Archivi per la categoria: reading aprile 2013

di Carlo Zambotti

Arrivò a destinazione in orario, il suo involto blu-lavoro sottobraccio.

– Come va oggi?
– Come l’altro ieri, come dopodomani. Tu?
– Anche. Buon lavoro.
– A te.

Così salutò, come sempre a giorni alterni salutava entrando, il benvenutiere alla porta. Poi raggiunse la sua postazione, svolse il fagotto blu-lavoro sul tavolo e si mise all’opera. Otto ore dopo, gratificato e soddisfatto, si avviò verso l’uscita.

– Com’è andata oggi?
– Come ieri l’altro, come dopodomani. Tu?
– Anche. Buon riposo.
– A te.

Così salutò, come sempre a giorni alterni salutava uscendo, l’arrivederciere alla porta. Poi raggiunse la sua abitazione e si avviò verso il letto, dove si addormentò.

Otto ore dopo – era mattina – si svegliò con il consueto sorriso, prese dall’armadio l’involto azzurro-vacanza e si avviò verso la stazione. Il suo mezzo era in orario e lo portò – in orario – a destinazione. L’aria era umida al punto giusto, proprio come aveva sperato. Il gancio lo sollevò e lo depositò sul pilastro che aveva prenotato. Appoggiò a terra l’involto azzurro-vacanza, si stiracchiò e si guardò attorno, sorridente. Un mare di nebbia densa e impenetrabile circondava il suo pilastro, che era equidistante da altri otto pilastri che lo circondavano, immersi nella nebbia, ciascuno dei quali era a sua volta circondato da altri otto pilastri equidistanti fra loro, ciascuno dei quali era a sua volta attorniato da ulteriori otto pilastri piazzati alla stessa distanza uno dall’altro e avanti così a perdita d’occhio, nella nebbia. Su ogni pilastro un gancio aveva appena depositato un qualcuno con il suo involto colorato, e ognuno di quei qualcuno ora si stava guardando intorno, soddisfatto. La vacanza era iniziata.

Svolse il suo involto azzurro-vacanza e ci si allungò. Piantò gli occhi nel cielo, di un bianco perfetto e uniforme, e iniziò a respirare concentrandosi sul movimento dell’aria che entrava in lui – parte bassa dei polmoni, parte centrale dei polmoni, parte alta dei polmoni – e che da lui poi usciva. Prese dentro di sé della nuova aria – bassa, centrale, alta – poi iniziò a parlare, e contemporaneamente le voci di tutti gli ognuno iniziarono a parlare, formulando ciascuno una frase, allo stesso ritmo e volume, fondendosi in questo: – Akadem sofs a twofmesixo nerotivoljs diapostolieoliivindasfol fulmintevesara chigi sif pavementchexnjef sifcuna duck io gym regekesbend ewisol jorthugutool danske voldige. – Che altro non era se non l’enunciazione della verità collettiva in quanto risultato dell’addizione dell’enunciazione contemporanea di ogni verità personale di ciascun ognuno.

Le attività previste dal programma vacanze per la giornata erano terminate, così lasciò che il suo respiro si gestisse da sé e si perse nella contemplazione del bianco del cielo, fuori dal tempo e dallo spazio e da se stesso.

Lentamente prese coscienza vaga di una voce che andava sussurrando qualcosa nella sua testa. Si scosse dalla contemplazione e aprì gli occhi per controllare di che si trattasse. Voltò la testa nella direzione da cui la voce proveniva. Il qualcuno sdraiato sul pilastro alla sua sinistra aveva la testa girata nella sua direzione, e lo guardava, e muoveva la bocca, e un sussurro giungeva fino a lui. Quel sussurro ripeteva: – La via di mezzo fra sempre e mai non è un giorno sì e un giorno no. È domani. – Lasciò che la voce ripetesse la frase più e più volte, tenendo gli occhi negli occhi di quel qualcuno che la stava pronunciando. Era una verità, quella che stava ascoltando. Non era la sua, di verità, ma era una verità. Volle rispondere. Aprì la bocca per enunciare la sua verità, ma la sua voce disse invece: –Hai ragione. – Il sussurro cessò istantaneamente. Rimasero a guardarsi negli occhi per un po’. Poi si alzarono in piedi, uno di fronte all’altro, e saltarono nella nebbia.

