di nulla, proseguirono nel piano, nascondendo furtivamente all’anulare sinistro del povero amico il bell’anello di Ametuc, certi di recuperarlo in seguito.
Be’, facile predizione di un mago imbroglione, il vecchietto non resse alle cure più che mai esagerate alle quali venne sottoposto, tanto che ancora oggi, recandosi al cimitero comunale, si riesce a vedere, nascosta dalla vegetazione, una tomba riportante l’epitaffio: “Nel maltempo trascorso in vita, una mano sola conserva la madre della nostra fantasticata fortuna, la mia.”

di Leonardo Battisti

Quella serata fu semplicemente epica. Mi ricordo manco fosse ieri come eravamo messi mentre andavamo al locale, con quelle condizioni meteo.
È fondamentale, infatti, fare una premessa. Era tutta la settimana che nevicava senza sosta. Al sabato, ci ritrovammo con neve e gelo ovunque: per strada, nelle piazze, davanti ai negozi, dentro i pozzi, nelle aiuole, nelle scuole, sui tetti, sui gatti, nei cassetti, nelle vasche, nelle tasche, nelle tresche, fra le coppie navigate, oltre che fra gli amanti occasionali, sui muri, sui muli, nei cessi, sui nessi, sui cipressi, sotto i materassi al posto dei soldi. Una cosa impressionante, mai vista prima.
Tanto che, uscendo di casa, la mamma di Michele, che quella sera doveva portare la macchina, gli rovesciò addosso una sfilza impressionante di raccomandazioni che mia nonna a confronto avrebbe sfigurato. Ma qui, forse, è bene fare una parentesi sulla madre di Michele, Cecilia.
Si era sposata prestissimo, appena diciottenne, per fuggire di casa, essendo figlia di un prete, don Ugo, che la teneva relegata in cantina perché sarebbe stato licenziato dal padreterno, o da qualche suo delegato terreno, se si fosse scoperto che era padre nel senso di genitore, oltre che in quello di sacerdote. Il prelato, che non era in fondo cattivo, accettò di dare in moglie sua figlia dopo aver corrotto le autorità preposte affinché disponessero i documenti necessari per spacciare la giovane come una sua lontana nipote di origine asiatica (seppur Cecilia avesse tratti occidentalissimi).
Il promesso sposo, Antonio, era un contadino molto devoto e semianalfabeta di 16 anni (ma ne dimostrava 48) che il parroco obbligò a sposare Cecilia perché “così voleva il Signore”, dato che le richieste della ragazza di uscire dalla cantina erano diventate sempre più pressanti e bisognava trovare una soluzione.
Michele, comunque, nacque solo diciassette anni dopo il matrimonio, perché i due giovani dovettero un po’ prenderci la mano. A causa dell’educazione ricevuta, la madre era convinta che, per proteggere il figlio dal mondo malvagio, fosse buono e giusto tenere chiuso in cantina anche lui fino alla maggiore età; ma Michele a sette anni già pesava inspiegabilmente novanta chili ed era alto un metro e ottantacinque. Perciò iniziò presto a battere i suoi genitori e a farla da padrone in casa.
Cecilia era comunque premurosissima con suo figlio, che riteneva sempre il suo “pulcino-ino-ino”, tanto che quella sera, prima di uscire per andare al locale, lo trattenne quasi un’ora ricordandogli che la strada era brutta, di non frenare sul ghiaccio, di stare attento ai rami spezzati, di evitare i viadotti per le raffiche di vento, di rispettare i semafori, di far attraversare i pedoni, di dare la precedenza a destra, di portare rispetto ai più grandi, di non accettare caramelle dagli sconosciuti e cose del genere.
Le raccomandazioni della madre furono tanto più numerose e precise del solito, dal momento che quella sera Michele aveva pure una mano invalida. Infatti, qualche giorno prima – e qui vale la pena fare un veloce flashback – mentre allungava i consueti ceffoni a suo padre, quel pover’uomo si era di scatto abbassato facendo in modo che il manrovescio del figlio si infrangesse a tutta forza contro un angolo della parete della cucina. Niente di strano, si dirà, un incidente domestico come tanti, e che però costò al nostro amico la rottura di un paio di falangi, e bisogna dire che gli andò bene.
Dunque, alla fine Michele prese la sua scassatissima Peugeot grigia, passò a prendere me e Silvano che lo aspettavamo gasati e già un po’ sbronzi al bar di Peppe e, con una prudenza che mai gli avevo visto prima, guidò senza intoppi fino a destinazione. E mentre in macchina facevamo eccitatissime previsioni sull’esito di quella che si preannunciava come la serata dell’anno, arrivammo al locale e scoprimmo che era chiuso per il maltempo.

