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di Patrizio D’Amico

«Nel 1975, in quattro grossi volumi, per iniziativa dell’Istituto Gramsci, Valentino Gerratana ha pubblicato una rigorosa edizione critica di tutti i Quaderni corredandola degli strumenti necessari per una nuova “lettura” (soprattutto i riferimenti precisi e completi alla “biblioteca” di Gramsci).»
Paolino smise di leggere, chiuse il libro e lo gettò nel fuoco. Ne prese un altro, forse il decimo, o l’undicesimo, da quando aveva cominciato il suo lavoro, meticoloso lavoro di purificazione. Stavolta però decise di non aprire nessuna pagina a caso, di non leggerne nessuna, di riga, come aveva invece fatto coi precedenti: lo gettò nel fuoco così, da chiuso, insulso ennesimo libro. Cominciò poi a osservare la catasta di libri ancora da bruciare e la carriola ricolma di fiamme e pagine abbrustolite che si annerivano attorcigliandosi e generando altro fuoco. Osservava la catasta e cercava di ricordare in quanto tempo aveva accumulato una quantità simile di libri. Dieci, forse venti anni, passati a catalogare, ricercare, acquistare sottocosto, scambiare.
Poi pian piano l’organizzazione “Save the book” era diventata sempre più ristretta, un piccolo manipolo di uomini che si riunivano segretamente in notturna, in posti bui e tristi, bevendo birra sgasata e sentendosi ancora ridicolmente attaccati alla nostalgica carta: neanche quella igienica era più carta; c’era un tasto da premere vicino al cesso e ti veniva spruzzata una miscela igienizzante precisamente sull’ano, una miscela autoasciugante e profumata. Figuriamoci i libri cosa potevano valere ormai: Google-books, ibook-store, yahoo-libri, e centinaia di altre realtà web che avevano intrapreso un enorme campagna di sensibilizzazione verso la salvaguardia degli alberi e del pianeta, praticando una massiccia ed ecologica scannerizzazione e digitalizzazione dei libri del passato. E Paolino, insieme al piccolo manipolo di “Save the book”, resisteva.
A complicare il loro lavoro intervenne la legge del ’35, che aveva obbligato tutti coloro che intendevano creare contenuti letterari composti da caratteri alfanumerici a usare tastiere invece di penne e schermi al posto della carta. E Paolino in quegli anni continuava a salvare i libri, quelli che erano già stati stampati, merce rara, preziosa, si diceva. E invece erano ormai carta e basta, carta del peccato, carta antiecologica, carta che aveva significato la quasi scomparsa degli alberi, la fine dell’ossigeno, dell’uomo sulla terra; carta oramai buona solo per scaldarsi clandestinamente durante la notte, buona solo per generare quel fuoco e quella luce che in quel momento gli tenevano compagnia. E continuò così, libro dopo libro, notte dopo notte, nascosto nella valle, illuminato dalla pallida luna proiettata artificialmente dalla Nasa, bruciando la sua personale e illegale biblioteca.
E si ripeteva: “Evviva gli LCD touch, gli schermi Eink e il formato 16:9”.
Paolino gettò l’ultimo libro nella carriola che oramai conteneva un cumulo di leggerissima cenere alta qualche metro. Si era purificato, finalmente. E nella sua testa aveva totalmente eliminato quella stupida e ormai fuori moda smania di salvare il libro: da quel giorno avrebbe aderito a una nuova missione: la salvaguardia dei display a cristalli liquidi. Era infatti ormai partita una campagna sponsorizzata dal governo in maniera massiccia su tutti gli smartphone ologrammatici e i display 3d pubblici: si diceva che gli schermi LCD inquinavano l’aria una volta che venivano smantellati nelle discariche, e che serviva inoltre una grande quantità di circuiti elettrici costruiti tramite minerali preziosi, difficili da reperire eccetera eccetera. Tutti gli schermi dovevano essere, piano piano, sostituiti con i nuovi meccanismi ologrammatici 3d, che avevano bisogno solo di una lente con un microchip e una superficie piana su cui proiettare le immagini. Eppure Paolino non la mandava giù quella cosa: era troppa la gioia di sentirsi gli occhi solleticati da quella biancastra luce degli LCD, e poi la loro luminescenza era così rilassante, e non erano fatti di carta, quindi non danneggiavano gli alberi! Insomma, Paolino da quel giorno avrebbe raccolto e archiviato tutti gli LCD esistenti per marca, pollici, consumo in Watt e spessore. Gli avevano tolto i libri, dopo tutta la fatica fatta per decidersi a bruciarli e aderire agli schermi LCD, ora non potevano togliergli anche gli schermi. E lo spiegava a Giulia, la sua compagna da ormai già 2 giorni, conosciuta durante la prima riunione notturna del gruppo segreto pro-LCD. E lei lo guardava con aria innamorata, sospirava e gli diceva:
– Come sei romanticamente nostalgico.
E Paolino sorrideva, mentre scrollava infinite slide di produttori di schermi LCD per catalogare i prossimi modelli da salvare, e rispondeva:
– Non dire sciocchezze.