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di Massimo Eternauta

Gli esperti avevano calcolato il punto d’impatto e l’ora.
La protezione civile aveva delimitato l’area per diversi chilometri quadri ed era andata via.
Gli Scissionisti del settimo giorno vi avevano piantato le tende tre giorni prima in un tripudio di canti rivolti al signore, matrimoni, battesimi, celebrazioni varie e anche due funerali.
Arresto cardiaco.
Uno avvenuto durante la fila per la colazione, l’altro nel mezzo di un acuto in fa diesis.
“Colpisci me” era la frase più spesso scandita in quel consesso.
Alcuni avevano preso posto, accalcandosi, presso quello che veniva considerato il centro dell’impatto e scrutavano l’orizzonte in attesa.
Un suicidio collettivo era quello che si riproponevano con malcelato sollievo da parte di chi li aveva vicini di casa o di chiesa.
Gli Unionisti del settimo giorno avevano occupato un’altra zona, praticamente adiacente alla prima. A loro Dio aveva detto che l’impatto sarebbe avvenuto appena più in là di dove avessero previsto gli Scissionisti e mezz’ora prima.
Quegli eretici degli Scissionisti avrebbero avuto modo e tempo di constatare chi fossero i prediletti da Dio. Erano loro, gli Unionisti, quelli che Dio avrebbe chiamato a sé schiantandoli con una misericordiosa pioggia di fuoco.
I vicini di casa degli Unionisti si erano offerti di pagargli il viaggio.
L’oggetto tanto atteso colpì nell’ora esatta, secondo gli Scissionisti, ma nel pieno centro di una popolosa città 500 km a nord est del punto calcolato, comunque più vicino al luogo scelto dagli Unionisti.
L’impatto provocò 1200 morti, 3000 feriti, miliardi di danni e il dispiacere di tutti i vicini di casa dei fanatici alle due sette rivali.
Gli astronomi osservavano l’oggetto da oltre due mesi, l’avevano individuato che era solo un puntino, e poi l’avevano visto crescere nei loro telescopi e diventare sempre più grande. Quindi erano cominciati i dibattiti su che cosa si trattasse.
Evidentemente non si trattava di un corpo celeste.
Aveva schivato Plutone di poco e aveva puntato decisamente la Terra.
Tra lui e questa non c’era alcuna possibilità che si frapponesse qualcosa.
Ogni corpo del sistema solare si sarebbe fatto i fatti propri in orbite decisamente lontane dalla traiettoria dell’oggetto in questione.
Intanto vi dico subito perché l’oggetto si schiantò in tutt’altro posto da quello previsto: i soloni della scienza, i grandi esperti, i calcolatori più complessi mai prima d’allora costruiti avevano fatto i conti in Miglia e passato i risultati ad altri eccelsi colleghi che avevano pensato fossero determinati in Chilometri.
Erano secoli che gli scienziati non parlavano tra loro per via dei brevetti e in nome del copyright ma sempre per favorire la ricerca scientifica.
Solo per il motivo di essere stati la causa della mancata scomparsa di Scissionisti e Unionisti, o almeno di una delle due sette, gli scienziati si guadagnarono l’odio profondo in una notevole fetta della popolazione mondiale.
Va bene, lo confesso, una coppia di Scissionisti vive nell’appartamento a fianco al mio e ho un Unionista al piano di sopra. Andiamo oltre.
Man mano che l’oggetto si avvicinava se ne potevano cogliere le forme, analizzare i materiali di cui era composto e aumentare il numero delle congetture.
Era un prodotto di esseri evoluti!
Si discuteva circa la loro possibile fisionomia, se avessero due, tre o quattro braccia, occhi, orecchie ecc. – su quali basi si facessero queste ipotesi lo ignoro – fatto sta che se ne parlo parecchio e a lungo.
La cosa più straordinaria era che l’oggetto fosse costituito da materiali identici a quelli che si trovavano sulla terra!
– È la prova dell’esistenza di Dio! – dicevano alcuni.
– È la prova che Dio non esiste – dicevano altri.
I più pratici avevano cominciato a stampare e vendere milioni di magliette dedicate all’oggetto volante e i commercianti di apparecchiature telescopiche avevano vissuto il momento più esaltante della loro vita.
Quando si riuscì a recuperare l’oggetto in un buco profondo quasi 30 metri ricoperto da un cumulo di macerie questo era ancora fumante e la sua massa informe.
Trasportato in un centro NASA, in località segreta con grande dispiego di uomini, mezzi e tre crisi internazionali con Cina, India e Russia, gli americani si resero conto che non si trattava di un oggetto estremamente simile a una sonda spaziale costruita dall’uomo ma che era proprio una sonda spaziale costruita dall’uomo!
Il Voyager 1 era stato spedito nello spazio più di tre secoli prima nel 1977 e tra guerre, pestilenze, carestie e altre calamità lo si era completamente dimenticato o quasi e, poi, secondo i calcoli dei valenti scienziati del XX secolo, avrebbe dovuto trovarsi da tutt’altra parte.
Fu penoso notare che in tre secoli non ci si era evoluti un gran che se non nella facilità di effettuare acquisti con la carta di credito.
Per intenderci, la forfora è ancora oggi un flagello.
A bordo del Voyager 1 era stato inserito un disco d’oro con sopra incise un sacco di cazzate su chi siamo, che facciamo, di cosa siamo composti, dove ci troviamo, che lingue parliamo. C’erano incise perfino le lingue e le musiche di quelle popolazioni primitive di cui l’uomo del XX secolo si era peritato, con rara abnegazione, di favorire l’estinzione.
Si può discutere a non finire sulle conseguenze del ritorno sulla terrà del Voyager 1, scomodando filosofi, scienziati, preti e poeti, ma per me e per molti che la pensano come me, il Voyager 1 è stato il più grande regalo fatto dall’uomo all’uomo dai tempi della scoperta della penicillina: Johnny B. Goode di Chuck Berry, registrato sul disco d’oro da una mente geniale, è tornato in classifica dopo 300 anni di oblio!

