Archivi per la categoria: reading maggio 2012

di Daniela Peruzzo

La casa era quasi in centro, piccolina ma ben collegata, calda d’inverno e fresca d’estate e, cosa più importante di tutte, completamente gratuita. Niente affitto, niente condominio, niente telefono, luce o gas. Perché avevo lasciato un tale appartamento? Perché l’affittuaria, nonché unico soggetto pagante tutte le spese, nonché mia cara nonnina, aveva ben pensato di passar a miglior vita, assieme alla sua pensione.
Un infarto.
Ma non facciamola troppo patetica. Mia nonna era una donna dispotica, autoritaria, con la tendenza a controllare ogni cosa che facevano le persone che amava e a prendersi la responsabilità di tutto quello che le succedeva intorno.
Ed era per questo, naturalmente, che l’adoravo.
A dire la verità non è che la sua morte ci abbia colti proprio di sorpresa. Nei due anni che avevamo vissuto insieme era scampata ad almeno sette infarti, e noi con lei, solo un po’ meno brillantemente di lei. L’infarto nella mia vita era diventato un po’ come la carta da parati nel salotto: sta lì, ti arreda la casa ma tu non ti accorgi nemmeno più della sua esistenza. In altre parole che l’infarto aveva assunto una dimensione routinaria. Quando arrivava, mia nonna mi chiamava dall’altra stanza. Io prendevo il telefono e avvertivo, nell’ordine che mi aveva dettato: una mia zia, che abitava a poche centinaia di metri e sarebbe stata da noi in qualche minuto; mia madre, che avrebbe impiegato il suo tempo per buttare giù dal letto mio padre e infilarsi in auto nel cuore della notte (dimenticavo, a mia nonna l’infarto veniva esclusivamente di notte, credo che avesse ordinato al padre eterno come e quando dovesse farla fuori); e infine l’ambulanza, che pure avrebbe impiegato il suo tempo perché se un paziente ha aspettato ottanta anni per morire può ben aspettare che l’autista finisca di fumare l’ultima sigaretta, dopo il caffè.
Nell’attesa che tutti i convocati si presentassero all’appello, io cominciavo a preparare la borsa per la degenza seguendo le sue indicazioni al dettaglio per evitare di incorrere in improperi e insulti ad argomento genealogico o religioso: “Gli asciugamani rosa, mi raccomando, non quelli bianchi che sono vecchi, poi che figura facciamo.” Già, perché ne andava dell’onore di una famiglia intera se un asciugamano per caso non sembrava appena uscito dalla fabbrica degli asciugamani, poi in ospedale si sa, si va per spiare la biancheria dei vicini, la camicia da notte, “perché i pigiami li portano solo le donnacce” e soprattutto, la vestaglia “quella rosa, non quella celeste, che il celeste me sbatte su pe’ la pelle del viso.” In fondo, era sempre stata una donna vanitosa.
Una volta che figlie, generi, nipote e infermieri erano tutti presenti al suo capezzale si poteva partire alla volta dell’ospedale con l’ambulanza alla testa del corteo, e lei alla testa dell’ambulanza.
Normalmente, dopo qualche ora e un paio di flebo si era di nuovo tutti a casa a disfare la valigia: gli asciugamani nella credenza non nel baule, la camicia da notte nel cassetto di destra, mi raccomando non quello di sinistra se no si mischia con le lenzuola, la vestaglia nell’armadio tra il vestito a quadri verde e la gonna blu della povera zia Gigina.
Quella volta però non ce la restituirono subito. La misero in un istituto in convalescenza. La casa sembrava vuota senza di lei. Un incubo. Nessuno che imprecava alle sei del mattino leggendo la cronaca nera del Messaggero, nessuno che discuteva animatamente da solo guardando Amministratori e cittadini, la trasmissione più noiosa da che esiste la televisione, nessuno che cantava Tu scendi dalle stelle in qualsiasi periodo dell’anno.
Per sfuggire a quel silenzio andavo spesso a trovarla. Rimanevo seduta mentre presiedeva il gruppo di preghiera con le sue vicine di letto, o mentre discuteva di politica con il medico di turno. Accennava un sorriso, mi chiedeva notizie del lavoro e mi raccomandava di innaffiare il suo Ficus Benjamin, l’unica pianta a cui, per motivi misteriosi, si era affezionata.
L’ultima volta che mi recai in istituto però aveva un’aria stanca, non mi sorrise, ed ebbi quasi l’impressione che il vedermi l’avesse commossa. Mi disse che aveva sognato i suoi fratelli e che le mancavano.
Si dicono un sacco di cose sulla morte. Si dice che quando una persona sta per morire glielo si legge in faccia, che la morte si disegna sui volti… si dicono un sacco di cose e sono tutte vere…
Il funerale non fu male, c’era un sacco di gente, per essere una donna di ottantasei anni. Mia madre fece la sua entrata magistrale in chiesa, tra le lacrime e le invocazioni alla madre morta, un cameo, davvero una delle sue migliore interpretazioni.
Dopo un paio di settimane dal funerale mi fu chiesto di lasciare la casa.
L’unica cosa che volli tenere per me fu la sua bottiglietta di rosolio dei frati Trappisti e il Ficus Benjamin che venne diviso in tre parti uguali destinate rispettivamente a mia madre, a mia sorella e a me. Quello di mia sorella morì dopo poche settimane, non resse al freddo del paese dove si era trasferita. Quello di mia madre è sopravvissuto, ma è rimasto nano. Per quanto riguarda il mio, non smette di crescere, tanto che ho dovuto cambiargli il vaso.
Quando mia madre viene a trovarmi diventa di cattivo umore non appena vede il ficus. Gli lancia un’occhiata di sbieco, poi mi guarda e sussurra tra i denti: “Anche da morta deve ricordarmi che, fra tutti, eri tu la sua preferita.”