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di Daniela Peruzzo

– Nel 1975, in quattro grossi volumi, per iniziativa dell’Istituto Gramsci, Valentino Gerratana ha pubblicato una rigorosa edizione critica di tutti i Quaderni corredandola degli strumenti necessari per una nuova “lettura” (soprattutto i riferimenti precisi e completi alla “biblioteca” di Gramsci)… Ma, mi stai ascoltando?
No. Non ti sto ascoltando perché non posso distogliere l’attenzione dalla piega della tua bocca mentre mi parli.
Perché non posso evitare di seguire con gli occhi il disegno delle tue labbra.
Perché la voce mi si strozza in gola quando ti soffermi su un’idea che ti piace e il tuo sguardo diventa trasparente, come l’acqua del mare.
E come l’acqua di mare quant’è salato ogni istante che abbassi gli occhi sul libro e li sottrai ai miei che rimangono muti come terra che aspetta la pioggia per non inaridire.
E se questo non bastasse, be’ allora in quel caso ti direi che non ti sto ascoltando perché so che quando saremo fuori di qui ci dividerà tutto quello che adesso ci sembra superfluo, di nessuna importanza.
A questo punto tu, di sicuro, alzeresti le sopracciglia e mi guarderesti con l’aria interrogativa di chi si aspetta un chiarimento.
E sia.
Non ti sto ascoltando perché mio padre Gramsci lo ha conosciuto attraverso i discorsi dei compagni più anziani, tra sigarette e bicchieri di vino nella sezione di via Cincinnato al Quadraro. Mentre il tuo ne ha discusso nei corridoi di quella stessa Università dove, alcuni anni dopo, ha cercato di convincere se stesso e qualche studente al primo anno di non essere diventato un “intellettuale organico”.
Non ti ascolto perché so che presto smetterai di fare finta di niente e lascerai scivolare le tue dita tra le mie, come per caso, dandomi il segnale che attendo da mesi. Allora sentirò la pelle farsi di ghiaccio ma non mi tirerò indietro. E quando tutto sarà finito tu sposerai il migliore della tua comitiva, un avvocato o un economista. Un brav’uomo, sinceramente convinto che oggigiorno la questione dell’equità sociale sia assolutamente prioritaria. Avrete un paio di figli, un maschio e una femmina, e sceglierete il metodo Montessori per la loro istruzione. La creatività e libera espressione rimarranno due principi ispiratori dell’educazione dei vostri bambini, nella casa che condividerete a Monteverde vecchio a due passi da quella stessa Villa Sciarra dove mi hai portato la prima volta che siamo uscite insieme.
E qualche volta penserai a me. Allora accennerai a tuo marito quella storia avuta tanti anni fa con una compagna di facoltà, e riderete insieme pensando alle cose che si fanno quando si è giovani. E tu ti compiacerai di aver sposato un uomo così tollerante, così comprensivo, così aperto. Ma in fondo all’anima saprai che qualcosa non torna quando ricorderai quell’istante in cui le tue dita si sono intrecciate per la prima volta con le mie e improvvisamente un’ombra ti coprirà il volto e una lama d’inquietudine ti attraverserà il cuore.
E per alleggerirlo, il tuo cuore, proverai a parlarne con qualche tua amica. Magari con una collega della casa editrice di libri antichi di quell’amico di tuo padre, dove di certo avrai trovato lavoro, anche se tu sei brava e avresti meritato quel posto comunque.
Lei ti guarderà con ammirazione e penserà: “La laura sì che è davvero antagonista”, e poi tornerete a parlare dell’insegnante di musica dei vostri figli che frequentano la stessa scuola, e di come i mariti siano sempre troppo indulgenti con le figlie femmine…
O forse no. Forse mi sbaglio, non penserai mai più a me. Mi cancellerai per fare spazio alla tua vera vita, quella a cui sei destinata. Finché un giorno mi rincontrerai, perché nel frattempo sarò diventata l’amante di qualche tua amica sposata. Di una come la Marianna che oggi si colora i capelli di verde e ha piercing anche sul cuoio capelluto, ma fra sei o sette anni, da’ retta a me, avrà firmate pure le mutande, oltre che un marito da tradire e mica per amore o per passione, no, per noia…
… e tu faticherai a riconoscermi fino al momento in cui sfiorerò la tua mano come per caso, e le tue dita s’intrecceranno con le mie…
No. Non ti sto ascoltando. Ma dovrò fare finta di sì; dovrò concentrarmi e fingere che Gramsci, Valentino Gerratana, i Quaderni siano le uniche cose di cui valga la pena parlare oggi, e lo farò perché altrimenti dovrei spiegarti tutto questo e tu non capiresti.
Mi guarderesti con aria interrogativa
Alzeresti le sopracciglia e mi diresti:
– Non dire sciocchezze.

di Leonardo Battisti

«Nel 1975, in quattro grossi volumi, per iniziativa dell’Istituto Gramsci, Valentino Gerratana ha pubblicato una rigorosa edizione critica di tutti i Quaderni corredandola degli strumenti necessari per una nuova ‘lettura’ (soprattutto i riferimenti precisi e completi alla ‘biblioteca’ di Gramsci)”», lesse a un tratto Osvaldo, il tipo sulla cinquantina calvo e occhialuto accorso per primo sul luogo del fattaccio. Il buonuomo, che a quell’ora portava solitamente il suo cane a fare i bisogni, un bulldog tracagnotto col respiro affannato di un bulldog tracagnotto, era sorprendentemente rimasto colpito da quel volume che giaceva aperto per strada, proprio accanto al corpo in fin di vita del giovane Pedro, studente Erasmus di Siviglia travolto un attimo prima da un pirata della strada a bordo di una scassatissima Ford color beige, ma che a quell’ora della notte poteva benissimo sembrare un terra di siena bruciata.
– Sì, certo, – Obiettò Gaetano, conducente della prima vettura che si era trovata a passare di lì subito dopo l’incidente, – corretta era corretta, e precisa era precisa, l’edizione di Gerratana, intendo; filologicamente non faceva una grinza. Però ho sempre preferito quella di Togliatti. Sa, alle volte io sono un nostalgico della linea filo-sovietica, che so perfettamente non essere interessata a restituire fedelmente il pensiero di Gramsci, e tuttavia preserva intatte le direzioni, i conflitti, le divisioni, anche teoriche, che soggiacevano nel Partito, dietro la figura monolitica del segretario.
– Ma come si fa? Come si fa? – proruppe Osvaldo, – a essere ancora nostalgici di quei tempi bui? Non vorrà mica dirmi che rinnega la svolta impressa da Berlinguer, in nome di un sovietismo che finì per mettere alla berlina perfino l’originale e ancora valido pensiero di Gramsci? – domandò il vecchietto divenuto paonazzo in volto, e guardando di tanto in tanto il ragazzo a terra come per vedere se concordava con la sua tesi.
Ma lui, Pedro, si ostinava a rimanere equidistante in quella conversazione, dal momento che, non sentendo più granché e comunque capendo poco l’italiano – era arrivato a Roma da soli cinque giorni, quel povero disgraziato –, si era convinto che quell’accesa disputa concernesse le diverse modalità di intervento di due illustri luminari della medicina, giunti lì apposta per guarirlo. Ah, che granchio che aveva preso il ragazzo! Che granchio! Ma sono cose che capitano. Quanti di noi al suo posto non avrebbero inteso allo stesso modo le parole di quei due simpatici vegliardi?
– Grande persona Berlinguer, non dico di no, – precisò Gaetano, – eppure deve riconoscere che Togliatti con la sua tattica, con le sue influenze e amicizie d’oltralpe, e financo d’oltrùrali, fu a un passo dal mettersi in tasca il Paese intero, dal portarci al governo, dal trasformare l’Italia nel primo Stato occidentale interamente comunista. Ah! Non la sente, ripensandoci, l’ebbrezza dell’utopia che si fa realtà? E d’altro canto, non è un caso se fu l’unico leader dell’ovest da cui prese nome una città dell’URSS: Togliattigrad.
Pedro, con gli occhi aperti a fessura e respirando sempre più a fatica, poiché entrambi i polmoni erano rimasti perforati nell’urto, si sforzava di emettere parole che, per quanto riguardose ed educate, sollecitassero i due impenitenti ideologhi di sinistra a intervenire sulle sue condizioni di salute che, è bene dirlo a beneficio del Lettore (giacché per il giovane ciò non costituisce alcun beneficio), erano sempre più precarie.
– Ma che dice? Che dice? Si rende conto delle panzane che racconta? – osservò Osvaldo visibilmente fuori di sé. – L’utopia la sfiorò Berlinguer, insieme ad Aldo Moro, quando furono a un passo dal compromesso storico, ed è per colpa di quelli come lei, dei nostalgici oltranzisti, che la situazione precipitò e che si fece di tutto, terroristi da un lato e politici dall’altro, per sabotare l’utopia!
– Mi pare che lei stia esagerando, – fece in tono perentorio Gaetano, – e che stia perdendo il fulcro del discorso, che le ricordo essere la correttezza filologica delle edizioni critiche dei Quaderni dal carcere di Gramsci!
– Ah be’, se è per questo, allora, io non ho mai letto i Quaderni di Gramsci. Non ho mai letto nulla, in verità, di Gramsci – intervenne Osvaldo con voce minuta e ritraendosi repentinamente indietro, goffo, col busto. – Deve dirmele lei queste cose.
– Io? E che ne so? Sono digiuno quanto lei in materia, e anche se avessi letto i Quaderni, non ho certo la competenza filologica per giudicarne la bontà critica. Sono un geometra comunale, io. Parlavo più per sentito dire. Ma comunque credo che dobbiamo interrompere il nostro discorso. Temo che il giovane, qui, sia morto. Lei che dice?
Osvaldo guardò il corpo di Pedro, che ormai era diventato un cadavere; gli tastò il polso slogato e sentenziò:
– Eh. Mi sa di sì.
Era vero. Pedro se ne era andato da qualche secondo biasimando se stesso, poiché si era convinto che i suoi due soccorritori non avessero compreso le sue affabili ma pressanti richieste d’aiuto in spagnolo. Richieste che, a dir la verità, non erano mai uscite dalla sua bocca se non in forma di monotono rantolio. Si sarebbe forse odiato di più se avesse capito che Osvaldo e Gaetano si erano lasciati prendere la mano da una questione suggerita dal libro che egli aveva con sé, e a cui non teneva minimamente, dal momento che era cleptomane e lo aveva istintivamente rubato nel caffè letterario in cui era stato quella sera.
– Che storiaccia, – fece Gaetano corrucciando il viso come quando si prende atto della realtà e ci si rassegna di fronte all’inevitabile, – io non sono neppure riuscito a vedere nulla.
– Nemmeno io, – osservò Osvaldo con rammarico.
– Io, se non le dispiace, me ne andrei. Chiama lei l’ambulanza? Ché mi sembra di capire che è di casa qui – fece l’altro.
– Sì, certo, – rispose l’occhialuto vecchietto, – buonanotte.
– Buonanotte… Eh, che storiaccia, – borbottò Gaetano allontanandosi verso la sua vettura.
Nel frattempo era scesa anche Lidia, moglie di Osvaldo, la quale non appena vide Pedro steso a terra non poté non domandare affranta:
– Osvalduccio, ma è morto, il ragazzo?
– Eh – rispose amaro il marito.
– E tu non hai visto nulla? La targa?
– No. Niente. Ma tanto lo beccano, non scappa mica quel pirata.
Lidia lo guardò con disprezzo per un secondo, infine proruppe cinica:
– Non dire sciocchezze!

