Nel mese di maggio 2014 il Cantiere di Letteratura Notturna ha scritto le avventure del doppiatore Arturo Mela alle prese con il doppiaggio di film d’autore. Arturo è il personaggio collettivo protagonista della nuova stagione del Cantiere e del progetto “Un libro in cantiere”, in collaborazione con Gorilla Sapiens Edizioni.

Ecco alcuni estratti dai racconti e alcune immagini del reading del 28 maggio.

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Da Il rancio verde di Marco Parlato

– È così.
– Dovrei credere a questa storia?
– Me l’ha detto l’italiano.
– Bravo, fidati di un italiano.
– Sta’ a sentire: Dowell e l’italiano mangiavano sempre assieme. Ieri però Dowell ha cambiato posto in mensa, era strano, evitava tutti.
– E allora?
– E allora l’italiano è andato a cercarlo e l’ha visto. La ciotola era come la altre, ma dentro…
– Balle!
– È la verità. Stamattina hai visto Dowell? Non c’è, e non ci sarà domani né mai più. L’hanno preso i nostri, è libero!
– Perché non vengono a salvarci tutti?
– Forse non hanno abbastanza uomini, ma hanno trovato il modo di fare evadere una sola persona alla volta. La settimana prossima potrebbe toccare a me, o anche a te!
– Non mi convince. Non ricordo nemmeno da quanto tempo siamo prigionieri.
– Da quando è iniziata la guerra.
– E quando è iniziata?
– Dodici anni fa. Lo sanno tutti.

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Da Asma d’autore di Davide Predosin

Col fervore di un atleta con le meches e le sopracciglia rifatte che, alla visita annuale per idoneità sportiva tentasse di stupire il personale infermieristico con sbalorditive prove spirometriche, Arturo inspira con forza la quarta dose di symbicort della giornata.
“L’asma è una disfunzione bronchiale, una malattia cronica, come il diabete mellito, il morbo di cron, l’itterizia o la gotta, ma purtroppo – si direbbe un inconveniente letterario – l’espressione iperattività bronchiale sembra offuscarne l’autentico, certificato, status patologico, autorizzando le più libere e offensive interpretazioni da parte delle sane e supponenti male lingue”, balbetta confuso tra sé Arturo.
“Sembrano sempre insinuare si tratti di un disturbo psicosomatico che affliggerebbe adulti rimasti vittime di un’emotività resistente a routine, mal tempo o a quelle prove nella vita in grado di fiaccare drenandoli i temperamenti più crassi e vivaci”.
Arturo, più che emaciato asmatico alla Marcel Proust si sente un convulso direttore d’orchestra di sibili, fischi e catarri.
È consapevole che l’asma non è assimilabile a un attacco di panico – i bronchi si chiudono sul serio; di asma c’è chi è morto. Eppure, lo ammette, quando il gioco si fa duro, sì, il bronco è vulnerabile, propenso a chiudersi come un pugno. Non solo perché iperattivo, ma proprio perché diretto da un maniaco impressionabile di sei anni affetto da sindrome da deficit di attenzione.
Quindi, pensa, “le male lingue vanno tacitate e se possibile sfidate pistole all’alba, ma, in parte, hanno ragione”.

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Da L’inventore delle scarpe di Leonardo Battisti

– È difficile restare arrabbiati quando c’è tanta bellezza nel mondo – disse Arturo fissando la busta di plastica caduta dal tavolo dopo che Consuelo l’aveva svuotata della spesa. – Siamo degli ingranaggi in un sistema armonico di rondelle e pulegge lungo cui scivolano le cinghie di distribuzione della vita, frizionando ora più ora meno contro le nostre superfici.
– Il macellaio ha detto che non ci fa più credito – si intromise Consuelo. – Devi saldare, se no te tocca campare coi salatini del discount.
– Mmmm… – bofonchiò il Mela abbassando lo sguardo che seguiva la busta ormai adagiata a terra. – Siamo coinvolti in questo vortice di energie multiple che si rincorrono nello spazio e nel tempo, dove tutto può succedere, dove tutto è sempre e costantemente una possibilità, un divenire mai domo, una materia continuamente in trasferimento che solo occasionalmente e per un tempo tutto sommato limitato, si infila nell’imbuto della procreazione che dà a essa la forma di essere vivente, secondo la legge perfetta e imperscrutabile della coincidenza.
– Nemmeno io te faccio più credito, Arturo. Sono due mesi che fingi di non dovermi dei soldi, e io ho le bollette da pagare – ingiunse Consuelo piazzandoglisi davanti, con le mani grosse e ruvide sui fianchi.

