Archivi per la categoria: reading novembre 2012

di Daniela Peruzzo

Ne diede notizia al TG quel giornalista brizzolato con la faccia che sembra sempre che ride. Perfino lui pareva serio stavolta (e considerando il mestiere che faceva, era roba da far gridare al miracolo).
– Domani sciopero del mondo – annunciò, con una voce che gli si faceva sempre più stridula mano mano che arrivava al complemento di specificazione, finendo decisamente in falsetto sulla parola mondo. L’imbarazzo era giustificato. Non era chiaro chi l’avesse indetto, chi avrebbe partecipato, le motivazioni della protesta e soprattutto che cosa cavolo significasse sciopero del mondo. Messa così non sembrava trattarsi delle solite manifestazioni. Quelle in cui si tiravano un paio di pomodori marci sul Ministero della Pubblica Istruzione o qualche bomboletta puzzolente contro l’Ambasciata Americana e alla due, – Be’ ragazzi abbiamo lottato duro – s’è fatta ’na certa, tutti a casa davanti allo spaghetto fumante. Veniva nostalgia di quei bei scioperi degli autoferrotranviari perché almeno lì sapevi a che cosa andavi incontro. Potevi prepararti: qualche scorta alimentare da portarti sul raccordo, niente di speciale, una porzione di lasagna, un panino con la frittata, perché quelli dall’autogrill sanno di plastica e poi sono cari arrabbiati. Senza contare che alla stazione di servizio dovevi arrivarci prima che facesse buio, faccenda tutt’altro che scontata soprattutto per chi si trovava nei pressi dello svincolo per la Roma-L’Aquila. La gente si adattava e c’era pure chi alla fine c’aveva preso gusto, s’era appassionato, aveva sviluppato una specie di hobby. Qualcuno usciva apposta quando veniva indetto uno sciopero per infilarsi in automobile sul raccordo con il suo bel termos, le parole crociate e qualche dvd. Era come stare in campeggio, sostenevano. Giuseppe aveva conosciuto la prima moglie tra l’uscita 20 La Romanina e l’uscita 21 S.S. Tuscolana. Lui cercava di terminare un cruciverba senza schema. Lei, che aveva vinto il primo premio del concorso Cruci&Verba durante la fiera nazionale del Tartufo Bianco d’Alba, gli suggerì la definizione mancante da una Fiat Punto carta da zucchero. L’amore tra i due parve inevitabile. Nacquero delle agenzie matrimoniali che organizzavano incontri tra single sul GRA.
Poi c’erano delle storie che ogni automobilista tramandava ai propri discendenti.
Si diceva, ad esempio, che un tale avesse rincontrato la madre naturale giusto all’imbocco della tangenziale. Un altro aveva ritrovato il fratello scomparso da vent’anni all’altezza dello svincolo per l’A1 in direzione Napoli. In realtà non era affatto scomparso, era rimasto solo imbottigliato. Insomma, era nata una vera e propria subcultura intorno alle proteste dei dipendenti dei trasporti.
Questo sciopero del mondo, invece, coglieva tutti di sorpresa, sprofondando il paese nell’incertezza. Che cosa significava? Avrebbero chiuso le scuole, gli ospedali, si sarebbero spenti i semafori, fermati i fiumi… E chi lo avrebbe indetto? Dio in persona, o meglio in divinità, stufo di tutte le accuse di non esistenza avrebbe voluto dare un segno tangibile della sua indubitabile presenza… I sindacati si chiedevano da quale tradizione politica provenisse questo Dio che a occhio e croce non sembrava niente di nuovo. Il solito leader populista che, in Italia, viene alla ribalta a intervalli regolari. I segretari delle maggiori sigle sindacali si riunirono per decidere se fosse più conveniente allearsi con questo Dio, creando un nuovo soggetto politico che guardasse al centro, oppure inaugurare una nuova stagione di lotte screditandone la reputazione e portando i metalmeccanici in piazza.
La Scamuffo mise a tutti la pulce nell’orecchio: e se che questo cosiddetto sciopero del mondo fosse un tentativo del governo di liberarsi degli esodati e di distogliere l’attenzione dal problema delle pensioni? Insomma, una strategia per nascondere il momento di forte crisi che il paese stava attraversando.