di Marco Lipford

«Nel 1975, in quattro grossi volumi, per iniziativa dell’Istituto Gramsci, Valentino Gerratana ha pubblicato una rigorosa edizione critica di tutti i Quaderni corredandola degli strumenti necessari per una nuova “lettura”.»
Se li ricordava bene quei tomi, Alessia. Li aveva utilizzati nel 2008 per la sua tesi di laurea in sociologia, ed era pressappoco da allora che si trovavano all’estremità della mensola a prender polvere in corridoio. Ora Alessia, in camicia da notte, scappava da un Babbo Natale smunto, liso e abbastanza inquietante.
– Oh oh oh … Vieni qui, piccolina, vieni ad aprire questo bel pacco regalo! – continuava a gridarle con il suo vocione lubrico impostato.
La povera Alessia non trovò di meglio che i suddetti volumi per usarli come corpi contundenti da lanciare al suo inseguitore. Li afferrò uno dietro l’altro e glieli scagliò con rabbia gridando isterica:
– Fallafinitaporcatroialasciamistarecrisbio!
Il colpo più efficace quello strano Santa Claus se lo ritrovò dritto sul naso; il terzo librone lo centrò di spigolo. In un raptus quella figura grottesca si portò d’istinto le mani al muso e si liberò di una barba palesemente finta.
– Aaaah! Che sei scema? Ma ’sta deficiente! – disse mandando ogni residuo di aria natalizia a farsi benedire. Poi si chinò dal dolore e continuò a borbottare.
– Gervaso! – disse lei grintosa mentre agitava l’indice all’indirizzo di lui – Ti ho detto di non insistere: domani sarà una giornata lunghissima e io ho una stanchezza che mi schianta. Non ho intenzione di stare alle tue stronzate! Chiaro?
Da terra, il povero Babbeo Natale Gervaso si tolse anche il cappuccio rosso con tanto di pon pon bianco e piagnucolò:
– Guarda che anche io ho avuto una giornata lunga! Qua però tra corse per i regali e visite dai parenti noi non si combina più niente! E tu… tu sei esaurita come pochi. Che palle!
– Esaurita… – pensò la retriva Alessia. Quella parola non le piaceva. Fece un passo in avanti e ascoltò le proteste del suo ragazzo che ancora si massaggiava il naso affondando in quei paludamenti così balordi. Il libro che lo aveva atterrato giaceva aperto, e le venne da chiedersi cosa avrebbe pensato Gramsci del Natale nel ventunesimo secolo. Probabilmente avrebbe detto che era la massima espressione di un capitalismo ingordo, ipocrita e incancrenito. Eppure, pensò lei, sembrava proprio che non ci fosse verso di sfuggirgli! Perché esaurita no, quello non voleva sentirselo dire.
– Volevo solo un ultimo momento di intimità prima di ritrovarci casa invasa da tutti quei rompiballe… Io voglio solo darti un po’ di amore natalizio e tu mi maltratti!
Gervaso fece la faccetta offesa che tanto la faceva ridere, e Alessia tornò in sé trovando la situazione per quella che era. Prima le scappò da ridere, poi si sedette a gambe aperte sopra di lui.
– E ora che fai? – le domandò stupefatto.
Alessia prese il cerchietto con le finte corna di renna che il partner aveva fin lì cercato di convincerla a indossare per quella pantomima, e se lo mise.
– Ah… adesso sì? – disse lui ritrovando un ghigno furbesco – Ti va di farlo davanti al presepe? – aggiunse.
– Non dire sciocchezze.