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di Anna Chiara Maccari

Se po’ sape’ che cerchi? Oh, fattucchiona, dico a te. Me sembrate tutti matti.
Le forbici.
L’ho viste, l’ho viste … ’ndo l’ho viste? Ecchetele! E brava Nerina!
Ce l’ha messe tu’ padre qua. Ah, m’ha detto pure che lo schotche a casa vecchia è l’urtimo, che sei la solita sprecona e che devi usallo bene, perché sennò ce vai tu ar buggigattolo. Aho, tre pinze e ’na tenaja! Tanto attento, certe vorte. Tirchio no, non direi. Guarda che bella casa, ma so’ sacrifici, capito? A quarcosa dovete rinuncia’.
Valenti’, tutti ’sti libri, a nonna? E che ce devi fa’? Li saprai a memoria. Sei gialletta, come le mattonelle de la cucina. Fattela ’na passeggiata ogni tanto, che la vita è una!
Er Generale ndo’ sta? De sotto a spacchetta’ le scarpe? Alloooora, magnamo ’st’artranno! Leeento, è leeento tu fratello ma è tanto bono.
’Sto trasloco ve sta a fa perde’ la ragione. Su e giù come criceti. Una casa co’ le scale, ma come v’è sartato in mente, dico io. Daje a scatoloni!
A chi lo dico nun ce crede che a quest’età ancora tiè, guarda come sgambetto. È l’esercizio, capisci, che te tiene su. 74 anni e nun sentilli. Non c’ho na smagliatura. Lavo, stiro e cucino. E mo’ me incollo ’sto macigno! Saranno 20 chili de scartoffie. Stai bona, scherzavo, e chi c’ha er coraggio. Ce manca solo che ce rimango e poi addio… ve magnate scatolette a vita!
Oh, te voi fa’ na risata? Tu’ padre non butta niente, no? Ieri c’ha fatto vede’ er ce-rti-fi-ca-to de na-sci-ta de non-no Ar-fre-do, quello stro-stro, che s’è magnato tutto a donne. Allora tu madre, co’ l’occhi de fori, l’ha chiamato Mario Conservini. Nun l’avesse mai fatto! Gli ha rovinato la festa. Mooortacci de pippo, come s’è incazzato… poi, cociculo com’è, te poi immagina’. Gli ha cominciato a di’: “In questa casa se non ci penso io alla burocrazia, chi ci pensa? Ci pensa Paoletta, che non sa come se paga’ ’na bolletta?”. Insomma, er solito teatrino! Ma tu madre c’ha raggione, gli incartamenti che se tiene!
C’aveva pure la lettera dello sfratto mio.
Quella sì, che è stata ’na traggedia. Mi padre quella casa l’aveva scerta cor core. Diceva che ce batteva sempre er sole.
Prima abitavamo de fronte ma era più piccola. Poi cominciavamo a esse’ tanti: poro Mario, io, Marcella piccoletta, Nino ancora non c’era e poi mamma, papà, nonna Beatrice – marchesa de Vecchis, nobbile decaduta che non sapeva né legge’ e né scrive’, le risaaate – e Titta. Non lo so perché stava co’ noi, non l’ho capito mai. Forse mi’ madre j’affittava. Era na zitella anziana, sui cinquanta, e