di Specchio Gelido

Ogni cosa era una vecchia fotografia. Dalle stelle su in alto, la cui luce partita miliardi di anni prima giungeva solo ora, alla città giù in basso, che era tutta in bianco e nero. Il bianco era la neve che l’aveva ricoperta, il nero era il resto che ancora emergeva dalla presa della mano gelida che aveva dispiegato le sue fioccheggianti dita e affondato il suo liscio palmo sulla pianura di cemento e mattoni ora irriconoscibili.
A guardar la vecchia foto appena giunta dalla volta celeste, si distinguevano le stelle dai fiocchi di neve solo dopo che questi atterravano leggeri sul viso.
Nelle tane in affitto, percepite da tutti molto più accoglienti che mai, in questi giorni di mal tempo, le persone si erano rifugiate, ed erano per lo più intente a scrivere sui social network:
“… ora nevica.”
“… ora un po’ meno.”
“… ora nevica di brutto.”
“… ma che cazzo scrivete che c’è l’ho pure io ’na finestra!”
Se solo per un po’ di pioggia l’obsoleta metropoli precipitava nel caos, ora che era schiacciata dalle carezze della neve la città era teatro di scene di panico tra gli automobilisti e i sampietrini.
Il nuovo capo del governo, un androide inespressivo, apparentemente senza emozioni né sensazioni, diceva dalla tv tutt’altri cazzi:
– … i giovani farebbero meglio ad abituarsi a scordarsi di avere un posto fisso, è noioso fare la stessa cosa per tutta la vita.
Questi giovani che prendono pesci in faccia da tutti, ultimamente, erano gli unici ancora in strada a tirarsi le palle di neve, che con tutte le merde di cane che stanno in giro qualcuno di loro di certo si sarebbe risentito presto.
Le candide palle di neve al cuore di merda: che analogia con i concetti della politica. Che fuori sembrano pure puliti, ma aspetta che schiattano addosso a qualcuno.
Dietro i vetri appannati delle case c’era di tutto. Un folgorato tracciava sulla finestra con il dito le traiettorie dei fiocchi di neve. Su qualche balcone aspiranti fotografi tentavano di catturare in foto a colori il paesaggio monocromatico. Una mamma raccoglieva la neve dal balconcino per far giocare il suo piccolino.
Una coppia di giovani amanti, a guardar tutto quel bianco, aveva sentito il bisogno di confrontare il tono della loro pelle con quello della neve. Era più bianca la neve della bianca pelle eccitata. Baci alla base del collo di lei e parole sussurate nell’orecchio di lui, come ordini impartiti, per scandire i colpi che lei esigeva per perdersi nel piacere e nel paesaggio bianco che vedeva dai vetri. Sentiva l’abbraccio caldo di lui avvinghiarla, schiacciarla sulla finestra gelida, la più appannata del quartiere in quel momento, che non poteva restituirle il trasparente riflesso.
Altro che sale, se tutti stessero facendo l’amore così, si scioglierebbe tutto.
E infatti di lì a poco, solo dal loro terrazzino, precipitò una cascata di neve.