Quando appresi la notizia mi ero appena svegliata. Mi pareva di avere la testa immersa in un secchio di acqua calda. Scivolai fuori dal letto cercando di aprire gli occhi che parevano incollati. Brancolai nel corridoio. Presi il solito spigolo. Cacciai una bestemmia, quella solita, di mattina manco di fantasia. In cucina, Madlein spalmava di crema di riso un cracker di soia.
– Tesoro, hai una faccia orribile, – disse mentre rovistavo nella credenza, – prendi un po’ del mio tè alla magnolia.
Le giurai che mi sarei messa a urlare come se mi stessero andando a fuoco le unghie dei piedi se non avesse tirato fuori il mio caffè.
– Per quieto vivere – disse – è nella credenza dietro i sottaceti, ma comunque tutta quella caffeina che ingurgiti ti blocca l’energia vitale, poi non lamentarti che non trovi lavoro.
A Madlein non sfiorava neppure la mente l’idea che sulle cause della mia disoccupazione potessero influire concetti come recessione, aumento dello spread, inflazione etc. Per lei erano tutte stronzate dal momento che la crisi economica altro non era che un momento di palingenesi dell’umanità, un’opportunità di profondo rinnovamento.
– Questo tuo scetticismo non ti aiuterà a rinnovarti – era solita dirmi con l’aria di chi prova una profonda commiserazione per il proprio interlocutore. Quello che non capiva era che il mio non era scetticismo, era qualcosa di più simile alla disperazione. A proposito di scetticismo e disperazione, mi ricordai che avevo un colloquio di lavoro di lì a 27 minuti esatti.
– Devo scappare, Madlein, ho un colloquio, ci vediamo.
– Ma dove vai? Oggi c’è sciopero del mondo!
– Grazie, lo terrò presenteeee – le urlai infilando la porta di casa. Mentre saltavo i gradini a due a due, mi chiesi se ci fosse qualche senso possibile che spiegasse perché un’atea materialista, figlia di un sindacalista comunista, fosse finita a vivere con una cinquantenne che aveva speso la giovinezza in una comunità di Osho e che mangiava solo riso e semi di lino.
In fondo alle scale il portone era sparito. Del cortile interno, nessuna traccia. Un albero si dissolse davanti ai miei occhi, producendo un suono acuto ma, tutto sommato, piacevole. Lo sciopero del mondo era iniziato.