ce faceva compagnia. A poro Mario je voleva tanto bene. Tutte le mattine se svejava co’ lui e se sedeva in coridoio. Mario faceva su e giù cor libro in mano, je dava na letta e poi ripeteva la lezione a Titta, senza mai sbajasse. Un genio. A 21 anni era maestro, sapeva l’arabo e me sa’ pure er cinese. A quell’epoca! Anna’ a morì così. De pormonite. Pe’ le bravate che faceva. Co’ gli amici sua se divertiveno a conta’ le costole ai cavalli. Sì, quelli delle carozzelle, così, tanto pe’ cojona’ er vetturino, perché c’era la guerra, e se morivano de fame pure i cavalli.
Ridendo e scherzando, lui c’è morto, in quella casa. Era mi’ fratello. È per questo che a tu’ padre ho messo er nome Mario.
Che ne so perché è così strano. Mica lo so da chi ha ripreso! Er bello è che nun me posso inventa’ gnente. Nun posso manco di’ che me l’hanno scambiato, perché lui invece in quella casa c’è nato. Tutto er palazzo era testimone. Er primo ragazzino der civico 93! Cinque finestre – cinque – su viale Giulio Cesare. Me conoscevano tutti. Er fornaro, la cartara, er bar giù all’angolo, er patataro, er negozio de le calze e, poi, su via Ottaviano, Castroni. Ce passavo le ore là dentro, c’era da sveni’ a senti’ quei profumi.
Casa mia.
Una vita c’ho fatto, una vita. Er dispiacere mio più grande. 60 anni c’ho vissuto, oh, mica un giorno!
Er giorno de lo sfratto, tu’ nonno era già morto pe’ quell’incidente maledetto e tu’ padre s’era sposato che era poco. Ancora me rinfacciano che gli ho rovinato er viaggio de nozze. Ma tanto stavano a Capri, qui dietro, mica a Singapore! Era morta la proprietaria vecchia. E i nipoti volevano la casa. Data la notizia, me so’ precipitata a porta’ i documenti a tu’ padre. Ce so’ andata co’ tu’ zio. Che dici, j’avrò rotto i cojoni?
Tu che sei una ragazza intelligente, tu capisci che m’era successo? Co’ quella casa finiva tutto, finiva la storia dei Taglioni. E me volevano caccia’ subbito. A me, che la piggione l’ho pagata sempre. Sempre, come la pagava mio padre. Magari non magnavo, magari me impegnavo l’anello al Monte de Pietà, ma potevi sta’ sicura che er primo der mese, i sordi te li portavo!
Ce so rimasta ancora un anno solo. E poi, er trasloco.
Non ce crederai, ma io non me riesco a ricorda’ gnente. M’avranno impasticcato de nascosto, come ai matti, o forse è proprio la memoria che m’ha fatto ’sto scherzetto. Ho cancellato tutto, tutto.
E da ’na parte menomale. Perché uno se sturba, coi ricordi dolorosi. Ma de una cosa non me posso scorda’ e non me la scordo ogni giorno che Dio mette ’n tera: in quella casa, io c’ho lasciato er core.