di Guido Lamonaca

Sono nato tanti anni fa su un pianeta lontano
nella galassia NGC 35601 oltre la cintura di Orione.
Ho conosciuto la Sapienza e gli otto livelli della Vita.
Ho acquisito i poteri di Karçn e la magia della luce
che viene diffusa dalle nostre stelle gemelle.
Sono diventato Saggio tra i Saggi e soprattutto,
dopo aver superato l’ultima prova, la più difficile,
sono stato scelto per una missione senza ritorno:
diffondere la Sapienza negli angoli remoti dello spazio.
Così sono partito da quel pianeta al centro dell’universo
con un vettore interstellare verso rotte sconosciute
oltre le galassie, oltre gli spazi cosmici, ma soprattutto
oltre i miei ricordi fatti di sacrifici, studio e passione.
Ho navigato a lungo negli abissi dell’infinito
superando i limiti che la mia gente si era posta.
Infine, nella periferia dell’universo, ho avvistato quel pianeta,
scoglio di materia e di vita fluttuante senza scopo
che gli abitanti indigeni chiamano semplicemente Terra.
E lì sono sceso perché soltanto in quel momento
ho riconosciuto nel luogo la meta del mio viaggio.
Ho imparato le usanze e le lingue del posto
assumendo le sembianze di quegli esseri, uomini e donne,
che all’inizio ho trovato ostili e diffidenti, ma poi
ho capito che mi avrebbero accettato e non solo,
quegli indigeni così lontani dalla mia natura
mi avrebbero seguito in capo al mondo.
Un uomo e una donna mi hanno adottato
come fossi loro figlio senza spiegarsi la ragione
di comportamenti e azioni diversi dai loro
ma guardandomi solo con gli occhi del cuore
che vede laddove la mente non può arrivare.
Ho cercato con ogni sforzo di aiutare tutti,
di comunicare loro quei doni che in tanti anni
mi avevano insegnato a ricevere e dare assieme.
Ho raccontato loro storie e leggende del mio pianeta
e fatti della loro vita quotidiana che potevano cambiare.
Sono stato di esempio mettendomi perfino in discussione
e ho usato anche quei poteri che a malapena ricordavo di avere.
A volte mi tornava alla mente la mia terra lontana
e tutto ciò che avevo lasciato oltre le galassie.
Ma adesso io avevo loro e loro avevano me.
E questo era sufficiente perché non volevo altro,
volevo solo che si avvicinassero a me
se non con la mente con il cuore e basta.
Alcuni sono diventati amici fedeli e compagni,
altri non finivano mai di ringraziarmi e senza sosta
si prodigavano per offrirmi ciò che di più caro avevano.
Ma poi venne quel giorno in cui mi colpirono.
Alcuni di loro mi chiusero in prigione
accusandomi non so di quali nefandezze.
E alla fine mi trovai su quel colle tra le loro urla,
legato a una croce di legno d’albero
con chiodi conficcati nella carne e spine sulla testa.
Ma intorno a me venivano versate lacrime
e grida di passione e gente con i capelli in mano
strappati a forza da unghie che colano sangue
e gridano senza voce disperazione e rabbia.
Ho abbassato la testa e ho visto tutto questo
con gli occhi gonfi e tumefatti da percosse.
Così ho dato loro un messaggio di speranza:
dietro la fine c’è sempre un nuovo inizio
e oltre la materia spirito che supera ogni limite.
Poi con l’ultimo alito di vita in un corpo
che ho riconosciuto finalmente come mio,
tra lacrime umane che solcano il viso,
ho capito davvero quanto li amavo.