di Diletta Fedele

«Nel 1975, in quattro grossi volumi, per iniziativa dell’Istituto Gramsci, Valentino Gerratana ha pubblicato una rigorosa edizione critica di tutti i Quaderni corredandola degli strumenti necessari per una nuova “lettura” (soprattutto i riferimenti precisi e completi alla “biblioteca” di Gramsci).»
Rossana interruppe la lettura. Gli occhi avevano iniziato a lacrimarle e le facevano anche un po’ male, non capiva se per il freddo polare di quella sera di gennaio o per colpa di quel mattone su Gramsci che aveva deciso di portarsi dietro, la cui lettura aveva contribuito non poco al suo incipiente mal di testa.
Alzò lo sguardo al tabellone elettronico che implacabilmente la informava che il suo treno era in ritardo di ben 25 minuti.
“25 minuti: ne passeranno almeno 40 prima che il treno arrivi sul serio”, pensò. Poi si guardò attorno: era buio pesto, ormai, e non c’era anima viva a eccezione di un tipo che sonnecchiava sulla panchina del binario d fronte, bardato ed avvoltolato dalla testa ai piedi. Sembrava che indossasse due paia di pantaloni e quattro maglioni sotto al giubbotto turchese, tanto era grosso. O forse era solo grasso: Rossana era un po’ miope e da lontano non ci vedeva tanto bene.
Si alzò dalla panchina e per riscaldarsi iniziò a camminare avanti e indietro lungo il binario. Aveva fatto questo per almeno sette o otto volte, quando voltandosi Rossana notò in fondo al suo binario la sagoma di un’altra persona. Rimase per un istante ferma a guardarla, senza riuscire a capire se si trattasse di un uomo o di una donna, di un giovane o di un vecchio. Chissà perché quella nuova presenza le aveva messo dentro un po’ d’agitazione. In fondo era sola in quella stazione di provincia, a parte il tizio che seguitava a ronfare dall’altro lato e di cui si poteva sentire chiaramente il potente ronzio. Decise comunque di seguitare a camminare lungo il binario come se niente fosse. Subito dopo anche la misteriosa persona si mosse, camminando con calma ma inesorabile lentezza.
“Sembra venire verso di me”, pensò Rossana, e non si sbagliava. La sua figura si avvicinava sempre di più e adesso le sembrava di intravedere un uomo distinto, sulla cinquantina, non alto e rotondetto, con indosso un cappotto lungo scuro e in testa un cappello borsalino. A un certo punto l’uomo, sempre senza fermarsi, estrasse qualcosa dalla tasca del cappotto. Rossana non riusciva a capire che cosa fosse, ma quel qualcosa luccicava sotto la luce fredda dei neon della stazione.
“Oddio, ma quello è un coltello a serramanico”, pensò, e presa ormai dal panico si girò indietro e iniziò a correre, cosicché anche l’uomo prese a inseguirla. Mentre scendeva a perdifiato le scale la povera ragazza lo sentì gridare più volte:
– Fermati, puttana!
Il cuore le batteva a mille e le era salito in un istante su alla gola. Non aveva la minima idea di dove andare, eseguiva solo quello che il suo cervello le ordinava di fare, ovvero correre, fuggire, scappare il più lontano possibile da quello psicopatico. Eppure, per quanto veloce corresse, continuava a sentire il suo fiato sul collo e il rumore dei suo passi avvicinarsi sempre di più.
Finalmente, si sentì il fischio del treno che entrava in stazione. “Devo riuscire a prenderlo!”, pensò Rossana, e riprese a correre ancora più velocemente verso l’altra rampa di scale che saliva di nuovo al binario. L’uomo non si era arreso e continuava a starle alle calcagna.
Quando fu di nuovo sulla piattaforma il treno si era appena fermato per far scendere i pochi passeggeri diretti a quella stazione. Rossana ebbe un ultimo scatto in velocità e si precipitò all’interno del vagone, dopodiché le porte le si chiusero alle spalle. “Sono salva!”, pensò la ragazza, sudata e ansimante per la paura e per la fatica di correre su e giù per la stazione.
La ragazza si sentì chiamare dall’interno del treno.
– Rossana!
Un uomo sulla cinquantina, non alto e rotondetto, con indosso un cappotto lungo scuro e in mano un cappello borsalino si avvicinò alla ragazza.
– Professore, ma allora era lei!
– Sì, chi pensavi che fosse? Freddy Krueger? – disse l’uomo ridendo – A giudicare da come correvi… e più ti dicevo “fermati, Rossana!”, più tu correvi veloce!
– Ma io, non l’ho riconosciuta… al buio, da lontano, e poi quella cosa che luccicava, ho pensato si trattasse di un coltello…
– Un coltello? Probabilmente sarà stato un riflesso causato dal mio orologio! – disse l’uomo, che aggiunse: – Ahi, Rossana, Rossana, dove hai la testa? Invece di continuare a leggere libri dell’orrore, hai iniziato a leggere il saggio su Gramsci che ti ho prestato per la tesi?
– Veramente sì, – rispose la ragazza.
– Non dire sciocchezze!