di Marco Lipford

Tomaso terminò il trasloco in anticipo, la mattina stessa del giorno in cui lasciava la città. Telefonò al proprietario di casa e disse che gli avrebbe ridato le chiavi solo in serata, prima di prendere il treno. Il padrone di casa… un tizio da conati di vomito! Uno di quelli che possiedono una decina di appartamenti per specularci al peggio. Uno di quelli che ogni mattina aprono la coda davanti allʼufficio postale per versare quanto estorto con le pigioni. Uno di quelli che “solo non residenti”, perché altrimenti andrebbe stilato un contratto a regola e i costi aumentano. Uno di quelli che la domenica mattina irrompono in casa alle nove meno dieci perché “è arrivato un conguaglio”. Uno di quelli che si mettono a tastare i muri e a controllare che sia tutto in ordine… Tomaso andava via da quel bilocale dopo esserci rimasto un anno. Andava via perché chiamato allʼimprovviso da una catena di ristoranti del nord. Dopo aver impacchettato e caricato tutto sul furgone mancava solo di regolare i conti con le caparre versate. Aveva capito sin dall’inizio che sarebbe stato un fastidio, ma preso dalla fretta era stato costretto a versare due caparre agli inquilini uscenti, una coppia di calabresi che dissero di aver dovuto fare lo stesso quando si erano insediati a loro volta.
– È unʼidea del padrone di casa, – avevano subito spiegato, – così lascia allʼaffittuario lʼincombenza di trovare chi subentri in casa quando se ne va. E di sicuro lʼappartamento non rimane sfitto. Semplice, no?
Così semplice che rasentava il geniale. E anche un poʼ disonesto, però, aveva pensato Tomaso. Perché se – come nel suo caso ora – l’affittante doveva andare via immediatamente non aveva tempo di inserire annunci e cercare chi lo sostituisse. Si sa quanto non sia facile dimostrare la propria buona fede in certe circostanze; sono pochi quelli che accettano di dare soldi a sconosciuti senza garanzie certe.
La cosa che non gli andava proprio giù era perdere quei soldi in favore del padrone di casa. Era denaro guadagnato col sudore della fronte nei lavori precari più disparati (o disperati?), mentre il titolare avrebbe di sicuro chiesto altre due caparre al prossimo affittuario e sciorinato la formula del “tanto le riprendi da quelli a cui lascerai lʼappartamento”.
Non questa volta. Tomaso era un altruista, e decise che le quote perse sarebbero servite a un nobile scopo: rendere migliore lʼappartamento per i prossimi che vi avrebbero soggiornato. Ma cʼera da lavorare e occorreva esser celeri, casomai sopraggiungesse il padrone di casa.
Le prime cose a essere sistemate furono le prese della corrente. Tuttavia non le divelse, no, era rischioso. Tirò fuori il tubo di silicone, ci applicò sopra la siringa e lo iniettò nei buchi della presa. In fondo il sistema elettrico era vecchio e a Tomaso qualche volta era capitato di sentire delle piccole scosse attaccando o staccando spine. Non voleva certo che succedesse a qualcun altro, magari un giovane lavoratore precario come lui. Il suo era solo un incentivo per il proprietario, per fargli cominciare i lavori. Poi passò alle serrande. Le corde erano usurate e andavano cambiate, per cui rimosse il pannello sullʼintercapedine e le tagliuzzò con le forbici vicino al rullo dellʼavvolgibile. Non del tutto, però: lo strappo finale sarebbe dovuto arrivare quando lui era già lontano. Risistemò il pannello e si diresse in bagno. Si era lamentato tante volte con il proprietario che il lavandino ingorgasse, ma il titolare non aveva mai mandato l’idraulico. “Inutile disturbarlo ancora,” pensò Tomaso, e versò nel vecchio lavandino un flacone di scioglimetalli. Del resto, un appartamento affittato a quel prezzo doveva avere come minimo le tubature rifatte a regola dʼarte, che diamine! E già che cʼera immerse con cura mezzo rotolo di carta assorbente in fondo alla tazza dello sciacquone.
A lavoretti ultimati decise che ci voleva un caffè, e mentre la moka era pronta a far bollire lʼacqua guardò la cucina. Era vetusta, e a volte si sentiva odore di gas; temeva che andasse sostituita anche quella. Per sveltire la pratica incollò sopra la parete del forno una busta dellʼimmondizia vuota. Avrebbe di certo puzzato un poʼ, ma era il modo più rapido per avere fornelli nuovi. Si versò il caffè e, tazzina in mano, prese le ultime cose. Fermo sulla porta di casa prese un sorso appena. Era arrivato il momento dellʼaddio. Fece mente locale per non dimenticarsi niente. Diede un ultimo emozionato sguardo allʼambiente, e annusò lʼodore stantio della carta da parati. “No, va data una mano di tinta…” pensò, e quindi gettò il resto del caffè sulla parete, una peculiare firma di congedo. Sbatté la porta e uscì per sempre da quel bilocale.
Non è dato sapere la reazione del padrone di casa, ma cʼera ben poco che potesse fare, trattandosi di un affitto irregolare. Quanto a Tomaso, di recente lo hanno avvistato a una riunione di condominio: pare sia lʼamministratore, e pure munito di certificato iso novemilauno.