di Guido Lamonaca

La stanza rettangolare, grande poco più di una sala da jogging, è bianca e ben illuminata da fari alogeni sospesi sopra gli audio schermati. Su un lato della stanza galleggia un’immagine tridimensionale a ioni liquidi e accanto, più in basso, una piccola scrivania in simil-faggio. Davanti tre file di postazioni intersat collegate allo SpaceRam.
Margareth Rotten Mayer è seduta alla scrivania e scruta il suo account-leader senza curarsi dello spazio intorno.
– Allora, veniamo a noi. C’è qualche volontario per la lezione di oggi?
Nessuna risposta dalle postazioni intersat.
– Bene. Vorrà dire che sarò costretta a chiamare io qualcuno… Martin, Martin Smith. L’ultima volta il tuo intervento non è stato molto efficace. Dire che ci sono nove pianeti che ruotano intorno al Sole è roba da ventunesimo secolo. Ci sei, Martin?
Solo un sibilo dalla terza postazione intersat sulla sinistra.
– Bene, Martin. Sai dirmi quanto dista il sole dal nostro pianeta?
Silenzio, poi risponde la voce piatta dell’ologramma del ragazzo, acceso sopra la postazione:
– 149,6 milioni di km.
– Sbagliato, Martin. La distanza del sole dalla terra è di 148,9 milioni di km, il tuo dato è quello della settimana scorsa. Ragazzi, non ci siamo. Quante volte vi ho detto che dovete aggiornarvi costantemente. Martin, per te una nota negativa. E aggiungo che la tua gaussiana si sta appiattendo sempre più verso il basso. Domani voglio parlare con il tuo alter-ego. Mi raccomando.
L’ologramma di Martin annuisce sopra la postazione, poi si spegne.
– Vediamo se avrò più fortuna con Mary, Mary Mbalz. Ci sei, Mary?
Postazione muta e nessun ologramma nei paraggi.
– Mary? Mary, la prossima volta che decidi di scollegarti dallo SpaceRam, io lo devo sapere. E pretendo una richiesta ufficiale di scollegamento, non come quella che mi hai mandato l’ultima volta, dove era palese la mistificazione della firma di tuo zio, che tra l’altro è deceduto tre anni fa senza lasciare al suo clone alcun potere di firma.
Silenzio dalla postazione di Mary.
– Ma cosa devo fare con voi ragazzi? Me lo dite?
Silenzio in aula.
– Bene, andiamo avanti. Interroghiamo… Julius, Julius Verniss Hajh.
Un sibilo secco dalla quarta postazione sulla destra.
– Julius, tu sicuramente avrai studiato la lezione. Non sei certo una schiappa come quest’altra mezza dozzina di bamboccioni. Julius, mi raccomando, rispondi come si deve. Nella costellazione della Lira quante stelle ci sono e in particolare quante nane bianche, quante stelle doppie e quante giganti rosse?
L’ologramma di Julius appare sopra la sua postazione e subito risponde senza esitazione:
– 758.789 stelle conosciute di cui 158 nane bianche, 25.782 stelle doppie e 284 giganti rosse.
– Julius, mi hai deluso! Da te non me l’aspettavo. Le giganti rosse non sono 284, ma 283, l’ultima te la sei inventata!
– Ma signorina Rotter Mayer, l’aggiornamento di trenta secondi fa dava 284 giganti rosse nella Lira. – Risponde l’ologramma del ragazzo.
– Julius, quand’è che ti ho fatto la domanda?
– Quaranta secondi fa, Signorina Rotten Mayer.
– Lo vedi? Quindi hai sbagliato, riconoscilo e non contraddirmi! Per te due note negative che peseranno senz’altro sul test di ammissione all’InterSpazio.
L’ologramma di Julius si spegne sconfortato con un suono secco molto simile alla rottura di un pistone.
– Non scoraggiarti Julius, puoi migliorare lo sai, devi solo studiare e darmi ragione. Proseguiamo… Gino, Gino Knaus, sono ben due cicli che non vieni interrogato.
Dalla seconda postazione nessuna replica.
– O Gino, cosa devo fare con te?
Improvvisamente si materializza un’immagine sopra le postazioni:
– Bzzz… nulla, Signorina… bzzz.
– Mi prendi pure in giro? Vediamo se ne avrai ancora voglia dopo che ti avrò interrogato. Sai dirmi quanti sistemi interplanetari sono compresi tra le coordinate galattiche 4°23’35” e 4°24’68?
– Bzzz… non te lo dico, strega… bzzz.
– Gino, devi avere rispetto per la tua insegnante. Forza, rispondi!
– Bzzz… io non sono Gino… bzzz.
– E chi saresti? Hey, torna subito alla tua postazione, fermati!
L’immagine sfocata, più simile a un virus saprofago che all’ologramma di Gino Knaus, si avvicina alla scrivania strisciando lentamente e lasciando una scia di bava schiumosa e putrescente lungo il percorso.
– Non mi toccare! Hai capito, Gino, stai lontano…
L’immagine sfocata avvolge la Signorina Rotten Mayer che inizia a friggere come un uovo di gaus posto sopra la piastra degli Utsuki. Le cerniere iniziano a cedere, il telaio pure e gli arti si staccano dal resto del corpo, mentre la testa, mezza liquefatta, rotola fino alla seconda postazione.
Dagli audio schermati si sente una voce metallica che grida:
– Emergenza. Questa è un’emergenza: attacco di virus saprofaghi dallo Space Ram. Si avvisa il corpo insegnante di prendere tutte le cautele necessarie. Ripeto. Questa è un’emergenza.
L’immagine sfocata del virus prosegue oltre i pezzi dell’insegnante sparsi sul pavimento fino alla porta, poi si volta e dice :
– Bzzz… comunque sono diciassette… i sistemi interplanetari compresi tra 4°23’35”e 4°24’68” bzzz.
Quindi esce dall’aula lasciando la solita scia di bava schiumosa e putrescente.
La testa di Margareth improvvisamente si accende emettendo un ultimo lampo virtuale:
– Cxxx… bravo Gino… cxxx una nota positiva con encomio e ammissione diretta al test dell’InterSpazio… cxxx.

