Archivi per la categoria: Uncategorized

locandina

Cantiere di Letteratura Notturna
Stagione 2014-2015

DAL RACCONTO AL FUMETTO
a cura di Bruno Letizia
con la collaborazione di Carlo Sperduti
ospitato da
HulaHoop Club (via L. F. De Magistris 91/93)
Klamm (via Antonio Raimondi 59/61)

Primo appuntamento: mercoledì 1 ottobre 2014, HulaHoop Club, ore 19:30 – 21:30.

Da ottobre 2014 a giugno 2015, l’HulaHoop Club e il Klamm ospiteranno la quarta stagione del Cantiere di Letteratura Notturna, incentrata sulla trasposizione di testi narrativi in sceneggiature per fumetti e sulla realizzazione di storie a fumetti. I partecipanti avranno la possibilità di conoscere, sperimentare e confrontare diversi linguaggi e strutture narrative attraverso un lavoro di gruppo coordinato da Bruno Letizia, insegnante presso la scuola Internazionale di Comics e tra i fondatori dell’etichetta Villain Comics, con la collaborazione di Carlo Sperduti, autore di racconti e romanzi.

Il laboratorio è rivolto sia a quanti abbiano già avuto esperienze di scrittura, sceneggiatura o disegno, sia a quanti vogliano approcciarsi al fumetto e alla scrittura per la prima volta.

La partecipazione al progetto è gratuita.

Il primo incontro si terrà all’HulaHoop Club (via L. F. De Magistris 91/93) mercoledì 1 ottobre 2014, dalle 19:30 alle 21:30.