di Marco Bruschi

Mio nonno e mia nonna si sposarono solo quando lui trovò un lavoro. Come viaggio di nozze fecero due giorni a Rapallo e poi andarono ad abitare dall’avvocato. Gliel’aveva trovato l’avvocato il lavoro, a mio nonno, perché la moglie dell’avvocato voleva che mia nonna si trasferisse da loro per farle da domestica a tempo pieno e guardare i suoi bambini perché con lei si era trovata tanto bene. Mia nonna aveva detto sì, va bene, ma prima trovi il lavoro al mio fidanzato e noi ci sposiamo e veniamo tutti e due ad abitare con voi.
Anche loro erano contenti con la moglie dell’avvocato perché li trattava bene e in più aveva tanti soldi da spendere. Ogni sera, quando mia nonna andava a fare la spesa, lei le diceva di comprare a mio nonno quello che voleva per il pranzo al sacco del giorno dopo. Mio nonno faceva i tubi, e non mi ha mai detto se gli piacesse o no.
Andavano anche al mare tutti insieme, lei, mio nonno, i bambini e la moglie dell’avvocato. Si portavano dietro certi borsoni pieni di cose da mangiare e passavano tutto il tempo a masticare, mentre i bimbi erano in acqua. A quel tempo stavano bene, erano felici. Dovevano lavorare un po’, ma mai come quando erano più ragazzi, quando c’era la guerra e si stava come una rapa in bocca a un porco tutti i santi giorni.
L’avvocato e sua moglie gli volevano bene perché erano brave persone. Non c’è altro modo di dirlo. Brave persone delle quali si fidavano a farli stare in casa con loro e con i loro bambini. Poi mia nonna sapeva cucinare e conosceva le erbe selvatiche e i posti dei funghi. Li andava a raccogliere e poi ci faceva la pasta e tutti sorridevano e non volevano che se ne andassero mai.
I miei nonni si erano conosciuti a una festa di paese, organizzata per togliere le bucce secche alle pannocchie di granoturco. Poi si ballava e si beveva il vino. Si erano innamorati lì, e poi mia nonna dopo qualche mese aveva accettato di farsi portare da mio nonno in giro sulla canna della bicicletta. E poi si erano fidanzati, ma si erano sposati solo quando l’avvocato aveva trovato il lavoro a mio nonno.
Quando mia nonna rimase incinta della mamma, dopo un po’, non poté più lavorare per l’avvocato e la moglie dell’avvocato, e non poté più badare ai loro bambini perché presto ne avrebbe avuto uno suo. Allora loro furono un po’ tristi ma anche contenti e li aiutarono a trovare una casa da affittare, con i mille sacrifici annessi e connessi, ma tanto c’era lo stipendio sicuro di mio nonno e ce l’avrebbero fatta come sempre.
Poi mio nonno si ammalò perché faceva quei tubi che non gli ho mai chiesto se gli piacessero. Era per via delle polveri e tutto il resto. Aveva una bronchite o qualcosa del genere e non si alzava più dal letto. Passava le giornate a tossire e a diventare debole, con mia nonna incinta che cercava di accudirlo come meglio poteva. Erano comunque tranquilli, perché il posto di lavoro era di quelli d’oro e mio nonno stava in malattia e i soldi gli arrivavano comunque.
Mia nonna mi raccontò che quel giorno, mentre guardava la faccia del medico della mutua, lei si sentiva morire. Lui guardava il nonno dall’alto in basso e gli metteva lo stetoscopio sotto le scapole e poi faceva di no con la testa. Non ci credeva alle polveri, né alla polmonite. Disse che era ora che mio nonno si riprendesse, perché altrimenti avrebbe perso il posto, e che sarebbe tornato una settimana dopo. Loro erano disperati e non sapevano come fare. Si sentivano come durante la guerra. Il nonno ci provò ad alzarsi in piedi e rimettersi un po’ in sesto, ma non ce la faceva, perché aveva la cassa toracica che gli scoppiava ed era magro come il tubo della canna per l’acqua.
Aspettarono la visita successiva con il cuore che martellava nel petto e una quantità di notti insonni sulle spalle. Quando il medico arrivò non era quello della settimana prima. Questo li guardò in faccia e guardò il pancione della nonna e capì che erano disperati e che mio nonno stava male davvero e gli diagnosticò una polmonite bella e buona con un mese di tempo per riprendersi. Mia nonna lo accompagnò alla porta, in cima agli scalini, lo ringraziò e si mise a piangere.
Mi disse che quella volta gli era andata bene, ma che in ogni caso non avrebbe potuto permettere di far perdere lo stipendio sicuro a mio nonno. Io le chiesi che cosa intendesse dire. Lei rispose con una voce che non le ho sentito più, seria ma non gelida, decisa come le stagioni che scorrono; disse che se si fosse presentato di nuovo l’altro medico e se avesse detto che suo marito non aveva niente, lei l’avrebbe accompagnato sulle scale proprio come a questo qui, poi quando lui si fosse girato l’avrebbe spinto con tutta la sua forza per farlo cadere giù di sotto, per fracassargli la testa, per non fargli dire a nessuno che mio nonno, secondo lui, non stava male.
E io, allora, l’ammirai tantissimo.