di Massimo Eternauta

Diede il comando vocale.
Niente.
Bestemmiò e diede di nuovo il comando vocale.
Niente.
Si accanì sulla madre del suo dio e chiamò l’assistenza.
– L’assistenza le è offerta dalla Texas Instruments. Non esiste progresso senza Texas instruments! – Disse la voce diffusa dagli altoparlanti.
– In cosa posso esserle utile, signore?
– Perché sono fermo? – Disse Luca.
– Il suo veicolo si trova in una zona contaminata ed è stato disattivato per ordine delle autorità di salute pubblica. Il ripristino della libera circolazione è previsto al termine della decontaminazione, tra 59 minuti.
– Come mai mi trovo in una zona contaminata?
– L’attraversamento di questa zona era previsto dal suo percorso programmato, signore.
– È lo stesso da un anno a questa parte… Perché non sono stato avvisato dal mio navigatore?
– Lo ignoro, signore.
– Ah sì? Complimenti per l’assistenza. Mi riservo di fare un reclamo.
– È nelle sue prerogative, signore.
– Da quanto tempo era prevista la contaminazione di questa zona?
– Dalle ore 16:00 di lunedì 23, signore. Questa informazione le è gentilmente offerta dai forni quantici Torquemada.
– Questo significa che il mio navigatore avrebbe dovuto fornirmi per tempo quest’informazione e modificare automaticamente il percorso!
– Esattamente, signore. Mi spiace inoltre avvertirla che la quantità d’aria residua a sua disposizione, all’interno del veicolo, è di 56 minuti.
– 56 minuti?
– 55’ e 50’’.
– Mi sta dicendo che rimarrò senz’aria per 4 minuti?
– 3’ e 06’’ per l’esattezza, signore.
Regolò il modulo di contenimento in posizione orizzontale e cominciò a scaccolarsi.
Da bambino, per gioco, aveva trattenuto il respiro per 2’ e 9’’.
Era una sera d’estate, aveva passato il pomeriggio a giocare con le sue cuginette sulla spiaggia del lago artificiale dove i bambini della sua città stato trascorrevano le vacanze, in una sorta di campeggio, nella riserva naturale a loro destinata.
Si era immerso nel lago e, quando ne era uscito fuori, due minuti più tardi, era stato acclamato come un eroe da tutti i bambini accorsi sulla spiaggia.
La sua reputazione aveva resistito a lungo in quel posto e nessun bimbo era stato capace di battere il suo record negli anni successivi almeno finché lui aveva continuato a frequentarlo.
La cugina più piccola gli era corsa incontro e l’aveva abbracciato mentre le lacrime le rigavano il viso: si era spaventata, pensava che fosse affogato.
Era uno dei ricordi più belli e limpidi della sua infanzia.
Oggi avrebbe dovuto resistere quasi tre minuti prima che la decontaminazione esterna consentisse l’apertura della calotta vetrata.
Un annuncio pubblicitario lo distolse dai suoi pensieri e lo rese di un umore ancora più cupo e chiamò l’ufficio legale della Navigator inc.
– Buongiorno, sono Mirko, consulente matricola 1067. Come posso aiutarla, signore?
– Ho intenzione di fare causa alla vostra ditta per un risarcimento danni.
– Qual è il motivo della sua insoddisfazione, signore?
– Sono bloccato in zona contaminata non individuata dal mio navigatore. Troverà tutte le informazioni nel file allegato.
– Resti in linea, per favore.
– Quest’attesa le è offerta dai centri benessere Poseidone! – Annunciarono gli altoparlanti in quel continuo avvicendarsi di messaggi pubblicitari che scandivano la vita di ogni essere vivente, animali compresi.
– Le comunico, signore – riprese la voce del consulente della Navigator – che il suo navigatore è stato riconfigurato e ora è perfettamente funzionante. La Navigator inc. le offre 2.500 crediti romani a titolo di conciliazione amichevole per lo spiacevole inconveniente occorsole. Se accetta rinuncia all’azione legale e la somma verrà versata contestualmente sul suo conto corrente.
– Potete infilarveli su per il naso i vostri 2.500 crediti romani: mi trovo in pericolo di vita a causa di un malfunzionamento del vostro navigatore, e anche in caso di sopravvivenza le probabilità di subire danni permanenti al cervello e al sistema cardiocircolatorio sono del 50%!
Chiuse la conversazione con un gesto di stizza per collegarsi con la corte di giustizia federale.
– Cittadino Luca 49kj, chiedo giudizio immediato per causa contro Navigator inc. Motivazioni in file allegato.
– La corte sta contattando l’ufficio legale della ditta. La preghiamo di attendere.
– Ingannate l’attesa con una vagina elettronica Orgasm – miagolarono gli altoparlanti, e mai annuncio pubblicitario fu così tempestivo nel risvegliare un desiderio assopito.
Applicò ai genitali una bocca elettronica Pompex 3000. Si trattava di una sottomarca ma il sollievo fu immediato.
– Si riunisce la corte dello stato federale di Roma derimenda causa tra il cittadino Luca 49kj da qui in poi nominato questulante e la Navigator inc. da qui in poi indicata come questuata. Il cittadino Luca 49kj intende procedere?
– Sìiii
– Presiede la corte il dispositivo elettronico Lex 501.
– Signor giudice – intervenne la Navigator inc. – il questuato offre un accordo di risoluzione per 35.000 crediti romani.
– Il cittadino Luca 49 kj accetta l’accordo?
Ormai Luca navigava per tutt’altri lidi. Accettò l’accordo, venne per la seconda volta e si predispose per una tripletta.
Il terzo orgasmo lo lasciò svuotato e il dispositivo si spense automaticamente.