di Patrizia Berlicchi

«Nel 1975 in quattro grossi volumi, per iniziativa dell’Istituto Gramsci, Valentino Gerratana ha pubblicato una rigorosa edizione critica di tutti i Quaderni corredandola degli strumenti necessari per una nuova “lettura” (soprattutto i riferimenti precisi e completi alla “Biblioteca di Gramsci”).»
Il libro era rimasto aperto sul tavolino e Barbara non aveva potuto fare a meno di sbirciare: che insolita presenza in un posto come quello; il “Deep blue” non era certo un caffè letterario. Non le era mai piaciuto quel locale: lo trovava freddo e dozzinale, così tristemente blu elettrico: un colore che detestava! Ogni volta che ci veniva le sembrava di entrare all’obitorio. Carla però l’aveva pregata di raggiungerla lì e aspettare che finisse il suo turno al bar. Doveva parlarle, le aveva detto al telefono nel pomeriggio, con una voce che non lasciava presagire niente di buono. Così in quei pochi minuti che mancavano alla mezzanotte aspettò al suo tavolo, in preda all’inquietudine e alla noia. L’unica cosa blu che Barbara amava di quel posto era la farfalla sul collo di Luca: sembrava poggiata con grazia sulla sua nuca, delicata e gentile come lui. Luca era il giovane barman; ventisei anni appena compiuti, pugliese, l’entusiasmo e la fatica di una vita nuova, piena di aspettative e, a volte, di paura…
Le fece cenno che sarebbe stato subito da lei, con quel sorriso che aveva per lei soltanto, pieno di amorevolezza, di complicità affettuosa. Lo guardava e pensava che sì, Luca avrebbe potuto essere il figlio dei suoi ventisei anni; un tempo remoto, a pensarci bene. Era piena di sogni allora, anche lei lontana da casa, una piccola provincia toscana lasciata alle spalle per potersi giocare una carta qui, a Roma, “la città delle meraviglie”.
C’era arrivata dopo aver combattuto strenuamente contro l’apprensione di una madre ansiosa e fragile, ma solo all’apparenza tutto sommato, e le resistenze di un padre apertamente disincantato rispetto alle aspirazioni della sua bambina. Lui avrebbe preferito che la sua unica, adorata figlia si occupasse del negozio di calzature che, come diceva sempre: “ll’è la cosa che m’è venuta meglio, dopo la mi’ Barbarella, intendiamoci!”. Ma “Barbarella” s’era messa in testa di scrivere per un giornale: aveva talento, lo sapeva, e poi era determinata e non aveva bisogno del riconoscimento o dell’incoraggiamento di nessuno. Quei genitori semplici, solidi nel loro amore costante e laborioso, le avevano insegnato la perseveranza e la cura di sé e lei era pronta a partire, finalmente, senza esitazioni o ripensamenti.
Immaginò che Luca avesse fronteggiato, consolato e salutato una madre e un padre proprio come i suoi, per venire qui, a giocare la sua carta, pure lui. A lei, una sera, aveva regalato il suo prezioso Jocker.
– Ti porterà fortuna, vedrai. Prendilo! Te lo do con tutto il cuore; è una piccola ricompensa per il fatto che ci sei, e per questo io non mi sento mai solo…
Quando fu al suo tavolo Luca si accorse subito del libro e lo afferrò con una espressione di sollievo:
– Scusa, è mio! Pensavo di averlo perso… è per l’esame.
– Ah ecco! In effetti mi era parsa una lettura poco consona ad un posto così! Come stai?
– Bene! Un po’ stanco magari… stanotte ho esagerato ma appena stacco faccio il bravo e vado a casa. Aspetti Carla per ordinare o vuoi cenare subito?
– No, prenderò un’altra piccola chiara mentre la aspetto, tanto ormai manca poco.
Luca era bianco, nero di sguardo e di labbra rosse, come di un bimbo sporco di lamponi. Sarebbe stato così suo figlio, se avesse scelto di nascere, invece di salutarla, proprio quando lei aveva capito che nemmeno il suo sogno più grande, quello di scrivere, l’avrebbe mai convinta a separarsi da lui. Non era stato facile scoprire che quel figlio lo voleva sopra ogni altra cosa. All’inizio, il panico; lui era arrivato come una inondazione che si porta via tutto, e non lo sai quello che resterà in piedi… non sai se tu, resterai in piedi.
Poi l’onda spaventosa passa.
E tu sei in piedi. Attorno c’è rimasto poco, in effetti, ma non te ne curi perché quello che cerchi sta dentro, ora: il suo battito, che è ancora presto perché tu possa sentirlo, eppure a volte sembra proprio che… oppure è un movimento impercettibile a sorprenderti… ma no, è solo suggestione scema!
E quando hai preso ad ascoltare, i giorni e le notti, ad aspettarlo, mentre sale piano piano, sempre più vicino alla tua coscienza, alla tua percezione di lui, all’improvviso, una mattina, un dottore ti dice che non c’è più.
Se n’è andato.
Barbara ha un ricordo anestetizzato della sua vita, subito dopo. Quei momenti le tornano alla mente come una musica sorda, dissonante.
Ma è ancora in piedi: è qui adesso, e sorride a Carla che finalmente sta per raggiungerla al tavolo.
– Allora, che succede?
– … Sono incinta.
– E me lo dici con quella faccia? Scusa, hai sempre detto di volere un bambino e…
– Ma non capisci, Ba’?! Come faccio adesso?! Questo lavoro non è sicuro ed è comunque troppo faticoso per me; fra un po’ sarò costretta a lasciarlo e anche Riccardo, lo sai, non ha una situazione lavorativa stabile… dovremo per forza farci aiutare dai suoi e… ma mi ascolti? Barbara, hai capito quello che ti ho detto?
– Perfettamente.
– Allora perché sorridi come una deficiente? Si può sapere cosa stai pensando?
– Aspetti un bambino, giusto? Be’, è una notizia meravigliosa e va festeggiata come si deve; quindi ora tu ti alzi, vai a prendere il miglior vino rosso di cui questo locale disponga, tanto per cominciare, e torni qui a festeggiare con me, tutta la notte.
– Ba’, ma stai bene?!… Tu non lo bevi il vino!
– Non dire sciocchezze.