di Elisabetta Trova

– Trasloco perché me ne vado!
– Sì, ma questo è un pleonasmo!
– Me ne vado perché non è più casa mia.
– Allora eri in affitto?

Parlando di trasloco, non si fa altro che parlare di trasloco, le vite sono sempre più piccole, meno ingombranti e si spostano continuamente, tranne i traumi, anche se sul sito dell’AMA sembra essere stato attivato un servizio speciale per Smaltimento Traumi Domestici.

Anna decise di voler andare a vedere questa discarica quel venerdì prima di andare a lavoro, mancava qualche giorno al suo trasloco ed era curiosa sopratutto di scoprire quale colore fosse stato scelto per il contenitore di Traumi Domestici.
Boris era al terzo giorno del suo turno sperimentale del nuovo servizio che funzionava dal tramonto all’alba. Durante il giorno, infatti, era stato lasciato spazio a quel via vai di rifiuti elettronici, calcinacci e mobili foderati e non foderati da smistare con cura, perché tutto poi sarebbe tornato a essere qualcos’altro.

Il contenitore dei Traumi Domestici era invece un enorme bacino di vetro dove potevi vedere affondare i tuoi traumi e, se ne avevi voglia, anche immaginare cosa sarebbero potuti diventare. Questo piacque ad Anna, che decise che quella notte ci avrebbe fatto un salto.

A Boris, al suo terzo giorno, per lo più di un servizio sperimentale, erano state date poche indicazioni sul da farsi.
Gli era stato indicato il modo in cui afferrare traumi di grandi dimensioni ed era stato fornito di sacchetti tipo gelo per traumi liquidi, ma a Boris nessuno aveva spiegato come difendersi dall’intossicazione da visioni di traumi, così se in cuor suo aveva subito capito che non sarebbe stato salutare proseguire con quella mansione, la necessità di lavorare e la volontà di riuscire a fare un lavoro lo fecero resistere lì, con quei turni da vampiro, per più di sei anni.