Era il momento in cui si contano le donne e le scopate. La tristezza si mischiò alla depressione.
Di Luca tutto si potrebbe dire eccetto che non fosse previdente: aveva portato con sé una buona dose di t.h.c. Sintetico.
Lavorare senza aver ingerito del t.h.c. gli era in genere impossibile, ma oggi chissà se ci sarebbe arrivato al lavoro.
Dopo una breve riflessione decise di ingerirne solo una metà e stava ancora masticando quando gli altoparlanti lo scossero dalle sue elucubrazioni.
Si trattava della ditta per cui lavorava. Lo informavano che il suo ritardo, visto l’increscioso incidente nel quale era intercorso, veniva considerato come inadempienza contrattuale (o qualcosa del genere, ma l’attenzione era la cosa di cui faceva più difetto Luca in quel momento).
Rispose a monosillabi e ingoiò la seconda metà del t.h.c.
Cominciò a piangere.
– È il suo giorno fortunato! – Sentì esclamare dagli altoparlanti.
– Dica un numero da uno a sette!
– Tre. – Disse Luca tirando su col naso.
– Ci dispiace, il numero esatto era il 5. Grazie per aver partecipato. Le sono stati detratti 15 crediti per la giocata. La prossima estrazione tra 45 minuti.
“Mi sa che questa me la perdo,” pensò Luca e scoppiò a ridere.
Telefonò la moglie.
– Si può sapere come hai fatto a infilarti in una situazione simile? Sei su tutti i notiziari! Amore, tu lo sai che lavoro faccio… non posso permettermi un marito così naïf: non vorrai mica morire in una maniera così inelegante, vero? Si è rotto il forno!
Come aveva fatto a sposarsi con quella donna?
I pompini, ah sì, i pompini.
– Vorrei che fossi qui. – Le disse.
– Vaffanculo. Vedi di non morire che questa sera siamo invitati dai Parker. Ciao amore, trattieni il fiato, eh!
Amava quella donna.
Si fece un piccolo film di come avrebbe passato i primi minuti con lei se fosse riuscito a scamparla e riaccese il Pompex.
“Non mi sono mai divertito tanto,” pensò.
– Canale All Accidents 24, chiediamo il permesso di riprenderla durante il suo tentativo di sopravvivenza per la nostra diretta. Se accetta le verranno accreditati 50.000 crediti e in caso di lieto fine ulteriori 25.000 per le interviste in esclusiva.
– Posso tenere il Pompex? – Riuscì a dire Luca in un momento di lucidità.
– Certamente.
– Accetto.
Non era mai stato così ricco.
Si girò intorno: da quando si era trovato bloccato non aveva ancora fatto scorrere lo sguardo su ciò che lo circondava.
Non lo confortò il fatto di trovarsi a pochi metri dalla zona transitabile e non se ne sarebbe accorto se non fosse stato per quei veicoli fermi uno a fianco all’altro lungo buona parte del perimetro della zona contaminata che, alla fine realizzò, erano lì per assistere alla sua agonia. Tra questi si trovava un’ambulanza che lo portò a spezzare una lancia a favore del sistema.
Salutò con la mano ed eiaculò per la quarta volta.
Nei venti minuti che lo separavano dall’istante finale si lasciò andare a diverse incontinenze.
Si preparò un martini cocktail che bevve d’un fiato perché aveva poco tempo, un rhum doppio e un bel negroni da sorseggiare aspettando l’ora X, quindi vomitò tutto per buoni cinque minuti.
Ricominciò a piangere e si prodigò a offendere numerosi Dei di religioni diverse.
A un certo punto gli venne anche da pensare che quel mondo, in fondo, gli piaceva e mise il Pompex a velocità minima.
Un attacco di riso lo prese in maniera tale che temette l’infarto ma l’ennesimo annuncio pubblicitario lo portò di colpo alla realtà.
– Morire non è mai stato così conveniente!
– Prenoti oggi il suo funerale a soli 990 crediti e 90. L’offerta è valida per tutta la settimana. Potrà scegliere tra 50 liturgie! Pompe funebri Paradiso: il tuo ultimo viaggio per noi è importante!
– Lo compro, – disse Luca realizzando che aveva un mucchio di soldi da spendere, quindi acquistò un cuscino di fiori da recapitare a Luana con la scritta «Dal caro estinto alla sua amata moglie»; una bocca elettronica Succhio 9000 extreme de luxe con frizione autolubrificante, 9 velocità, effetto piercing, 100 ore di autonomia con pratica custodia executive; un orologio a cucù originale del 900 per il quale sbavava da un anno sulla vetrina elettronica dell’antiquario.
L’assistenza l’informò che la riserva d’ossigeno sarebbe terminata nei prossimi 5 minuti e che avrebbe ripreso i comandi del suo veicolo entro 8 minuti.
Completamente sconvolto e ubriaco cominciò a respirare come aveva visto fare nei documentari dai maestri dell’apnea. Dopo un minuto di quella pratica andò in iperventilazione e svenne, la qual cosa, probabilmente, gli salvò la vita impedendogli di entrare nel panico ed esaurire anzitempo le riserve d’ossigeno.
Quando riprese i sensi si trovava su un lettino medico circondato da una folla festante.
Gli avevano praticato la respirazione artificiale per quasi 5 minuti. Gli spot in onda su All Accidents 24 durante quell’intervallo di tempo registrarono lo share più alto della settimana. Nelle numerose interviste che rilasciò in seguito non mancò mai di dire che in quei fatali minuti tutta la vita gli era trascorsa davanti come in un film e dichiarò, dietro compenso, che il T.H.C. Sintetico Camel era il migliore in commercio.
In stato semiconfusionale si tirò su dal lettino appoggiandosi sui gomiti e si rese conto di avere ancora il Pompex collegato ai suoi genitali.
Lo spense, lo baciò e lo lanciò ai suoi fan.