di Daniela Peruzzo

«Nel 1975, in quattro grossi volumi, per iniziativa dell’Istituto Gramsci, Valentino Gerratana ha pubblicato una rigorosa edizione critica di tutti i Quaderni corredandola degli strumenti necessari per una nuova “lettura” (soprattutto i riferimenti precisi e completi alla “biblioteca” di Gramsci).»
Un enorme satiro cornuto soffiava una parola dopo l’altra giù per un lungo tubo di metallo profondamente infilato nell’orecchio del signor Acca. Improvvisamente, il tubo cominciò sciogliersi e prese a colare nel padiglione auricolare del malcapitato. Nel frattempo, il satiro si era trasformato in un androide di circa 15 cm che, introdotta la testa nel condotto acustico dell’uomo, ripeteva come un disco incantato:
– Valentino Gerratana. Valentino Gerratana. Valentino Gerratana…
Il signor Acca diresse la mano verso l’orecchio destro nel tentativo di acciuffare la molesta creatura metallica, ma proprio quando era riuscito ad afferrarla tra l’indice e il medio, un trillo sparato ad altissimo volume squarciò l’aria, provocando la sparizione dell’essere artificiale assieme ai rimasugli del tubo fuso e all’eco Gerrataneo…
Il signor Acca si ritrovò dunque nel proprio letto, con la testa arrotolata nel cuscino nell’inconscio tentativo di sottrarsi all’indesiderato flusso verbale.
Erano le 4 e 30 del mattino e lui ne aveva avuto abbastanza.
Inforcò gli occhiali, tastò il pavimento con i piedi nudi in cerca delle pantofole e allungò il braccio verso il cardigan appeso a una stampella.
Stavolta di certo gliele avrebbe cantate. “Non c’è giustificazione che tenga”, pensava mentre carambolava, ancora intontito dal sonno, verso la porta di casa. Quel vicino fastidioso avrebbe avuto quel che meritava. Non si sarebbe certo fatto intenerire dalla sua condizione. Figuriamoci se lui, un intellettuale della sua statura, cadeva in certi tranelli. L’amministratore, un ometto panciuto e dall’espressione sbiadita come se gli avessero tirato in faccia un secchio di candeggina, lo aveva invitato alla pazienza. Il signor Civetta, l’uomo che viveva al di là del muro, per capirci, soffriva da circa tre anni di un fastidioso ronzio alle orecchie che non lo abbandonava mai.
– L’età, si sa, gioca di questi tiri mancini, – aveva concluso l’amministratore pensando di aver ammansito il nostro e chiuso così la questione. Ma il signor Acca non si era affatto lasciato convincere dagli argomenti lacrimosi di un burocrate di condominio da quattro soldi. Tanto più che nell’animo naturalmente sospettoso di Acca cominciavano a nascere dubbi e domande di ogni sorta sulla vera origine di quelle voci metalliche e sulla reale identità della creatura d’oltre parete. In fondo lui questo Civetta non lo aveva mica mai visto, sembrava vivo solo di notte, come un fantasma resuscitato dai raggi della luna. Per forza non lo aveva mai visto, gli aveva detto lo sbiadito, il dottor Civetta era cieco come una talpa e usciva di casa solo rarissimamente, in occasioni speciali quanto imprevedibili. Insomma non c’era nessun mistero, solo un povero vecchio sordo-cieco chiuso nel proprio appartamento con l’unica compagnia di quelle complicate apparecchiature parlanti che sostituivano i suoi sensi offesi, permettendogli di ammazzare il tempo aspettando che questo, alla lunga, ammazzasse lui.
Acca non se l’era bevuta. Non fino in fondo, per lo meno. Ah, qui gatta ci cova, caro barbagianni, pensava tra sé e sé. Comunque, cieco, sordo, vecchio o giovane che fosse, quella sera se la sarebbero vista… o almeno lui lo avrebbe finalmente visto. Caracollò sul pianerottolo e si decise, dopo un istante di incertezza, a suonare il campanello Civettiano. Nessuna risposta. Prese allora a bussare violentemente alla porta a un ritmo sempre più serrato fino a quando udì una vocina contrariata strillare:
– Per carità, faccia attenzione, risale al XIX secolo.
La porta si aprì cigolando, mostrando un corridoio lungo e stretto lambito da un tappeto riccamente ornato.
– La porta, intendo, risale al 1800, la fece montare mio padre.
Il signor Acca continuava a non vedere nessuno davanti a sé:
– Sa, è l’unico ricordo che ho, e alla mia età si diventa nostalgici – udì dire mentre qualcosa tirava l’orlo del suo pigiama verso il basso. Un omuncolo di 20 cm circa lo apostrofava strattonandogli la gamba.
– La stavamo aspettando, prego.
“A Chi? A me?”, Pensò incredulo il signor Acca.
– Naturalmente, – rispose quello, manco lo avesse letto nel pensiero, – ma entri, entri pure, che maleducato, la sto lasciando sul pianerottolo, non le ho offerto nemmeno un caffè.
L’omuncolo guizzò verso il corridoio e spari dietro un angolo.
Il signor Acca sgranò gli occhi e si asciugò la fronte con la manica del cardigan. Avanzò di qualche passo e si ritrovò in una stanza dalle pareti scure e i soffitti altissimi. Un uomo alto almeno tre metri, secco come un ramo d’albero, con i suoi vestiti indosso, lo fissava dalla parete opposta. Acca sobbalzò e dovette muovere dapprima un braccio avanti e indietro e poi una gamba su e giù prima di capire che era suo quel corpo che gli si agitava davanti.
Una voce si levò da un punto indefinito della stanza.
– Finalmente, signor Acca. Abbiamo saputo che lei insegna ai suoi studenti che il pensiero di Gramsci è ormai superato, che il concetto di egemonia culturale sarebbe, leggo qui, testuali parole, «un concetto del tutto incapace di riassorbire le contraddizione della società post-post-moderna, in breve, roba da medioevo.»
– Be’, veramente è una frase estrapolata dal contesto… – biascicò il nostro mentre girava su se stesso in cerca del proprio interlocutore.
Dobbiamo confessarle che Antonio c’è rimasto veramente molto male…
– Antonio? Gramsci è morto nel ’34…
– Morto? Che assurdità. Caro mio, in questo paese non muore mai nessuno, solo i poveracci.
– Ma, la malattia, il carcere sotto la dittatura…
– Roba d’altri tempi, oramai anche con Benito sono finiti per diventare buoni amici, sa?
– A-amici…?
– Certo. Anzi, sono di là che bevono un tè. Venga, venga che la stanno attendendo; signor Antonio, signor Benito… il dottor Acca è qui. Segua il signor Civetta, che ha già conosciuto.
L’omuncolo sbucò d’improvviso da dietro e prese a saltare e spingerlo all’altezza del fianco in direzione di una porta in fondo alla stanza.
No, senta, io credo proprio di dover andare, adesso è tardi e… devo, devo proprio scappare… – fece Acca terrorizzato, cercando di guadagnare l’uscita.
– Ma no, resti con noi, resti con noi per sempre…
– Aiuto, lasciami andare, nano, apri questa stramaledetta portaaaaaaaaaa… aiutoooooooo…
– Antonio, Antonio! Di nuovo?! – proruppe stancamente la moglie del signor Acca mentre gl’infilava un gomito nel fianco.
– Aiuto, Nina, il vicino è Antonio Gramsci. Non è morto, capisci? E ha un maggiordomo alto 20 cm e prende il tè con Mussolini.
– Per favore, Antonio, almeno alle 4 e 30 di notte, non dire sciocchezze.