Fu quando Anna, al terzo giorno di lavoro di Boris, arrivò alle cinque del mattino con sole lacrime e riempì una cosa come dieci sacchi tipo gelo, che Boris capì che quel lavoro lo avrebbe divorato… ma poi pensò: “Io però lo posso fare, io lo so fare!” e restò lì per più di sei anni.

Oggi Boris tiene corsi di formazione per un servizio che ha distinto l’azienda AMA come la più innovativa e professionale fra i nuovi servizi di smaltimento a livello europeo.

di Alessandro Reali

Ogni volta la stessa storia, lo stesso dubbio amletico: restare o partire? Raccogliere baracca e burattini impacchettando le solite poche carabattole in scatoli sempre diversi, oppure restare resistendo a tutto.
Cleo se lo domandava ogni volta che veniva vessata dal suo ambiente, ogni volta che il mondo intorno le remava contro.
E dire che di città ne aveva cambiate, quella giovane figlia di una qualche divinità minore, di paesi ne aveva visti errando di case in case,
tra coinquilini simpatici o moleste compagnie capricciose.
Ogni volta la stessa storia, lavori precari sfruttanti e usuranti, continue gavette con apprendistati biblici male pagati e nessuna prospettiva per un eventuale futuro.
E allora eccola lì di nuovo a smontare il suo piccolo, sempre piu piccolo essere, per ricomporlo altrove in un posto altro lontano e sconosciuto.
Eccola lì a cercare di separare l’utile dal superfluo, il concreto dall’astratto che giorno dopo giorno confondendole le idee la rendevano a ogni passo sempre piu fragile, sempre più propensa a credere di essere lei in errore e non quella manica di stronzi che incontrandola provavano solo sentimenti di bieco sospetto e viscida invidia.
Questa volta però si arrese a pensarci un momento, non che l’attuale situazione le infondesse una qualche fiducia o serenità, anzi a dirla tutta il suo lmite era stato nuovamente ben superato, e la fuga tornava come ogni volta a essere l’unica soluzione intravedibile tra le fitte nebbie di ingiurie alle quali sapeva bene di andare incontro.
Cleo era una ragazza speciale che purtroppo invece di vedere con gli occhi usava il cuore, possedeva in poche parole uno speciale senso in grado di farle percepire in un istante le sofferenze di chi aveva intorno. Una dote, questa, tanto rara quanto deleteria. Cleo era incapace, come normale, di trovare delle soluzioni e si struggeva in continuazione, apparendo sempre cupa e preoccupata, suscitando in chi la incontrava le più astruse congetture.
Una sorta di spugna: questa purtroppo la sua indole, questo purtroppo il suo difetto.
Eppure, sarà stata la stanchezza o la sua indomita autostima che prese la decisione per lei di fermarsi questa volta lì dove le risiedeva l’ombra, di fregarsene del mondo, che tanto al mondo non sarebbe mai andata bene in qualunque angolo si fosse fermata, in qualunque anfratto fosse riuscita a raccogliersi.
E così, Cleo decise di non dare più ascolto a quella sua compassione verso il prossimo, decise di diventare dura come la più dura delle pietre e insensibile alle troppe problematiche che percepiva.
Proprio questo fece quella piccola inquieta. Raccogliendo così tutta la sua energia, come il più leggero degli insetti prese a ronzarsene spavalda tra le malelingue con tanta grinta e sicurezza che presto le offese si fecero più labili, i pungenti sguardi sempre meno aguzzi.
Certo non fu facile e forse neanche definitivo, ma alla fine della fiera aveva capito che il trasloco ultimo doveva farlo l’ignoranza, il pregiudizio delle esistenze che non riuscendo a vedere oltre riversavano su di lei tutta la loro bile.