di Marco Lipford

Ho un pallido ricordo di cosa sia un aereo. Tappeti di nubi, oceani di ore. Ci voleva una giornata e mezzo per incontrarsi, per stare insieme un mese ogni sei. Ho un pallido ricordo di come si chiamasse il posto in cui ti venivo a trovare. Australia. Ho però memorie ancora vive di te, dei tuoi vestiti sgargianti e la tua pelle scura, del tuo nome. Aysha. So solo che adesso potrei raggiungerti in uno schiocco di dita, ovunque tu sia. Ma non so che fine tu abbia fatto, e il tempo non mi manca, e non riesce a cancellare le tue ultime, sibilline parole:
– Il tempo serve soltanto a vedere quanto sia capace tu di far sopravvivere qualcosa oltre te stesso.
Quando quel giorno ti dissi che volevo passare la mia vita a viaggiare intendevo farlo con te, non da solo. Viaggiare oggi è molto meno scenografico, basta una cornice in mezzo a una stanza vuota. E tre tizi che facciano da testimoni. Il primo, quello che controlla il mio conto in banca, ormai è un volto familiare e sa che per me il denaro non è un problema. In caso contrario non sarei qui per l’ennesima ricerca.
Siamo davanti a quello che somiglia al telaio di una porta vuota. Fino a pochi anni fa macchine del genere si trovavano solo in hangar ipersorvegliati, e per accedervi dovevi fare lunghe code di controlli. Non è meravigliosa la tecnologia? Grazie a invenzioni come questa il mondo è ormai unito, senza più barriere né confini.
L’ufficiale militare autorizzato controlla che io non abbia interdizioni in atto. Ci riesce tramite un lettore automatico di impronte digitali. Sbrigate le formalità burocratiche, tocca all’ingegnere addetto. Toglie il sigillo alla cornice, una specie di laccio fluorescente chiamato “gate quantico” e lo attiva. Oggi, ai più, il tempo non significa niente, e invenzioni come queste lo rendono ancora più nullo. Ma non è sempre stato così, non per me almeno. Quando c’eri tu, Aysha, il mio tempo con te era come una clessidra di preziosa sabbia dorata che scorreva inesorabile dal momento in cui il tuo piede nudo scendeva dalla scaletta dell’aereo. E più la sabbia si ammonticchiava più mi chiedevo come avrei fatto a restare sei mesi, altri sei mesi senza te, che in un battito di ciglia dovevi già rifare i bagagli.
E non capirò mai perché tra noi è finita. Fu poco dopo l’esperimento che avrebbe dovuto cancellare la parola fine dai nostri giorni. Eravamo i fortunati estratti per testare il Trattamento, allora agli albori. Se avesse funzionato, presto a milioni ci avrebbero imitato. E così è stato. Ne eri entusiasta all’inizio, poi però cambiasti idea. Cominciasti ad accusarmi di averti tenuta nascosta la verità, ma se l’ho fatto era solo perché non riuscivo – e non riesco ancora a capire – a cosa serva un figlio quando non si muore più. A cosa ci sarebbe servito un figlio se io avevo te e tu avevi me, per sempre? Hai cominciato a dire che avevamo rinunciato a qualcosa di troppo grande, che non ci saremmo bastati, che avremmo finito per odiarci… E io credo sia stato questo che ti abbia spaventato. Credo sia per questo che sei sparita. Ma io voglio raggiungerti, devo farti capire che non è così, tu non mi perderai mai. E la prova è che ti penso ancora dopo tutti i lunghi, infiniti anni in cui ho creduto di riuscire a scordarti.
I tre testimoni mi sorridono mentre mi appresto a oltrepassare la soglia della cornice. Ti troverò prima o poi, dovessi impiegarci il resto della nostra eternità.