Annunci

di Camilla Cassu

«Nel 1975, in quattro grossi volumi, per iniziativa dell’Istituto Gramsci, Valentino Gerratana ha pubblicato una rigorosa edizione critica di tutti i Quaderni corredandola di tutti gli strumenti necessari per una nuova “lettura” (soprattutto i riferimenti precisi e completi alla “bilbioteca” di Gramsci).»
Lo stralcio di pagina, strappato e ingiallito, era piegato a mo’ di origami dentro una Bibbia che a occhio e croce poteva aver salutato calorosamente l’arrivo di Garibaldi e dei suoi finti Mille, tant’era consunta. Quando Laura la trovò era ormai anestetizzata, tutto era diventato così surreale da farle perdere il contatto con la realtà. E per fortuna, oseremmo dire. Seduta per terra nella stanza dei suoi vecchi, frugava da ore come un’ossessa dentro il baule che le era parso innocuo per tutta la sua infanzia, uno di quei cassoni in legno intagliato dono di nozze della tanto odiata prozia di sua madre. In ordine sparso, il monolitico “coso” vomitò tra le tante: dei giornali pornografici spudorati quanto odierni libri per bambini, una camicia da notte col buco all’altezza dell’origine del mondo, una sghimbescia mutanda da uomo che si rivelò essere un reggipalle casereccio, della biancheria intima degna di una che la sa lunga e libri, libri e ancora libri. Ma la scoperta più avvincente fu per Laura una serie di fotografie mai viste prima di allora, in cui una donna bellissima sfoggiava un sorriso mai visto prima di allora, accanto a un uomo dall’evidente aura intellettuale mai visto prima di allora.
– Bimbaaaa!!! – trillò giocosamente Stefano, entrando nella camera matrimoniale – Non ti sei ancora annoiata tra tutte queste cianfrusaglie? Non vorrei che tua madre venisse a tirarti i piedi, stanotte – disse, brandendo per l’aria una fra le tante sottovesti buttate alla rinfusa sul letto.
– Ah ah… guarda un pò qui. In queste foto è così diversa dalla mamma casalinga che mi ricordo io. Sofisticata, divertita… le brillano gli occhi! E quest’uomo che è sempre vicino a lei… certo, sembra un quadro antico, ma a tratti mi affascina…
– Così mi vorresti tradire con Mister Mistero?! – disse Stefano ridendo – Guarda che se mi metto anch’io un paio di occhiali, divento irresistibile…
– Ti ho già tradito col ragazzino della pizza, non fare il finto tonto! Nel delirio della sua ultima notte, mamma mi disse che avrei trovato delle risposte qui dentro. Disse di cercare a fondo e poi di guardarmi allo specchio. Mi sto scervellando da ore, mi sono guardata più volte allo specchio, ma sono più confusa di prima.
– Mmm… vediamo. Ci sono: tua madre era una spogliarellista! Tale madre, tale figlia – sentenziò Stefano, con una mimica facciale degna di quel bambino dispettoso che faceva spesso capolino in lui prima di fare l’amore con Laura.
– Seee… e dove sarebbero lustrini, pizzi e maribù?! Guarda cos’ho trovato dentro la Bibbia. Perché avrebbe conservato l’estratto della pagina di un libro, che parla di ’sto Valentino Gerratana, che a sua volta parla di Gramsci… se lo avesse saputo mio padre…
– Zac! Avremmo visto rotolare la testa della povera sora Ginevra per tutto il patio. Già m’immagino quel fascistone di tuo padre inorridire alla prima sillaba del cognome proibito… e un sardo, per giunta!
Stefano lesse le quattro righe del foglietto, iniziò a scandagliare le fotografie, una per una, le girò per il retro e trovò ovunque le iniziali V.G. D’un tratto si fece serio.
– Mi domando… no… amore, non è che tua madre conoscesse questo tizio in modo più intimo di quanto potresti immaginare?
– Cioè… mia madre, una donna apparentemente mite, silenziosa e paziente, con l’animo di una sovversiva? Che s’interessasse di lotta comunista nel segreto? – sussurrò Laura accompagnandosi con una smorfia incredula e divertita.
– Be’, colta e bella lo è sempre stata. Silenziosa quanto basta. Una ricetta perfetta per far gola a uomo fine come pare questo, a cui sta abbracciata. E ribadisco, abbracciata.
– Dici che ci andava a letto, eh Ste’? Avranno avuto un’avventura o saranno stati amici… si scambiavano i libri… – ma Laura non credeva a una sola parola di quelle che le uscivano di bocca. Stefano sospirò, poi non si trattenne:
– Lauretta mia, e se fosse che han fatto tutt’e due?! Va ora in onda: il remake di quel polpettone de I Ponti di Madison County… protagonisti signora Ginevra, Mister V.G. e quel cornuto di tuo padre… – e scoppiarono a ridere fragorosamente entrambi.
– Ok, ok… qui ci resta ancora da capire perché dovrei guardarmi allo specchio, caro il mio investigatore – disse Laura guardandolo. Stettero in silenzio per un po’, poi fissarono le foto sparse sul pavimento attorno a loro. Fu Stefano il primo a parlare:
– Hai notato anche tu quello che noto io?
– Non fare il misterioso.
Lui le porse una foto in cui campeggiavano i volti dei due presunti amanti in primo piano, e le disse:
– Va’ allo specchio. Guarda la foto. Guarda te. E guarda ancora quel Rodolfo Valentino Gerratana.
Laura eseguì, in un tempo che le parve infinito.
– Naso aquilino, labbra sottili… avete le stesse labbra, Laura. Tu non hai nulla di tuo padre, l’ho sempre pensato.
Laura si voltò con gli occhi pieni di lacrime e un sorriso mai visto prima di allora.
– Io non capisco più nulla! Non conosco quest’uomo, non l’ho mai sentito nominare, eppure… mi piace!
– Non hai scampo, è sangue del tuo sangue! Ora mi spiego tante cose…
Laura era euforica, Stefano sorrideva in preda a un sollievo inspiegabile.
– Quindi, potrei anche nascondere una vena intellettualoide dentro di me… antico retaggio di un illustre, vero padre… comunista!
– Non dire sciocchezze!