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di Gabriele Piretti

Lo Zip Piaggio viaggiava a 50 km/h su via Gregorio VII. Alla guida c’era Monica Santini, una ragazza che Luca aveva conosciuto su un sito per single qualche settimana prima. Si erano incontrati, avevano chiacchierato e poche ore dopo pomiciavano appassionatamente sul muretto del Gianicolo.
Era mezzanotte. Luca era appollaiato dietro di lei e aveva infilato le mani nelle tasche del suo giacchetto per godersi la pressione dei suoi seni prorompenti. Stavano andando a casa di Luca, dopo una cenetta in un ristorantino di Trastevere e tre birre a testa. Luca era mezzo ubriaco e anche Monica aveva i primi sintomi di una sbronza. Di lì a poco avrebbe finalmente scardinato le sue ultime difese. Fino ad allora, Monica aveva evitato di trovarsi con lui in situazioni che avrebbero potuto favorire il loro primo rapporto sessuale.
Cinque minuti e sarebbero stati a casa: avrebbe aperto una Peroni da 66cl, sparato un po’ di cazzate, le avrebbe fatto i grattini e alla fine sarebbe riuscito ad affondare la faccia in mezzo a quei due sommergibili.
Stavano cantando canzoncine stupide ad alta voce, con il motorino che oscillava pericolosamente, quando Luca vide, sul marciapiede tra una carreggiata e l’altra, un gruppo di turisti giapponesi in attesa di attraversare la strada.
Lo Zip li aveva quasi sorpassati e Luca, per un impulso dovuto all’ebbrezza e all’euforia, gli urlò un insulto razzista, che evitiamo di riportare. In realtà, Luca Prinzivalli non era mai stato razzista. Certo, considerava gli zingari una piaga da estirpare, non sopportava i lavavetri né i venditori ambulanti, pensava che i gay dovessero smetterla di rompere i coglioni con il matrimonio e l’adozione di bambini e poco prima aveva cacciato a maleparole un cingalese che voleva assolutamente appioppargli una rosa. Ma non era razzista. Lui votava centro-sinistra e questo lo scagionava da qualsiasi sospetto xenofobo.
Dopo la bravata, la sua concentrazione era tornata sul seno di Monica. Cercò di baciarle il collo, ma il casco glielo impedì. Erano fermi al semaforo quando Luca percepì uno strano rumore, come se stesse giungendo un esercito in carica. Il semaforo non era ancora scattato e quel chiasso si faceva più vicino. Nonostante l’alcol avesse sedato la reattività di un cervello già poco svelto, quel fracasso cominciò a insospettire il giovane, che infine si guardò indietro per capire.
Lo sfintere di Luca si contrasse improvvisamente. I circa trenta giapponesi che aveva insultato stavano arrivando a velocità supersonica, con intensioni evidentemente poco diplomatiche. Avevano occupato quasi tutta la carreggiata e alcuni di loro brandivano armi improvvisate: un signore stava facendo roteare minacciosamente la tracolla a cui era attaccata una Canon reflex; una signora anziana, con le gambe arcuate simili a quelle di un giocatore di calcio, aveva quattro bacchette inserite tra un dito e l’altro su entrambe le mani, come Wolverine; la Guida usava una bandierina giapponese con l’asta rigida come una frusta. Altri avevano optato per una scarpa, dei rami trovati per terra o il figlio piccolo tenuto per le caviglie a mo’ di corpo contundente.
– Monica… accelera, accelera! – disse tutto agitato.
– Ma è rosso! Che succede?
– I giapponesi ci stanno inseguendo!
Monica guardò nello specchietto retrovisore e vide la folla di giapponesi che correva verso di loro. Il motorino scattò in avanti facendoli quasi caracollare sull’asfalto. Sfrecciarono veloci come il vento e superato il cinema Gregory Monica pensò di rallentare. Si fermò in mezzo alla strada. Si voltarono e videro che anche i giapponesi si erano fermati. Ma la tracolla della Canon continuava a volteggiare minacciosamente e la bandierina fendeva l’aria umida della notte romana.
I giapponesi ripresero a correre come ghepardi. Monica accelerò di nuovo e cominciò a urlare. Con orrore, Luca notò che stavolta sembravano più veloci di loro e guadagnavano terreno.
– Oddio! Oddio! Aiuto! – gridava la ragazza.
Ma non c’era nessuno nei paraggi. Via Gregorio VII sembrava un cimitero. Luca iniziò a piagnucolare, perché l’orda giapponese era a una decina di metri da loro e urlavano atrocemente, ululavano, si strappavano i capelli e si mordevano i polsi.
L’uomo che teneva in mano il piccolo, mantenendo la corsa, si mise a roteare come fanno gli atleti del lancio del peso e dopo un paio di giravolte scagliò il bambino verso di loro. Luca non ebbe il tempo di capire che cosa fosse successo, perché i suoi occhi speranzosi erano rivolti verso la strada, come se quello bastasse a renderli più veloci dei giapponesi. Il corpo del bambino gli colpì la schiena facendolo sbilanciare. Monica perse il controllo del motorino, che cadde a terra e scivolò per una ventina di metri.
I giapponesi furono subito su di loro e li pestarono di botte.
– Mortacci tua! – gridava Monica a Luca mentre la Guida la colpiva sul corpo con la bandierina, un vecchietto la prendeva a calci sulle ginocchia con inaudita ferocia e gli altri aspettavano il loro turno.
Luca era tutto ammaccato, aveva il femore rotto e strillava come un’aquila mentre la Canon reflex si abbatteva sulle sue costole e la vecchietta lo pugnalava con le bacchette.
Dopo un quarto d’ora di torture, i giapponesi parvero accontentarsi e si ritirarono come se nulla fosse. Il bambino li seguì saltellando, e la sua ombra, man mano che si allontanava da uno dei lampioni che illuminavano la strada, si allungò, divenne sottile come un capello e infine scomparve.