di Guido Lamonaca

Ma che cazzo di ore sono? Mi sento uno schifo… tutta colpa di quel whisky che mi sono preso ieri sera, o era l’altroieri? Boh, comunque la devo smettere di bere anche perché non riesco a dimenticare tutta questa merda… meglio non pensarci, altrimenti ricomincio a bere. Piuttosto alziamoci dal letto. Che sforzo… eccomi qua di fronte allo specchio, sempre più vecchio e sempre più stanco, mi sputerei in faccia se potessi. Faccio veramente schifo, capelli lunghi, sporchi, barba pure e occhiaie che sembrano valigie. Ma tanto nessuno se ne accorge. Ma dove cazzo ho messo le forbici? Non riesco mai a trovare nulla in questo cesso. Che palle! E questo cazzo di mal di testa che non molla. Qua ci vuole un caffè, bello forte. E ti pareva: ho finito pure il caffè. E ora dove lo trovo? L’ultima volta l’ho preso in una casa del terzo isolato sulla Via Prenestina, era un pacco da 1 chilo, tutto chiuso e sigillato, vabbe’ era scaduto, ma chi se ne frega, tanto non è mai morto nessuno per un caffè scaduto. La gente muore per altre cose, la gente… Ma che cazzo sto dicendo? Ecco lo vedi, sono questi i sintomi, inizia sempre così, poi arrivano i tremori, le allucinazioni e tutto quanto il resto… No, non perdiamo la calma, non ci sono neanche i tremori. Tutto sotto controllo. Sì, ma devo trovare questo cazzo di caffè. Lo vedi oggi è mercoledì, già mercoledì… di quale anno non lo so, è colpa di questo calendario che tengo appeso: 10 aprile 2027. Sì, beato te: anche un anno fa era la stessa data, lo stesso anno… e certo, se non lo butto via. Ma vallo a trovare un calendario così, bello, plastificato, con EdelWeiss che ti guarda con quelle tette sode… è una delle poche cose che mi è rimasta. Già, tutto il resto è andato via. Basta, devo uscire a trovare il caffè. Non so neanche che ore sono… sembra giorno comunque: c’è abbastanza luce. Tutto grigio qui intorno, tutto uguale e non si sente volare una mosca. Proviamo qua dentro, sembra un negozio, niente, direi piuttosto un rivenditore di gomme o qualcosa del genere: è questa maledetta polvere che non fa capire un cazzo… solo grigio e nero. Dovunque. E se la respiri muori pure soffocato nel giro di pochi minuti. Muori… soffocato… Ecco, ci risiamo… cambia idea, cambia idea… Porca puttana! No, ma è tutto sotto controllo, tutto sotto controllo. Non ho portato il whisky con me, che deficiente che sono… la tasca, la tasca del cappotto. Dov’è? L’avevo messo qui l’ultima volta. Sì. Eccolo qui, il mio magico foglietto… le parole, le parole… ora basta recitarle, una dietro l’altra, come una litania e tutto finisce. Tutto torna come prima… mi tremano le mani, cazzo! Non leggo, non riesco a leggere, perché? Che cazzo mi succede… Calmati, va tutto bene! Ora leggo questo foglietto, le parole, sì, e tutto sparisce, tutto sparisce. Ma perché non le ho mai imparate a memoria, queste fottutissime parole. No, non sono soltanto una litania, no, queste parole sono la medicina che fa guarire il male… ho le allucinazioni, non capisco più niente… la testa sta per esplodere… ma devo riuscire a leggere: così io non sarò più l’ultimo… uomo sulla terra… No, io… io…

Poi il tonfo sull’asfalto e il silenzio di un tempo senza vita.