di Specchio Gelido

«Nel 1975, in quattro grossi volumi, per iniziativa dell’Istituto Gramsci, Valentino Gerratana ha pubblicato una rigorosa edizione critica di tutti i Quaderni corredandola degli strumenti necessari per una nuova “lettura” (soprattutto i riferimenti precisi e completi alla “biblioteca” di Gramsci).»
Con questa frase che riecheggiava nella mente, MirrorShade abbandonò il pub dove si incontrava con altri autori, che questa volta si erano dati una strana regola per iniziare i loro nuovi racconti: iniziarli tutti con questa stessa frase.
Era già buio da un po’, fuori dal pub, il disco d’argento della luna era bidimensionale, non sembrava affatto una sfera, ma più il disegno di un occhio che irradiava la gelida frequenza elettromagnetica riflessa dal caldo sole che splendeva dall’altro capo della terra a quell’ora.
Le nuvole erano svelate solo dai loro profili taglienti, resi visibili dalla fioca luce, come fossero palpebre trasparenti che coprivano e scoprivano l’arido iride.
Era in ritardo, MirrorShade, ma continuava a soffermarsi a fissare il gelido occhio in mezzo al cielo che a sua volta fissava imperscrutabile le formiche umane che cazzeggiavano per il Pigneto pure di mercoledì 7 dicembre.
Aveva appuntamento con la sua amica BabyBondage per andare alla serata “Ritual” all’Alien, e per tutto il tragitto che fece continuava a domandarsi come poteva usare davvero quella frase per iniziare un racconto, e nel chiederselo cercava consenso dalla luna.
“Potrebbe venir letta dal protagonista del racconto da un libro che aveva per le mani”, pensava; ma la luna non era convinta di questa idea. “Inizieranno tutti così il racconto, gli amici del pub”,  suggeriva la luna socchiudendo il suo occhio, lasciando trasparire solo una fessura luminosa tra le nuvole.
“Allora magari potrebbe essere pronunciata dalla radio di un taxi che il protagonista prende per andare a qualche serata nel cuore della notte, una radio sintonizzata su qualche stazione culturale…”
Ma questa idea era peggio dell’altra, a veder la luna, e non tanto perché non ci siano tassisti che ascolterebbero una radio del genere nel cuore della notte, quanto forse perché non esistono affatto radio così trasgressive e spregiudicate da irradiare frasi di Valentino Gerratana tratte da libri su Gramsci del ’75.
“E se venisse detta da un prof. durante una lezione universitaria seguita da una studentessa assonnata reduce da una notte di sesso intellettuale con lo stesso prof.?”… Niente, l’occhio della notte era del tutto chiuso, stufo di queste idee sciocche per un racconto decente.
Intanto l’una di notte, in questa notte di luna, si fece velocemente. MirrorShade, senza rendersi conto di come e quando, era già passato a prendere la sua Amica ed erano già da diversi minuti a bordo di un taxi che li conduceva all’Alien.
Il riflesso del volto di MirrorShade nel finestrino del taxi si sovrapponeva trasparente al paesaggio della metropoli notturna, che scorreva veloce tutto intorno al perimetro metallico della vettura bianca, che non trovava pace sui disconnessi sampietrini neri di Roma.
“Un taxi bianco sta alla luna bianca come un cielo nero sta ai sampietrini neri, acromatiche armoniche metriche in una città dalle luci giallognole che di notte in taxi appaiono come starnuti luminescenti”, fantasticava Mirror fissando il paesaggio che scorreva attraverso la trasparenza del suo viso riflesso nel vetro gelido del taxi, per distrarsi dal mal d’auto che i taxi gli davano sempre.
Ma nulla di tutto questo, nemmeno il mal d’auto, era di ispirazione per il nuovo racconto.
Pergiunta il tassista sembrava un esaltato delle corse da console, faceva le curve ad angolo retto come le moto digitali dei film degli anni 80.
Una familiare musica dei daft punk riecheggiava e si sovrapponeva al ripetersi di quella frase che ormai sembrava udibile per davvero, come se qualcuno la stesse pronunciando sul serio dentro il taxi.
– Ma porcaputtana! Non è possibile! – esclamò MirrorShade facendo sobbalzare come un gatto BabyBondage che gli teneva la mano per il modo di guidare del tassista.
– Che c’è? – disse lei.
– Non ci posso credere, la radio del taxi, l’hai sentita? Ha appena detto: «Nel 1975, in quattro grossi volumi, per iniziativa dell’Istituto Gramsci, Valentino Gerratana ha pubblicato una rigorosa edizione critica di tutti i Quaderni corredandola degli strumenti necessari per una nuova “lettura” (soprattutto i riferimenti precisi e completi alla “biblioteca” di Gramsci).»
– Sì, e allora? – rispose lei.
– Ma ti rendi conto? Potevo iniziare così il prossimo racconto ma pensavo che non fosse una situazione verosimile che in un taxi una radio potesse mai dire una frase del genere, e invece, ora mi sono già giocato l’inizio in quest’altro modo – cercava di spiegare mentre tutti e due sobbalzavano ritmicamente per via dei disconnessi sampietrini.
– Ma che cazzo stai a di’?! – replicò BabyBondage ridendo e mostrando un sorriso ancora più ampio di quello che si era disegnata con il rossetto, per avere la faccia come quella di un clown con cicatrici tracciate sulle guance con la matita.
MirrorShade notava solo ora come la sua amica si era truccata e vestita per la serata. Indossava autoreggenti rosse nemmeno coperte dalla gonna, dato che era così corta che appena arrivava a baciare il bordino superiore dell’autoreggente. Il bustino nero non copriva il seno, che era nudo, uno dei seni più famosi nel giro di modelle Bondage al quale BabyBondage apparteneva. Era infatti noto con il titolo ufficiale di “tette anti-gravità”, e questa sera solo due pezzi di nastro adesivo, che disegnavano le solite due X, lo coprivano. Il tutto era avvolto da un cappottino rosso con il cappuccio, come fosse una confezione regalo da aprire.
– Ti piace la gonna? – chiese BabyBondage notando che era finalmente oggetto di uno sguardo – l’ho comprata al negozio delle zozzone – proseguì fiera del suo acquisto, disegnando con il viso un’espressione da ragazzina.
Ma prima che MirrorShade potesse rispondere “ma quale gonna?” o spiegare meglio la storia della frase alla radio, o farsi spiegare da lei come sarebbe riuscita a staccarsi il nastro isolante dalle tette una volta tornati a casa, e infine che, in tutto questo, non avrebbe mai voluto sapere cosa fosse questo negozio delle zozzone dove lei faceva acquisti, il taxi li aveva già condotti e scaricati alle porte del locale.
Di solito all’ingresso dei locali, per riscaldare i clienti, ci sono quella specie di funghi di metallo con le fiammelle in cima. Qui invece c’era un uomo, le cui basette erano un tutt’uno con i baffi, con una bottiglia in una mano e una torcia nell’altra, ciucciava il liquido infiammabile dalla bottiglia e lo sputava in forma di vampate di fuoco soffiando sulla torcia. Non riscaldava un cazzo ma puzzava di alcol più di quanto fosse concepibile.