di Marco Lipford

Lopiero mi telefona, è sotto un treno: la moglie lo ha lasciato e lui non se ne fa una ragione.
– Passo sotto da te nove e mezzo, – dice. Ѐ già un paio di minuti che il mio amico ritarda quando alzo lo sguardo dal cellulare e vedo la sua Punto nera ferma con gli stop accesi. Apro lo sportello, mi infilo in macchina e lo saluto:
– Allora, ciccio, che dice quel troione di tua moglie?
Silenzio. Guardo il guidatore e sbianco: non è Lopiero. Mi guarda e risponde spaurito:
– Ma… è là, al secchione, sta gettando la monnezza…
Guardo nello specchietto e noto una signora al cassonetto dei rifiuti.
– Vabbè, me la saluti, – gli dico. Gli do un buffetto sul ginocchio ed esco dall’auto.
Ah, ecco Lopiero, si sporge da un’altra Punto uguale posteggiata poco più avanti. Destinazione sempre lo stesso vecchio locale, là dove ormai ci conoscono tutti. Lopiero è scavato e ha le occhiaie. Ci sediamo davanti a una birra e comincia a raccontare.
– Ѐ successo tutto quando si è messa in testa di volere un bambino, sai, io credevo che ormai passati i quaranta ci avesse messo una pietra sopra, e invece diceva sul serio. Ma non riuscivamo, così sono andato a fare un controllo all’Associazione donatori di sperma, l’ADSPERM, sai, là hanno le infermiere specializzate nel prelievo… anzi, vedessi che professionalità! Vabbè, io nessun problema particolare, ma nel frattempo Marisa si era rivolta a Geremia Milano, famoso ginecologo-poeta ebreo con la passione del canto… nel suo ambiente lo chiamano Moni Ovaia.
– Davvero? – faccio io sgranocchiando rice crackers. – E come lo aveva trovato?
– Con il buono sconto su Groupon… – sospira Lopiero addolorato. – Maledetto chi l’ha inventato! Lo vedevo che mia moglie era contenta, troppo contenta ogni volta che andava da lui… Tu l’hai mai vista una donna entusiasta di andare dal ginecologo?
Scuoto il capo, e Lopiero continua:
– Lì sono cominciate le stranezze. Telefonate la sera, consulti speciali, nuove tecniche per la fecondazione assistita… Pure su internet si sentivano. Su twitter l’infame ha scritto: Sono entrato nel tunnel.
– Ma dai, col ginecologo! – mi intrometto io. – Comunque lo sai, tua moglie non mi era mai piaciuta.
Lopiero si passa una mano tra i capelli e soffoca un singulto.
– Quando a Natale ha preteso che la accompagnassi a vederlo cantare al reparto ostetricia ho capito tutto. Era lampante! E chissà quant’era che andava avanti.
Il povero Lopiero si scioglie in lacrime, sopraffatto.
– Io che l’ho amata così tanto…
– Su, su…
Con gli amici del pub ci stringiamo attorno a lui per consolarlo. A un certo punto entra trafelata una donna.
– Lopiero! – esclama. Quello si rizza dal tavolino.
– Marisa!
La donna ci raggiunge di corsa.
– Sapevo che ti avrei trovato qui… Oh, caro… Ho sbagliato tutto! Potrai mai perdonarmi?
Lopiero è sbalordito, e tra le lacrime si fa soffocare dagli abbracci e dalle scuse di sua moglie.
– Ma… e Milano? – domanda. Sul viso di Marisa si dipinge una smorfia di disgusto:
– Non me ne parlare… Ѐ uno sporco egoista…. Razzista… sessista… maschilista stakanovista! Non pensa ad altri che a se stesso. Quando gli ho detto che volevo un figlio mi ha detto che ero annoiata e che lui ai bambini non ci pensava proprio. E ti credo, preso com’è da quella musica klezmer!
Marisa lo riabbraccia.
– Come ho fatto a prendere quest’abbaglio, oh perdonami, caro Lopierino!
Io e gli altri siamo basiti, e ancora di più quando Lopiero la stringe a sé e con la massima
naturalezza dice:
– Ma certo che ti perdono, cara, lo sai che non vivo senza te.
Incredibile!
– Vedrai che sarai un ottimo padre, – gli strizza l’occhio Marisa.
– Ma… ma perché, aspetti un bambino? – domanda Lopiero.
– N-no, no, intendo… cioè, lo aspetterò di sicuro adesso che ci riproveremo. Vedrai, era la fiducia tra noi che era venuta a mancare, per questo non concepivamo. Adesso andrà tutto bene, te lo dico io.
– Oh, cara, ti adoro.
La scena in effetti è quasi commovente, e dal locale tutti gli astanti scrosciano in un applauso.
Sbuca persino una bottiglia di champagne e la cosa finisce in un brindisi collettivo. Lopiero. Non la finirà mai di farsi prendere per il culo, ma alla fine è proprio per questo che gli vogliamo bene.