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Da La frase di Alessandro Sesto

– Io non riesco a leggerla questa.
– Perché?
– Non lo so, non riesco.
Portasti i miei meloni?
– Lo so, portasti i miei meloni?
– Vedi che riesci a leggerla?
– No, riesco a dirla, ma non riesco a leggerla. Non riesco a leggerla come una battuta.
– Arturo, è la stessa cosa. Portasti i miei meloni? Dai, leggi e andiamo avanti a registrare. Pronti? Vai.
– …
– Ferma. Cazzo Arturo, ma che hai? Ti fa ridere?
– No, no. Anzi.
– Come anzi?
– Non lo so, mi dà come una stretta dentro, ma neanche come una stretta dentro in verità.  Non lo so che effetto mi fa, non so dirlo. Nessun effetto forse, solo non riesco a leggerla.
– L’hai detta prima. È solo una frase. Tono normale, colloquiale. È un film d’autore, ci sta la frase sui meloni.
– Dici?
– Film d’autore, possono fare tutto.
– Riprovo. Portasti i miei meloni? Portasti i miei meloni? Ehi tu, portasti i miei meloni? Portai i tuoi meloni. Sì. Ce la faccio. Vai.
– Pronto? Vai.
– … protasti. Vaffanculo.

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Da Addio mia concubina di Massimo Eternauta

Venticinque minuti di piano sequenza stesero Consuelo meglio di un flacone di valium mentre Arturo, in ginocchio davanti allo schermo venerato, veniva sopraffatto dal capolavoro del maestro giapponese.
Il suono dei taiko accompagnati dal sereno russare di Consuelo scandiscono la discesa dalla montagna di un uomo la cui figura, a inizio sequenza non più grande di un puntino, viene definendosi con lentezza esasperante nel suo avvicinarsi a fondo valle.
Ad attenderlo, immobili, di spalle, due personaggi.
I tamburi bumbano in un crescendo rossiniano.
Poi, silenzio di sguardi: venti minuti di effetto “dolly rotante” a velocità di bradipo morto, quindi concitato dialogo giapponese al termine del quale le tre figure si separano in tre piani sequenza splittati sullo schermo con una quarta camera fissa a inquadrare la montagna avvolta in una nuvola di polvere e foglie sollevate dal vento.
I rari dialoghi si sovrappongono in una cacofonia d’autore.

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Agnizione di Carlo Sperduti

Alle nove e trenta di un martedì cittadino di uno squallore impassibile, sull’orlo di una linea gialla tutta bolle da non oltrepassare, a tre minuti dal prossimo treno, lo sguardo di Arturo Mela sonda la banchina uguale e contraria al di là dei binari, in cerca di uno svago che duri centottanta secondi o di tre svaghi da un minuto o di sei svaghi da mezzo minuto o di dodici svaghi da quindici secondi. Incespicando tra auricolari, cravatte mal abbinate, borse sotto occhi e ascelle, la mente di Arturo Mela realizza, tra scampoli d’indipendenze cinematografiche ucraine e lunghissimi corti francesi, di essere irrimediabilmente in ritardo. Per di più, per motivi noti a lui solo, uno stronzone.

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Da Salvare capre e cavolo di Gorilla1

Il lupo mangia la capra, la capra mangia il cavolo.
Il lupo non può stare con la capra, la capra non può stare col cavolo.
Lupo e cavoli ok.
Tutto chiaro?
– Sì.
Bene. Il traghettatore, tu Arturo, prende la capra, lascia la capra, prende il cavolo, lascia il cavolo riprende la capra, lascia la capra prende il lupo, lascia il lupo, riprende la capra rilascia la capra.
Tutto chiaro?
– Sì.
Bene. Ora stai attento che le cose si complicano. Il traghettatore, tu Arturo, si trova solo sulla barchetta con la capra, poi con il cavolo, poi ancora con la capra, poi col lupo, poi ancora con la capra. La prima volta la capra gli dice che ama il cavolo e odia il lupo. La seconda volta gli dice che ama il lupo e odia il cavolo. La terza volta gli dice che il lupo e il cavolo sono niente. Il traghettatore, tu Arturo, non dice niente.
– Ma…
Aspetta.
– Ok.
La capra.
– La capra?
La capra. È sempre la stessa capra? No. Ogni passaggio altera la realtà. Quindi abbiamo tre capre un cavolo e un lupo. E ora il cavolo.

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