di Mauro Bufalini

Quando Mingo morì il suo pianoforte fu messo all’asta, era un Lindemann verticale, inizio del Novecento. Non essendo mai stato accordato, era diventato il piano più stonato del mondo, eppure Mingo riusciva a strappargli dei suoni unici, degli accordi straordinari; Mingo diceva che era lo strumento, col tempo, ad adattarsi a lui, al suo modo di suonare il jazz e non viceversa, diceva che nessun altro, dopo di lui, lo avrebbe potuto suonare.
Tre colpi di martello sul piatto di legno e il lotto fu aggiudicato per quattrocento dollari, caricato su un furgone e trasportato. Il percorso sembrava non finire mai. Durante la lunga traversata, a ogni scossone, risuonavano ancora nella cassa armonica del piano le note dell’amico Mingo. A ogni buca aleggiava ancora quel suo respiro denso di fumo, quella voce roca di negro bastardo, rosa dall’alcol, che riscaldava l’anima e stordiva più di quanto riuscisse a fare un whiskey versato per sbaglio sulle corde. No, Lindemann non avrebbe più suonato; dopo di lui per nessun altro avrebbe più lavorato, piuttosto avrebbe allentato le sue corde in lega d’acciaio, fino a farle cadere giù penzoloni, molli come spaghetti stracotti.
Quando il furgone si fermò, il piano fu fatto scivolare a terra e lasciato lì da solo, a lungo. Non c’era altro da fare che ascoltare. Un muggito forte di mucca e uno più lontano e acuto che gli rispondeva, sicuramente una vacca legata che chiamava il vitello, un rumore sordo di zoccoli e frenetici battiti d’ali, un continuo chiocciare, tubare e, a tratti, un frusciare di foglie sbattute dal vento, come se il piano fosse messo sotto un albero grande.
No, Lindemann non avrebbe suonato più per nessuno, era questo il suo punto di vista.
Finalmente giunse una voce robusta di donna.
– Ipanema, ti ho comprato quello che volevi!
La voce era rude, con accento del sud.
– Eccolo, è qui, è davanti a te. Fa’ un altro passo. Allora?! Forza, toccalo, avanti, che aspetti?
Una mano piccola e leggera sfiorò il piano, un fremito e si fermò, si ritrasse e tornò insieme all’altra, delicatamente le due mani scivolarono orizzontalmente, lungo tutta la lunghezza del coperchio della tastiera, lo accarezzarono, poi si alzarono per saggiare anche il profilo verticale, si posarono sul capo di Lindemann, con rispetto.
La donna vecchia ricominciò a tediare.
– Che aspetti? Non era questo che volevi? Alza il coperchio e comincia a suonare! Che diavolo aspetti? Avrei potuto riparare il tetto con 400 dollari, avrei potuto fare un sacco di altre cose con 400 dollari, senza contare il viaggio fino a New Orleans, ma in fin dei conti ho comprato questa vecchio carcame e ora lo devi suonare!
Le piccole mani si ritrassero.
– Questa notte, aspetterò questa notte.
– Ma perché? Perché non vuoi darmi soddisfazione subito, con quello che ho pagato?
– Perché la notte mi è amica e poi… lui adesso non vuole suonare.
– Lui chi?
– Mingo Lindemann.
In un infinitesimo, nel punto centrale della cassa armonica di Lindemann, si manifestò un imponderabile scambio: le dita di Mingo che schiacciano i tasti si fanno sottili e leggere, la voce più limpida e la notte diffonde tra i fienili la canzone dolce di Ipanema.