di Patrizia Berlicchi

Mi chiamo Lola, sono uno splendido esemplare di alano spagnolo e una dolce mattina di maggio di quattro anni fa venivo alla luce: oggi, appunto, è il mio compleanno.
Mammina si sbatte da due settimane per organizzare il grande evento: inviti, catering, palloncini, garden designer e via dicendo. Un dispendio di energie e di soldi degno del G8, solo che in questo caso G8 starebbe per otto gasteropodi: i fedelissimi invitati alla festicciola, come la chiama mammina. Otto parvenze di cani che sembrano sopravvissuti agli esperimenti per una crema antirughe.
Di seguito, la lista degli invitati:
Doris, la barboncina della signora Pizzulli, è tale e quale la padrona: biondissima, grassissima, stronzissima. Il giorno del mio primo compleanno mi ha pisciato nella ciotola dell’acqua, così, per amicizia.
Orazio Terzo, il bassotto nano della signorina Pecci, illibato e arrapato come la sua mamma. Non so com’è, me lo ritrovo sempre tra le zampe. L’ultima volta, in un moto di insofferenza, ho sferrato una bella zampata a quel bozzetto di pisello che non si vergogna di esibire. Spero se lo ricordi e abbia il buonsenso di starmi lontano, stasera.
Cleopatra, la chihuahua della Rosatelli, l’unico cane al mondo che procede tremando, come se il buon Dio non avesse dato quattro zampe anche a lei. Si spaventa anche della sua ombra, ma almeno non rompe le palle a nessuno: se ne sta in un cantuccio per tutto il tempo, shakerandosi in solitudine.
Lilly e Milly sono le gemelle pinscher: se chiudi gli occhi e ti concentri ad ascoltare i loro interminabili pettegolezzi a mezza voce, ti sembra di conversare con una coppia di serpenti a sonagli.
Anchise, vecchio e scassato come il noto poveretto da cui ha preso il nome. Pare che in gioventù sia stato un fiero e pluridecorato mastino napoletano ma, si sa, il tempo non risparmia nessuno.
E per finire gli eterni amanti infelici, i Romeo e Giulietta della letteratura canina romana. Aurora è un’algida volpina italiana dotata di un curriculum di tutto rispetto: per nove volte prima classificata ai più prestigiosi concorsi nazionali, quattro secondi posti e una fila interminabile di pretendenti alla porta. La principessa però non ama nessuno; il suo cuore è tutto per Ivan, languido nerissimo bovaro delle Fiandre. Ho il sospetto che si vedano una sola volta all’anno, precisamente oggi: che sfigati!
Questa è la simpatica compagine che tra poco mi delizierà con la sua presenza. Per non parlare del supermega regalo di mammina. Devo ancora riprendermi dalla tolettatura presso il paradiso di Fido, un lager diretto da Jean Louis, ex parrucchiere di Nizza rifugiatosi a Spinaceto dopo aver dato fuoco al salone di bellezza che gestiva assieme al fidanzato, tale Bernard: lo ha beccato nello sgabuzzino con Gerard, giovane e palestrato pony-express di Pizza Pazza, e non ci ha più visto. Quel Jean Louis ha sangue spagnolo nelle vene, sicuro!
Insomma, per farla breve ho meno di un’ora per schiacciare un pisolino e recuperare le forze in attesa del momento in cui mammina verrà a prendermi per condurmi raggiante in giardino, dove, al grido tribale di “Buon compleanno Lola!” avrà inizio la festa. Questa però è l’ultima volta che mi fregano: il prossimo anno lo festeggio come dico io. Ho ben dodici mesi per lavorarmi Attila, quel gran fico del dobermann di Jean Louis: anche lui ne ha piene le palle di bagnetti, fanghi alle alghe giapponesi e diete a base di bocconcini al ginseng e pappa reale. Se tutto va secondo i miei piani a maggio ce ne scappiamo insieme e andiamo a festeggiare ai Castelli, da Remo il porchettaro. Abbiamo un aggancio: Pompeo, il cane di Remo, il più incrociato e coatto dei cani che io conosca, che Dio lo benedica!