di Patrizio D’Amico

Cammina con l’ombrello. È quindi sintomo che sta piovendo. E capisce che sta sognando. Fantastico.
Allora scosta l’ombrello e vede cosa sta piovendo: una fitta di terrore lo scuote. Il cuore fa un balzo ma lui continua comunque a sognare. Nel sogno il corpo riflette lo spavento, tanto che lui si vede inorridire, piegare le ginocchia.
Stanno piovendo mani. Mani che cadono a terra intorno a lui. Il sogno s’è trasformato in incubo. E le mani che cadono sono tutte uguali, hanno lo stesso anello, quell’anello rotondo, semplice, una fede. E poi l’altro anello con la pietra rossa, l’anello su ogni mignolo di ogni mano. Continua a pompare sangue dal cuore, raggiunge il puro terrore e sta fuggendo dal sogno. Lo sente. Autodifesa, codardia onirica. Un classico, per lui. Poco prima che l’immagine delle mani a terra che continuano a cadere e a fare flop e plof scompaia, spinge l’incubo oltre la ragionevole soglia di sopportazione: quelle mani sono tutte uguali e le riconosce benissimo, perché sono la mano di sua madre, mano di carne asettica, mozzata, senza sangue, un pezzo di carne di sua madre. Una pioggia di mani della mamma.
Si sveglia tachicardiaco e con una sensazione pesantissima sullo stomaco. L’incubo è stato veramente ai limiti di ogni sua concezione dell’orrore. “E che deficiente,” pensa, “sapevo di sognare. Qualche bella tettona al posto della pioggia di mani di mia madre, no? Sogni del cazzo. La pioggia di mani di mia madre.”
– Bah…
Ci pensa poco: prende il telefono e compone il numero.
– Ma’… e sì, sono le 7 di mattina, t’ho svegliato? E no, anche oggi vado a lavoro il pomeriggio. È che t’ho sognato, ecco, volevo sentirti. Sì, tutto bene, tranquilla Ma’. Ti chiamo per sapere come stai e tu ti preoccupi di come sto io? Certo, lo so che stai bene ma gli acciacchi aumentano… senti, e le mani? Che so, ti fanno male, ti prudono… ok, sì, è una domanda strana, però come stanno le tue mani? Quella con la fed… eh, sì, vabbe’ non ti incazzare, Ma’. Era solo una domanda… scusa, ho detto cazzo, sì, scusa. E senti, non è che devi tipo usare coltelli, oggi, oppure boh, una motosega… ok ok, dai, basta domande sceme, stavo scherzando, brava, te ne sei accorta. Dai, papà sta bene? Ok, perfetto, ti bacio. Ciao.
Finisce la conversazione e si alza dal letto. Un’ora d’anticipo sulla sveglia, maledetto incubo. E si ricorda del dizionario dei sogni incastrato tra quello di Latino e quello dei sinonimi e contrari. Lo prende, si siede sul letto, cerca tre cose: la mano, la mamma, il maltempo. 5-52-83.

Dieci minuti dopo è al bar sotto casa, affollato, tutti a giocare a lotto, dieci e lotto, superenalotto, lui compreso.

La sera stacca dal lavoro, rientrato a casa tira fuori il foglietto arancione. In televisione stanno estraendo i numeri e va così: uno dopo l’altro gli si manifestano netti i primi tre numeri della ruota di Roma: 5, 52, 83 e poi gli altri ma: “Cristo Santo ho vinto! Ho vinto!”
Sente una gioia che gli riempie i polmoni di luce e si sente leggero, a un passo dallo stato di grazia principe di tutti gli stati di grazia, e ride e piange e poi… tutto si sfoca, e gli sembra di allontanarsi dalla stanza, ma lui è lì al centro, vede benissimo se stesso che si allontana da…
E apre gli occhi, nel letto si rigira più volte. Sente addosso una sensazione di euforia e rilassatezza. Forse ha sognato dei numeri ma non si ricorda mica bene. Forse ha vinto dei soldi. Ha sognato anche sua madre, ma non capisce perché questo pensiero gli mette inquietudine addosso.
Sogni del cazzo.

di Elena Benigni

Era una notte buia e tempestosa e Gill dormiva placidamente immersa nel vapore, quando d’un tratto sentì gridare:
– Presto alzati! È ora di uscire!
Nora scuoteva il letto delicatamente ma con una certa premura. Gill e Nora si assomigliavano come due gocce d’acqua, tanto che nessuno, senza conoscerle, avrebbe sospettato la differenza generazionale.
– Dai alzati…
– No, mamma, ti prego, il cielo è ancora limpido, lasciami dormire ancora un po’…
– Non dire scemenze! La luna è quasi tutta coperta e il professor Eclair vi sta aspettando alla scuola già da cinque minuti!
– Mmh…
– Su, di corsa! Oh, come sono contenta!
– Mmmh…
– Mm?! Ma come, non sei emozionata? Nervosa? Eccitata? Stai per entrare nella tradizione di famiglia! Sono sicura che passerai l’esame a pieni voti! Hai ripassato bene tutti i passaggi? Dai, ripetimeli mentre andiamo.
– Mah-mm-à!… Devo ancora svegliarmi!
– Ooh… vieni qua, la mia piccolina luccicante! Dammi un bacio…
– No, e dai! Basta… ok, ti ripeto la lezione ma smettila!
– Sisì, ripeti, ripeti.
– Allora, guardo l’anemometro, calcolo la tensione superficiale, scelgo un punto d’atterraggio approssimativo e… via! Mi butto in picchiata!
– E la mano?! Hai dimenticato la mano! Non vorrai buttarti da sola?!
– Sisì, certo, ovviamente do la mano alla mia compagna di sinistra e mi butto…
– Eh, brava figlia mia, sono certa che sarai una bellissima goccia di pioggia.