di Mauro Bufalini

Rupa chiuse gli occhi e s’immaginò nell’isola, sulla sua spiaggia preferita davanti all’oceano, sdraiata sulla sabbia bianca come il sale. Nella notte che premeva contro il corpo, s’immaginò il frastuono delle onde e il vento che le scuoteva i capelli. S’immerse del tutto nel respiro del vento. Pensò che doveva tenere gli occhi chiusi perché soffiava la sabbia, che viaggiava da sempre avanti e indietro tra la terra e il mare.
Dalìn si accorse di Rupa e corse subito da lei.
– Rupa!
La sua amica si era spogliata, lasciandosi indosso solo il perizoma e si era distesa sopra il marciapiede, a braccia spalancate, con i piedi incrociati, la pelle nera e lucida di pioggia, sembrava un cristo ligneo e deposto. In quel momento c’erano solo loro due sulla strada di periferia che sembrava scomparire nel nulla, come inghiottita dal buio più in là.
Dalìn le allungò un calcetto su una coscia e gridò:
– Svegliati Rupa!
Lei riaprì gli occhi e si mise seduta.
– Sognavo – disse con voce impastata – immaginavo la nostra isola.
– Questo lo sapevo già! Tirati su.
– Dalìn, tu non sai cosa è successo, prima!
– Prima quando? Prima che ti addormentassi? Io so che me ne sono lavorati tre, mentre tu te ne stavi sdraiata a sognare!
Rupa chiuse gli occhi di nuovo, per tornare all’altra realtà. Laggiù adesso stava per sorgere il sole, il cielo era sereno, i cormorani si alzavano in volo…
– Ecco che ci stai ricascando! – fece Dalìn e le diede un pizzicotto al braccio – Ancora un po’ e comincerai a sentire le voci.
Rupa si alzò in piedi e raccolse l’ombrello da terra.
– Dalìn! – ripeté – Tu non sai che m’è successo!
– Oh insomma, si può sapere che t’è successo?
– Poco fa stavo parlando con un cliente, quando da quel portone, là davanti, è uscito un vecchio. Teneva una bambina con la mano e la spazzatura con l’altra; è andato al cassonetto e ha cominciato a trafficare con la busta, tutte le bottiglie da una parte e il resto dall’altra, così, mentre era occupato, la bambina si è allontanata e ha trotterellato verso di me. Stava attraversando la strada e allora io le sono andata incontro. Avresti dovuto vederla, quanto era bella! M’ha detto: “Mammina?”
Dalìn guardava un’auto che aveva rallentato, perché non voleva perdere i clienti.
– E allora? – incalzò impaziente.
– La piccolina mi ha mostrato una bambola, le mancava una gamba; me l’ha fatta vedere, ma senza parlare.
– E allora? – sbuffò Dalìn.
– Ho pensato al vizio, al danaro, alle cose costose che compriamo.
– Che vuoi dire? – fece Dalìn, masticando la gomma – Che c’è che non va?
Rupa non rispose, aprì la borsetta, prese una fiaschetta di rum e ingoiò una pasticca.
Dalìn portava gli occhiali a specchio, li portava quando lavorava: voleva che i clienti vedessero con chi realmente scopavano, guardandosi allo specchio; Rupa si vide riflessa negli occhiali, alla luce del lampione: le labbra tumide e rosse, il nasino rifatto, le palpebre sovraccariche di trucco.
Bevve un altro sorso agitando la mano, come per cancellare ciò che aveva visto.
– Deve essere bello amare una bambina – disse alla fine.
Dalìn chiuse l’ombrello, aveva smesso di piovere.
– Allora ? – chiese, per la terza volta.
– Ma allora cosa?
– Che ti ha detto la ragazzina?
– Niente. Forse voleva che le aggiustassi la bambola, ma il vecchio ci ha raggiunto. “Scusi, se la scambia per la mamma!”, ha detto, afferrando la piccola. “Perché”, ho chiesto io, “la mamma è morta?” e lui, dopo un attimo di silenzio: “No, se ne è andata. Io sono il padre, ora siamo soli”.
Dalìn si mise a ridere:
– Ho capito. Hai pensato di accasarti con il vecchio, ma assicurati prima che gli sia rimasto qualcosa, dopo che la moglie lo ha piantato.
– Accasarmi con il vecchio? Ma per chi mi hai preso?
– Dai, scherzavo, non mettermi il broncio adesso!
Rupa si voltò dall’altra parte. Dalìn ridacchiava, le dava sui nervi, cos’aveva da ridere?
Aprì la borsetta di coccodrillo, che aveva pagato tremila euro in un negozio del centro, tirò fuori la fiaschetta di rum e mandò giù un’altra pasticca. Un suono di campane le invase le orecchie.
– Rupa – l’ammonì Dalìn – vacci piano con quella roba!
Una pasticca costava cinquanta, ma ci voleva poco a rifarsi della spesa. Poi sarebbero andate al night, questa sì che era vita! Perché rattristarsi? Si sentiva triste, ma senza sapere perché.
Una macchina stava suonando insistente il clacson, era una Porsche nera.
– Vado io – disse Rupa all’amica e si staccò da lei.
Nella macchina un giovane la fissava con aria arrogante. Rupa si avvicinò lentamente, ancheggiando.
– Allora, mi fai aspettare? Io sono già pronto!
Rupa si chinò appoggiandosi allo sportello, lui allungò la mano e le strinse forte una natica, facendole male, poi diede colpi all’acceleratore facendo rombare il motore. Il suono cupo era così forte che entrava nelle viscere.