di Angela

Il protagonista di questa storia si chiama Gianluca ma potremmo chiamarlo anche Giuseppe, come lo apostrofava spesso la nonna ricordando il defunto marito, o Valerio, come distrattamente lo chiamava la madre ricordando il primo amore, o Felice, come lo nominava il padre in ricordo del suo scodinzolante cane. Ma per facilità lo chiameremo Alfonso.
Alfonso frequentava il primo anno di Università. Aveva superato con scarsissimo successo la pubertà arrivando ancora vergine tra le enormi aule della facoltà. Eppure l’occhio azzurro si confaceva bene alla carnagione olivastra, ma una certa dose di insicurezza attanagliava i suoi pensieri portando i bellissimi occhi più verso l’asfalto che all’orizzonte.
L’incontro con la città e il nuovo alloggio non furono semplici all’inizio. Vergognandosi un po’ delle sue origini campagnole passò i primi giorni in un gran silenzio. Evitava ogni contatto con la famiglia, spingendo la testa in tutt’altra direzione per sfuggire allo sguardo furibondo del custode dello studentato, ogni volta che questi urlava al telefono:
– Qui non c’è nessun Felice, gliel’ho già ripetuto. Non richiami più!
Passò poco tempo, in realtà, che il nostro cominciò a farsi le prime amicizie. I compagni di stanza furono utilissimi, in questo. L’alcol, unito a certi interessanti documentari porno, aprì la mente e la curiosità di Alfonso.
Cominciò quindi a trasformarsi in un essere altamente sociale. Presenziava a tutti i concerti, le feste degli studenti, i cineforum, le partite di calcio e le manifestazioni, una delle quali gli rimase impressa per molto tempo.
Partì infatti quel giorno con i suoi amici alla volta di Piazza della Repubblica per il solito incontro pre-manifestazione, dove insieme alle birre si scambiavano commenti sul gentil sesso. Fu però improvvisamente colto impreparato alla vista di una ragazza, tanto da non riuscire a staccarle gli occhi di dosso. Studiò ogni suo movimento e la seguì con lo sguardo, così tanto da perdere di vista gli amici. Si guardò intorno lungamente alla ricerca del gruppo, ma senza successo, perdendo di vista anche la ragazza. Decise allora di seguire il corteo, sicuro che li avrebbe ritrovati, quando si creò il panico. La gente cominciò a urlare e a correre come per tornare indietro. Alfonso rimase pietrificato, non capendo bene che cosa stesse accadendo, e come una pietra fu scaraventato su un marciapiede. Fu risvegliato da una manganellata sulla coscia e dallo sguardo rabbioso di un poliziotto. Ancora disteso, Alfonso alzò le braccia e implorando pietà disse:
– No, guardi, io sono qui solo per chiedere i preservativi gratis all’Università, non ne so niente di politica, giuro!
Approfittò allora della distrazione del suo aguzzino per alzarsi e infilarsi nel più vicino portone, che ospitava un museo. Ansimante si diresse verso la biglietteria e chiese un ingresso.
– 15 Euro, grazie.
Racimolò tutto quello che aveva nelle tasche, pagò ed entrò. Si sentì al sicuro e decise di godersi la mostra. Le sale erano tanto colme che gli risultò difficile vedere le opere. Si concentrò sulle volte affrescate e fu colpito dalla bellezza dei disegni. Prese la macchina fotografica e non appena puntò l’obiettivo sul soffitto un’ombrellata gli scaraventò la fotocamera per terra.
– NO PHOTO, PLEASE!
Alfonso alzò le mani, scosso da tanta violenza, e un po’ agitato recuperò la macchina ancora intatta. Si diresse in un’altra stanza, dalla quale usciva una gigantesca orda di turisti capitanata da una guida con un ombrello alzato. D’istinto e con terrore Alfonso alzò nuovamente le braccia sfracellando al suolo, questa volta irreparabilmente, la macchina fotografica. Si appoggiò al muro ansimante per lasciare scorrere il gruppo, cercò di riprendere un respiro e un contegno normali fino a quando la sua attenzione fu attratta da una delle ragazze addette alla sala museale. Gli si spezzò il fiato e sentì che non sarebbe riuscito a controllarsi facilmente. Guardò in basso costatando che il pube non aveva retto, o meglio che reggeva benissimo. Imbarazzato, si guardò intorno nervosamente e si fiondò nella toilette per scampare alla vergogna. I secondi sembravano minuti e la situazione non cambiava. A un tratto la stessa ragazza entrò nella toilette giustificandosi con la lunga fila nel bagno delle donne.
Alfonso, pietrificato in tutto il corpo, si diresse nel primo bagno libero, lo stesso nel quale la ragazza stava per entrare. Per istinto la prese per mano e per un po’ condivisero lo stesso minuscolo spazio.
Non ci dilungheremo nel racconto di ciò che accadde, poiché tutto fu molto breve.
Quando Alfonso uscì dal museo, sembrava volare con un sorriso e uno sguardo fiero. Si diresse allo studentato e quando si trovò all’ingresso, lasciato stranamente vuoto dal custode, sentì il telefono squillare e rispose:
– Papà, sì, sto bene, sono felice!
La conversazione non durò molto perché il custode paonazzo in faccia spuntò urlando:
– Allora sei tu Felice, razza di disgraziato!