di Attilio Saquella

– Comincio a sentire freddo.
– Hai ancora quella sensazione?
– Ogni giorno più forte…
– Oramai sarà un mese che senti che deve finire… e ancora non mi spieghi come fai a saperlo.
– Difatti non lo so. Lo sento.
– Mah! Te lo dico da sempre che tu hai preso questa cosa in modo troppo serio!
– Non è una questione di serietà! Sono sicura che questa cosa non terminerà nel nulla! Lo sento!
– Ti devi rassegnare. Si nasce si cresce e si muore! la morte è la filigrana della vita.
Quella sensazione l’aveva avvertita anche lui, e da più di un mese. Anche lui era teso ma non voleva far trasparire quella mancanza. L’unica cosa che ha sempre avuto e ricordato, Lei.
– Tu vuoi che questa cosa finisca solo perché non hai scelto tu di star qui, di fare quello che hai fatto, di stare con me, senti che questa vita non è la tua vita.
– Sì…
– E cosa credi che ti aspetti dopo? credi che avrai libertà e felicità?
– Sì… lo sento…
– Dopo ci sarà solo il nulla! Cosa ti spinge a essere così sicura? Cosa ti spinge a volermi abbandonare anzitempo?
Si sentì spaventato e infastidito dalla sufficienza con cui avvertiva di essere trattato, anche se sapeva benissimo che lei era solo speranzosa.
Lei, senza esitazione e con un’insolita fermezza dato il suo carattere e il momento replicò:
– Sai benissimo che non voglio lasciarti e non credo succederà. Non dobbiamo essere terrorizzati da qualcosa solo perché non lo comprendiamo.
– Non me le bevo queste cavolate!
– Non dico sciocchezze! Questo lo considererei più un trans loco… qualcosa cambierà. Forse quasi tutto, ma non tutto! Sarà altrove, nell’accezione più larga del termine, forse!
– Cerchi di raccontarmi una favola che non voglio ascoltare!
Lui si sentiva in obbligo di non darle false speranze né di permettere che se ne concedesse. Ma era sinceramente felice che lei tentasse di conciliare il suo animo e il proprio come nelle ultime settimane era successo a parti inverse.
A un tratto sembrò che non ci fosse più bisogno di parole. Quel silenzio non era assordante ma piacevole e comprensivo. Durò il tempo di ricordarsi che esistevano unicamente l’un per l’altra prima del trasloco e in esso stesso. Adesso sentivano nel più profondo che la fine stava arrivando. Non era una senzazione viscerale, quanto più animistica.
– Questo sarà solo un trasloco, – proseguì lei, – credimi, non ci perderemo.
Lui volle crederle, voleva che lei avesse ragione, tanta la paura dell’incognita, e deglutendo amaro disse incisivamente: – Ti credo, anzi… lo sento!
Tutto cominciò a tremare ma durò solo pochi secondi. Nessuno dei due si scompose minimamente e si strinsero in un abbraccio non fisico. Ritornò quella specie di terremoto che nel passare del tempo diveniva sempre più regolare negli intervalli e più intenso. Nessuno proferiva parola, bastava sapere che erano lì e speravano almeno che toccasse a entrambi la stessa sorte.
Nuovamente tutto tremò, ma questa volta sembrava non voler smettere e loro cominciavano a vacillare nell’animo. Si aprì uno spiraglio nella stanza da cui entrava una luce tagliente e calda che li invitava per la prima volta ad aprire gli occhi, ma la paura oramai li aveva ingoiati e di loro rimaneva lì solo un involucro immobile. Lei d’istinto si liberò da quelle tenaglie: – Io vado! andrà tutto bene!
Si avvicinò galleggiando sulla e verso la luce e da lì a pochi secondi fu fuori.
Tutto si fece silenzioso, anche se solo per un attimo per lui fu interminabile. Senza di lei era perso. Il cuore tuonava come un cielo rabbuiato autunnale quando gli alberi si vestono da gran galà quasi per timore di un qualche dio che troneggia dall’alto. Sentì le urla di lei e le sue speranze crollarono, sembrava urla di terrore misto a dolore. Lo sconforto che lo abbracciò gli snodò la gola e mentre si trascinava verso la luce, guidato da un istinto intacitabile, disse: – Non lo so… lo sento!
Venne trascinato fuori dalla stanza con dolcezza e prima di cominciare a piangere fu felice, anche se non sapeva il perché, di aver sentito: – È un bellissimo bambino!