Gli Uomini, pensò Rupa, hanno uno strano potere. Guardò il braccio spesso di peli, che la stringeva al fianco e il volto di quell’uomo che sembrava di una certezza incrollabile, di una tale sicurezza in se stesso che seduceva. Rupa provò un sentimento di invidia per quella sicurezza di sé, che lei non aveva mai avuto. Le venne voglia di cancellarla, era possibile annullare quella sicurezza di sé, che solo un vero uomo dimostra di avere?
Afferrò il pollice dell’uomo e lo rigirò. Lui restò bloccato col braccio nella stretta di Rupa che, con il corpo, gli impediva di aprire lo sportello. Spingeva lo sportello con le gambe e intanto gli rigirava dolorosamente il pollice.
– Che vuoi fare, puttana? – esclamò l’uomo.
– Non si tocca senza pagare!
– Ma… io pago! Quanto vuoi?
Rupa lo scrutò e colse nel suo sguardo un segno di cedimento.
– Prendo duemila per una prestazione! – lanciò perfidamente.
L’uomo provò a ridere senza riuscirci, poi alzò la voce.
– Lasciami o scendo e ti spezzo il collo.
Rupa si girò in direzione di un cespuglio al ciglio della strada e chiamò:
– Tyson, vieni, mi stanno infastidendo!
Poi rivolta a lui:
– Quello è un animale, se non sgommi subito ti riduce a una polpetta di sangue!
La faccia dell’uomo si rammollì, guardò prima il cespuglio scosso dal vento e poi il braccio che Rupa gli teneva imprigionato. Non c’era più segno di arroganza in lui.
– Lasciami – disse e poi sottovoce – per favore!
Rupa lo lasciò e lui scappò via.
– Non c’era nessuno dietro al cespuglio! – gli urlò dietro.
Rimase a guardare i fanalini della macchina risucchiati dal buio della notte, doveva essere fiera del suo atto di coraggio e invece si sentiva vuota, priva di qualsiasi emozione.
Dov’era finita Dalìn? Udì un suono, dal fondo della strada, sembrava come un richiamo.
– Dalìn? – chiese, cercando di forare l’oscurità con lo sguardo, – Dalìn?
La strada era troppo buia, Rupa provò un senso d’angoscia.
Dalìn sa cavarsela sempre, si disse. Andò a sedersi alla sua sedia di plastica. Aveva preso una decisione, non vedeva l’ora di dirlo a Dalìn, appena fosse tornata le avrebbe comunicato la sua decisione: smettere la vita di strada. Avrebbe aperto un nido, per i bambini delle sue compagne, e non le avrebbe fatte pagare, tanto aveva risparmi a sufficienza. Però loro avevano figli? Se ne avevano avrebbe comprato una casa, per fare da mamma a quei piccoli. E la stessa Dalìn non aveva forse una bambina? Chissà come sarebbe stata contenta di sapere che d’ora in avanti ci avrebbe pensato lei; così come anche Natascia, Lilly e… tutte le altre.
Sorrise e chiuse gli occhi, per poter immaginare la casetta dell’asilo.
Ma udì di nuovo quello strano suono che sembrava un lamento e proveniva dall’altro lato della strada; lei però, non vedeva nessuno! Sull’altro lato c’era soltanto un cassonetto della spazzatura e nient’altro. Si avvicinò al cassonetto e ascoltò con attenzione, era una voce sottile, una vocina di bimba, lamentosa, insistente.
– Mammina! – chiamava – Aiuto, mammina!
Alzò di scatto il coperchio e si sporse a guardare.
Dalìn, che era tornata al suo posto, la vide così, girata di schiena e seminuda, con la testa e le braccia infilate nel cassonetto a tramestare tra la spazzatura, come se cercasse qualcosa sul fondo e alla fine tirar fuori una bambola rotta. Sospirò, scosse la testa e attraversò la strada anche lei.
– Allora non hai dimenticato! – le fece, – Non vuoi proprio dimenticare!
– Che cosa?
– L’aborto!
Rupa non rispose, Dalìn l’aveva colpita, era stata crudele, di proposito, la sua amica del cuore, la sua unica amica, lasciò cadere la bambola, si allontanò dal cassonetto, guardando in terra, con le braccia strette contro il seno.
Stava quasi per albeggiare, la notte stava finendo. Si sedette sul marciapiede accanto a Rupa, carezzandole la nuca con tenerezza, finché lei non pianse. Allora le parlò sottovoce.
– Bisogna pur piangere nella vita, vero Rupa? Io ti aiuto a piangere, non è questo che vuoi? Shhh – le sussurrò – adesso basta, basta per questa notte, andiamocene a casa.
Povera Rupa, quanto avrebbe voluto un figlio, se avesse potuto. Ma non era possibile, non era proprio possibile e così s’inventava tutte quelle storie. La bimba che la chiamava “Mammina” o la storia del suo aborto finito nel cassonetto… Che immaginazione! Dalìn che conosceva tutti i suoi pensieri, l’aiutava nella sua finzione. Povera Rupa, indifesa creatura; le cinse la vita e la baciò sulla bocca. Quanto le voleva bene! Come la capiva! Del resto erano della stessa, diversa, natura. Ed era per questo che l’assecondava nella finzione dell’aborto, per compiacerla, sembrava crudele ma era consolatorio, la faceva sentire così donna!
Le luci dei lampioni sfarfallarono e poi si spensero, ancora poco e sarebbe cambiato il mondo, il mondo della notte, intimo e misterioso, avrebbe lasciato il posto al giorno, al mondo vero, troppo vero e reale per due come loro.
Affrettarono il passo, volevano prendere il primo treno della metro, quello ancora vuoto.
– La cosa che mi scoccia, Rupa, è che ci dobbiamo nascondere nella notte.
– Ma noi non ci nascondiamo, Dalìn, siamo qui in piedi e nude sotto le stelle, con il nostro pene nero, in attesa di essere amate, siamo qui sempre in attesa, nella notte Pura e Linda.