La fila non era molta. Avevano l’invito per l’ingresso in lista e si posizionarono dall’altro lato del cordone d’entrata.
L’ingresso era presidiato da una donna con in mano un frustino e affiancata da un buttafuori standard, aveva l’auricolare e tutto il resto del kit. La tipa con il frustino decideva chi entrava e chi no e quando vide MirrorShade gli puntò il frustino contro e disse:
– Non puoi entrare con i jeans, c’è il dress code stasera.
– Mitico, ecco perché sei vestita e truccata cosi – disse MirrorShade voltandosi verso BabyBondage
– Cazzo, scusa, mi sono dimenticata di dirti che i ragazzi non possono entrare se non con un pantalone di pelle o un pantalone nero con tante cerniere, è una serata fetish – aggiunse lei.
– Ma ho messo la mia felpa più assurda – rispose lui. – Guarda, ha le corna sul cappuccio ed è viola zebrata di nero, non basta? – aggiunse voltandosi verso entrambe a turno in cerca di consenso.
– Niente da fare, se vuoi entrare devi toglierti i jeans – asserì la donna all’ingresso.
Che altro fare se non cercare consenso verso la luna, che era rimasta nascosta fino ad ora?
BabyBondage ebbe l’idea di entrare da sola, cercare il loro amico che li aveva invitati e vedere se si poteva fare un’eccezione al dress code.
Pochi minuti dopo tornò e lanciò verso MirrorShade un pezzo di scenografia, divelto da una parete dal loro amico. Era una sorta di copridivano di pelliccia di tigre.
– E che cazzo ci faccio? – chiese MirrorShade immaginando la risposta.
– Te lo avvolgi in vita e i jeans non si vedono – disse l’amica.
Ma la tipa con il frustino dissentì e disse:
– Ok, ti faccio entrare ma ti accompagno io stessa al guardaroba e ti levi i jeans prima di indossare questa pelliccia, è la regola del dress code!
MirrorShade pensò che intanto era meglio entrare e poi avrebbe usato tutta la sua abilità per convincere quella donna a fargli tenere i jeans.
“Devo convincere una donna a non togliermi i jeans”, si ripeté una seconda volta a mente per essere sicuro di non sbagliarsi.
Arrivati al guardaroba, lei insisteva con la storia dei jeans.
– Avanti, devo tornare all’ingresso, levati i jeans, puoi tenere i boxer e sopra. Se vuoi puoi mettere questa cosa di tigre ridicola.
MirrorShade doveva davvero riuscire a tenerseli, i jeans, non se la sentiva di girare in mutande e pelliccia di tigre.
– Nel 1975, in quattro grossi volumi, per iniziativa dell’Istituto Gramsci, Valentino Gerratana ha pubblicato una rigorosa edizione critica di tutti i Quaderni corredandola degli strumenti necessari per una nuova “lettura” (soprattutto i riferimenti precisi e completi alla “biblioteca” di Gramsci).
Pensò bene di decantare la ormai famosa frase alla mistress, pensando che potesse avere un qualche magico effetto ipnotico e di stordimento, come ci si aspetterebbe in un racconto che vira verso il banale, ma la donna, che avrebbe anche potuto rispondere “non dire sciocchezze” e farla finita già qui, insistette invece nel suo proposito dettato dal dress code.
– Ma che cazzo stai a di’? – disse invece decisa e incazzata. E con quel cavolo di frustino che iniziava a diventare preoccupante per le orbite che percorreva mentre lei parlava, l’effetto ipnotico stava prendendo Mirror più del mal d’auto del taxi.
– Sai io scrivo racconti? – disse lui – Potrei citarti nella storia, provare a ritrarti con le parole, cercandole tra quelle più poetiche. Sei mai stata soggetto di un racconto?
Tentò questa ridicola carta convinto che non sarebbe servita, e invece una scintilla di vanità si irradiò dagli occhi della mistress. “Ritratta con le parole più poetiche che ti ispiro”, si ripeté lei nella mente.
– Sei uno scrittore, eh? Allora forse è meglio che li tieni, i jeans, ma devi toglierti la felpa e indossare il copridivano di tigre sopra i jeans, e inoltre aspetto di leggere la tua descrizione di me nel prossimo racconto.
Consegnata la felpa alla mistress, che la ripose nel guardaroba, non gli restava che mantenere la promessa di citare la bellezza e la personalità della donna con il frustino nel suo prossimo racconto, usando le parole più poetiche che lei gli ispirava.
Lei, questa donna con il frustino, una vecchiarda acida e antipatica con manie di onnipotenza e deliri di vanità.
“E anche questa è fatta”, pensò in merito alla citazione che le aveva promesso.
Ricongiuntosi con BabyBondage, che era nel corridoio del guardaroba ad aspettarlo, si incamminarono verso la sala grande.
MirrorShade si sentiva un coglione più del solito, con quella pelliccia da tigre a mo’ di gonna irlandese e a petto nudo, gli venivano in mente i flinstones e per la prima volta immaginò la sua amica vestita come Vilma, un’immagine raccapricciante, ma poi non poté fare a meno di pensare a questo Valentino Gerratana e domandarsi: “chissà che cazzo faceva nel 75 la notte? Di certo non andava a feste come questa, magari forse se ha una figlia, lei ci verrebbe, magari sta proprio qui in giro. Chissà che nome potrebbe avere la figlia di Gerratana”.
Di certo l’occhio eterno della luna, a suo tempo, deve aver visto come Gerratana, tra una ricerca su Gramsi e l’altra, passava le notti.
Forse questa risposta è persa nel tempo, o forse magari esiste un baule da qualche parte, pieno di ricordi tenuti segreti, chiuso in qualche casa, con foto e lettere che conservano la risposta a questa curiosità.
Ma erano al “Ritual”, ora meglio distrarsi guardando la gente, magari darà ispirazione.
C’era una ragazza sotto un faretto che attirò per un istante l’attenzione di MirrorShade: “Ha proprio l’aspetto di una che potrebbe chiamarsi Laura”, pensò.
Su un altro divanetto una coppia stava pomiciando:
– Mmm, professore, come mi baci bene – disse la ragazza della coppia, talmente giovane che se quello era un professore lei doveva per forza esserne la studentessa prediletta.
– Davvero? Sono un po’ distratto perché non so come iniziare la lezione che vi devo fare domani su Gramsci – disse lui a quella, che a questo punto era evidentemente una sua studentessa in procinto di passare una notte di sesso intellettuale sul divanetto del “Ritual”.
MirrorShade non poté resistere.
– Nel 1975, in quattro grossi volumi, per iniziativa dell’Istituto Gramsci, Valentino Gerratana ha pubblicato una rigorosa edizione critica di tutti i Quaderni corredandola degli strumenti necessari per una nuova “lettura” (soprattutto i riferimenti precisi e completi alla “biblioteca” di Gramsci) – disse al professore dandogli una pacca sulla spalla.
Ma poi, stufo della luna, di Gramsci e di Gerratana, si voltò verso BabyBondage che ballava per lui al centro della sala:
– Sai, se ti fossi vestita come Vilma dei flinstones saresti stata proprio attizzante.
Finalmente giunse il momento nel quale lei affermò, come lui si aspettava:
– Non dire sciocchezze.